ETERNO RITORNO E TEMPO LINEARE

È necessario indicare che in Nietzsche il pensiero dell’eterno ritorno si distingue nettamente dalla dottrina dell’eterno ritorno. Il pensiero è più importante della dottrina, che cerca solo, come ipotesi, di mostrare la vitalità del pensiero. Nietzsche cerca punti di appoggio nelle scienze naturali per la sua dottrina dell’eterno ritorno. Così, ad esempio, “il principio di conservazione dell’energia richiede un ritorno eterno”. Considera l’energia (potere) illimitata ma finita, mentre il tempo è infinito. Se nulla viene creato o distrutto, ma solo trasformato, allora ciò che era una volta sarà infinite volte di più. Considera quindi “il mondo come un ciclo che si è già ripetuto infinite volte e che gioca all’infinito”. Ma è necessario ricordare che Nietzsche va ben oltre nella sua considerazione fisica del mondo, perché per lui tutto ciò che esiste è la volontà di potenza in costante conformazione relazionale e prospettica dei costrutti di potere, che danno luogo, alla interpretazione del mondo. Questo mondo non ha e non può avere permanenza o consistenza, ma è di per sé e necessariamente in continuo divenire.

Questa considerazione del divenire del mondo va oltre la scienza naturale ed è immediatamente correlata all’interpretazione metafisica, che Nietzsche cerca di screditare: dove afferma che “la dottrina dell’essere, della cosa, di molteplici unità fisse, è cento volte più basica della dottrina del divenire, dell’evoluzione”. Ma se il mondo non è essere, ma divenire, allora Nietzsche propone di conseguenza:

Il divenire non ha nessuno stato che sia il suo scopo, non porta a un “essere”. Il divenire non è uno stato apparente; forse il mondo come essere [die seiende Welt] è un’apparenza

Ciò porta a un’affermazione che, è stata e può essere facilmente interpretata erroneamente: “Che tutto ritorni è l’approssimazione più estrema di un mondo del divenire al mondo dell’essere: il vertice della considerazione”. È stato e può essere male interpretato quando si pensa che Nietzsche voglia posizionare qualcosa al posto dell’essere: invece di un essere che rimane sempre identico a se stesso (sostanza, io, ecc.), qualcosa che gli somigli molto, cioè l’eterno divenire. Ciò che può significare è che, proprio come nel mondo metafisico il primato assoluto è occupato dal concetto di essere, nell’unico mondo reale il primato assoluto è occupato dal divenire. Ma il primato assoluto del divenire e dell’eterno ritorno non è più un primato metafisico (fondamento), ma la realtà ultima che, per la sua stessa consistenza, cambia, trasforma, diviene. E non è un primato trascendente, ma la realtà ultima di questo mondo unico, che è radicalmente segnato dall’immanenza e dalla finitezza. Sull’immanenza Günter Abel afferma: “tutto diventa, è inestimabile e ritorna eternamente, -questo pensiero di Nietzsche presenta la suprema certezza dell’immanenza del mondo”. E rispetto alla finitudine fa notare che “l’eterno ritorno è anche la conseguenza della finitezza dell’uomo e del mondo”. E con altre parole: “L’eterno ritorno non è un pensiero che va oltre la finitezza, ma il pensiero che simboleggia la storia originaria di questa finitezza come l’uno- di fatticità e interpretazione”.

La verità è che Nietzsche, partendo dal presupposto del divenire come tratto filosofico fondamentale della realtà, fa una critica diretta al concetto lineare (metafisico) del tempo, che è per lui metafisico quanto il mondo reale trascendente. Il tempo deve essere pensato anche in un altro modo. Nietzsche vede l’emergere della problematica del tempo nelle origini stesse della filosofia greca. La concezione circolare del tempo (che egli non assume semplicemente ma tiene conto) comune nel pensiero greco, è sostituita, in primo luogo, dalla dualità del tempo in Platone, che attribuiva l’eternità al <mondo vero> e il tempo lineare al <mondo apparente>. Questa dualità temporale platonica è stata, a sua volta, sostituita dal concetto lineare del tempo aristotelico, che è governato dall’intenzionalità e finalità dell’azione umana, che sceglie i mezzi in vista di un fine. “Per Aristotele, il tempo rappresenta, quindi, l’ordine misurabile del movimento, con riferimento esplicito al divenire in relazione all’essere.”

In questa visione aristotelica il passato non ha più alcuna importanza, il presente è ridotto alla mera scelta dei mezzi, con il futuro che ha la precedenza, verso cui l’azione è teleologicamente diretta. L’essere è ciò che il tempo lineare ha come fine, ciò che non è soggetto al divenire, ma che si mantiene per sempre. Contro questa visione metafisica del tempo, scrive: “il presente non dovrebbe essere giustificato in alcun modo per il bene di alcun futuro o il passato a favore del presente”. Nietzsche vuole recuperare il futuro e il suo tempo appropriato corrispondente. Il divenire non è d’accordo con il tempo lineare finalizzante, ma con un tempo che si ripresenta sempre, ritornando, e che si chiama eterno ritorno. “Nietzsche non vede nel tempo un susseguirsi di fini, ma quello eterno che è la continua ribellione della volontà di potenza, per la quale il tempo non è das Ziel [la meta], ma Wille zur Macht [volontà di potenza]”. Così come nel mondo metafisico il primato è stato del tempo teleologico lineare, nell’unico mondo reale, segnato dall’immanenza e dalla finitezza, il primato è dell’eterno ritorno dell’uguale.