LA SOCIETÀ DELLA TECNICA

È all’interno della riflessione heideggeriana che la relazione tra filosofia e metafisica assume un ruolo fondamentale; essa è condotta non tanto all’insegna di un discredito nei confronti dell’epoca presente e in vista di un ritorno agli albori della civiltà greca, quanto piuttosto con l’intenzione di indagare le strutture teoriche del reale e di portare alla luce la relazione sussistente tra la tradizione filosofica e i lineamenti assunti dal mondo moderno. Heidegger comprende come sia la filosofia a stabilire quali sono le basi su cui si fonda una determinata epoca, e in particolare come il configurarsi della tecnica quale essenza del mondo moderno si fondi su una determinata concezione dell’ente e sulle verità espresse dalla metafisica. La metafisica, infatti, secondo Heidegger, «dà fondamento a un’epoca in quanto le offre la base della sua configurazione essenziale, attraverso una determinata interpretazione dell’ente e una determinata concezione della verità».

In questo contesto si colloca la considerazione della tecnica e della scienza quali esiti destinali della metafisica. In particolare, la tecnica rappresenta la realizzazione della storia della metafisica, la quale è pensata come «destino della verità dell’essente» , e che sembra appartenerle in quanto «il termine ‘tecnica’ è qui inteso in modo così essenziale che il suo significato si identifica con quello di ‘metafisica compiuta’». La tecnica, infatti, oltre a rappresentare l’ambito particolare dell’apparato produttivo fondato sulle macchine, in quanto compimento della metafisica «è fondata su ciò che è materiale, considerato come l’elementare e come l’ambito primario della oggettità», quindi su quella concezione dell’ente che si afferma nella modernità.

Da Platone fino ad arrivare a Nietzsche la verità dell’essere si sottrae a favore della verità dell’ente: dalla riduzione dell’essere dell’ente a eidos, fino al compimento di questo processo che è stato realizzato da Cartesio, il quale risolve il mondo in ‘immagine’, ossia in una mera rappresentazione del soggetto. E così «Leibniz, Kant, Hegel, Marx non sono che l’inveramento della posizione metafisica fondamentale di Cartesio», fino ad arrivare alla metafisica nietzschana della volontà di potenza quale compimento di questo cammino. La volontà si impone quale incontrastata di un mondo che, una volta oggettivato, è ridotto a mera risorsa da sfruttare.

Con la metafisica di Nietzsche la filosofia è compiuta. Ciò vuol dire che essa ha percorso tutto l’arco delle possibilità che le erano assegnate. La metafisica compiuta, che costituisce il fondamento del modo di pensare planetario, fornisce lo strumento per un ordinamento della terra destinato probabilmente a durare a lungo. Questo ordinamento non ha più bisogno della filosofia, perché essa sta già alla sua base. Ma con la fine della filosofia non è già lo stesso pensiero che anche giunge alla sua fine; esso passa invece a un altro cominciamento.

Dopo Nietzsche la filosofia è finita, essa ha compiuto il suo destino e l’unica preoccupazione che gli resta è solo quella relativa al modo più efficace di amministrare il mondo della tecnica in termini di funzionamento degli apparati. Ciò che rimane è solo la tecnica: è questa la configurazione che ora assume la filosofia- metafisica in quanto conoscenza della verità dell’ente orientato solamente al suo dominio.

La volontà di volontà impone a forza come forme fondamentali del proprio manifestarsi il calcolo e l’organizzazione totale […]. La forma fondamentale di manifestazione sotto la quale la volontà di volontà si installa e si realizza calcolando nel mondo della metafisica compiuta si può chiamare in una sola parola ‘la tecnica’.

La filosofia si conclude dunque con la scienza e con la tecnica, ossia nel momento in cui l’essere dell’ente è stato ridotto a mera oggettività e la questione dell’essere diviene la domanda intorno al destino della tecnica. Tuttavia, la scienza e la tecnica non sono altro che il compimento della filosofia e dell’intera civiltà occidentale: è infatti la filosofia a sfociare nella scienza e nella tecnica attraverso l’assunzione di un determinato modo di rapportarsi all’ente. Dunque, per comprendere la società della tecnica, è necessario ripercorrere la storia dell’interpretazione dell’ente e del soggetto, la metafisica appunto, nella direzione di un oltrepassamento della metafisica stessa.

Heidegger insiste in particolare sulla correlazione tra la nietzschana volontà di potenza e l’agire tecnico-scientifico caratteristico della modernità: nel concetto di volontà di potenza sembra essere implicata, anche se non in modo del tutto esplicito, «la ‘tecnica’ nel suo senso essenziale di pianificante-calcolante costruzione di ‘fondi’ intesa come funzione». La tecnica, dunque, in quanto modalità di organizzazione che si impone sui diversi ambiti della realtà, viene identificata con la manifestazione di quella volontà incondizionata volta alla pianificazione calcolante di tutto l’esistente, sulla base delle norme che essa stessa impone. Essa, inoltre, incarna la progressiva perdita del senso dell’essere, e dunque l’inclinazione nichilistica intrinseca alla tradizione metafisica occidentale, che si realizza nel procedere dell’apparato, indirizzato unicamente all’assoggettamento pianificante e calcolante di tutto il reale, mancando così completamente ogni riferimento all’essere delle cose. Ma è proprio grazie a questo vuoto dell’essere che si realizza il dominio sul reale: al posto di questo vuoto la tecnica, grazie al suo procedere organizzativo, si impone sull’ente pianificando e ordinando ogni ambito dell’essente. L’unico modo per sottrarsi alla perdita dell’essere sembra allora essere costituito da questa continua organizzazione dell’ente, l’unica maniera in cui la volontà di potenza si mantiene viva continuando a costituire il soggetto del tutto, che non pensa che alla propria affermazione attraverso l’oggettivazione del reale in vista della sua utilizzazione. In questo modo, ogni ambito del reale assume delle proprie finalità e diventa autonomo: l’essenza della tecnica va dunque compresa in un senso ampio in quanto «definisce l’organizzazione complessiva della vita sociale all’interno di un’epoca della civiltà occidentale posta inequivocabilmente sotto il segno dell’Impianto(Gestell)».

Nell’era della tecnica la metafisica giunge così al suo compimento. E il nichilismo rappresenta per Heidegger l’esito estremo del compimento della metafisica in quanto soggettività; esso rientra però nel destino della metafisica non come tragica fatalità, ma al contrario come sua necessità. A questo esito nichilistico si giunge in quanto l’ente, poiché ha perso di vista l’essere. L’essere che si è così dissolto, permettendo il dominio incondizionato sull’ente, non si è però definitivamente sottratto: «la metafisica consiste propriamente in questo, che il necessario assentarsi dell’essere viene semplicemente trascurato, che dunque dell’essere non ne è più nulla, nel senso che viene a cadere ogni possibilità di fare esperienza della sua differenza». Il nichilismo realizza questa situazione di incondizionato dominio dell’ente che si compie, nella lettura di Heidegger, con Nietzsche; ma questo compimento non può essere assolutamente inteso come superamento del pensiero occidentale, ma si mantiene al suo interno, realizzandone anzi il destino. La volontà di potenza di cui parla Nietzsche rappresenta l’oggettivazione di tutto ciò che è: questo è il destino del totale occultamento dell’essere che si realizza nel momento in cui «la completa assicurazione dell’ente si converte in una non differenza». È questo il tempo della tecnica come verità ultima della metafisica del soggetto.

La metafisica è destino nel senso stretto, l’unico che abbiamo in mente, secondo il quale essa, come tratto fondamentale della storia occidentale-europea, sospende le umanità [storiche] nel mezzo dell’essente, senza che mai l’essere dell’essente possa venir esperito, interrogato e disposto come il dispiego di entrambi, nella sua verità, a partire dalla sua metafisica e mediante questa. Questo destino […] è tuttavia necessario perché l’essere stesso può illuminare-aprire la differenza in esso custodita […].

La fine della metafisica si compie così nella effettiva realizzazione della volontà di potenza nella tecnica. La filosofia finisce perché si è realizzata concretamente nelle tecniche che ne esprimono la capacità conoscitiva, di controllo e di dominio sul reale: «la filosofia diviene scienza empirica dell’uomo, di tutto ciò che per l’uomo può divenire oggetto esperibile della sua tecnica, tramite cui egli si installa nel mondo modificandolo secondo le molteplici maniere del lavoro con cui egli gli dà forma». L’età della tecnica si annuncia dunque attraverso il presupposto della calcolabilità e producibilità dell’ente, che divengono le forme principali di comprensione del suo essere.

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