LA PROSPETTIVA SOLIPSISTA DEL TRACTATUS

Si tratta di una connessione tematica che è stata illuminata in modo efficace, ancorché in termini massimamente problematici, come la prospettiva solipsista, nel Tractatus, non debba essere adottata solamente rispetto ai fatti, ossia, rispetto, al mondo, poiché essa concerne più profondamente gli oggetti, vale a dire, la sostanza del mondo. La tesi che il solipsista indebitamente formula – che il mondo è il mio mondo -non va intesa in un senso ampio, ossia: non solo il mondo quale di fatto è, ma ogni mondo concepibile è il mio mondo. Sono gli oggetti, in quanto significato dei nomi, infatti, ad essere collocati nel campo di ciò che il parlante esperisce direttamente; i limiti del mondo, riflessi in quelli del linguaggio di cui sono semanticamente competente, sono i limiti di un mondo i cui costituenti ultimi- gli oggetti- ricadono tutti all’interno del circolo della mia esperienza diretta. Invero, come, nel Tractatus, gli oggetti siano “collocati” nel campo di ciò che sarebbe “direttamente esperito”, e, inoltre, in quale modo gli oggetti ineriscano l’uno all’altro negli stati di cose in cui si trovano interconnessi rappresentano due difficoltà di non poco conto per il lettore di Wittgenstein.

Noi, tuttavia, potremmo cominciare col chiedere: che cosa è un oggetto? Il quesito è interessante per ciò che riguarda la sua somiglianza con un’altra domanda, che pure avevamo già formulato: che cosa è la forma logica? Si era sottolineato, come nel Tractatus questo non venga mai detto, poiché, invece, in un senso che si sta per chiarire, si tratta di vedere all’opera la forma logica. Quello che noi, ora, dovremo mostrare è che le due domande sono, in realtà, una e la stessa, perché fanno segno verso il medesimo problema: così come non è possibile dire che cosa sia la forma logica, infatti, bisogna parimenti riconoscere, che Wittgenstein non ha mai esemplificato un solo oggetto, che sia uno. In tutto il Tractatus non c’è mai scritto che cosa, per esempio, un oggetto è. Ciò è di necessità, non è una dimenticanza, perché non si può dirlo, perché non si arriva a dirlo, perché il Tractatus non lo sa dire, e, tuttavia, l’esigenza che esistano oggetti essenziali questa sì, viene fortemente avanzata e dimostrata. Noi non sappiamo quali sono gli oggetti essenziali, ma che ci sono è indiscutibile, perché se non ci fossero noi non potremmo emettere, enunciare proposizioni dotate di senso, perché il senso delle proposizioni non dipende dai fatti, ma dipende dalla struttura della proposizione. Se dipendesse dai fatti, non avremmo più proposizioni, poiché i fatti, in sé, non sono ne veri ne falsi, sono semplicemente contingenti. La sensatezza non può derivare dallo stato di cose, ma dai componenti logici dello stato di cose, quelli che Wittgenstein chiama “oggetti”, sostanze inamovibili; “sostanze” nel senso non tradizionale, non dell’hypokeimenon aristotelico, “sostanze” nel senso di condizioni che “sostano”, che stanno, che non si muovono, che non si dividono, non si frazionano, che non divengono.

Tema cardine sia nel Tractatus, sia nei Quaderni, nelle annotazioni dei quali è presentato sotto il titolo della “idea del essenziale”, ovvero, della esigenza delle cose essenziali, l’oggetto rinvia in maniera complementare, quale controparte ontologica,
alla Vertretung che Wittgenstein assegna al nome. Nomi e proposizioni essenziali, da un lato, oggetti e stati di cose, dall’altro, corrispondono alla medesima esigenza, ossia, la determinatezza del senso: affinché la proposizione raffiguri la realtà, cioè abbia senso, vi devono essere oggetti; parimenti, nella proposizione elementare, che è una connessione di nomi in nesso immediato, dev’essere di principio possibile operare un’analisi che metta capo all’isolamento di quegli elementi, i nomi, che costituiscono la sua struttura. Si comprende chiaramente, quindi, come gli oggetti siano presentati da Wittgenstein come qualcosa che viene postulato dalla natura del linguaggio, e come, in senso generale, l’ontologia metafisica delle prime due proposizioni del Tractatus derivi manifestamente da una riflessione sul carattere logico della proposizione (in quanto asserzione del vero e del falso). Se la proposizione può asserire il vero e il falso (come di fatto accade) allora il mondo deve essere “così e così”. Come si rilevare ancora, del resto, l’apertura stessa dei Quaderni mostra che la meditazione di Wittgenstein muove primariamente dai problemi della logica “come può conciliarsi con l’officio della filosofia (der Aufgabe der Philosophie) il fatto che la logica debba adoperarsi di se stessa? É in che propriamente consiste l’identità logica di segno e designato, anziché dal tentativo di stabilire come sia fatto il mondo, che cosa sia un fatto, oppure un oggetto. La sua ontologia è costruita in quanto fondamento necessario per giustificare la logica: alla possibilità di “dire” con successo degli stati di cose attraverso delle proposizioni, corrisponde, in maniera congrua, un’interrogazione circa lo stato della realtà che fonda e consente questa possibilità stessa.

Peraltro, qui è rappresentata, una considerazione che mette conto di essere esaminata attentamente: che Wittgenstein pervenga ad una posizione di carattere ontologico partendo da un’analisi logica, ovvero, che egli muova dal pensiero, e immagini, poi, una costruzione del mondo tale da giustificare la possibilità del pensiero e il fondamento del suo “aver successo”, non costituisce certamente il motivo di originalità della sua riflessione, poiché in quanto a ciò egli si muove nel solco di una tradizione millenaria, ossia, nella storia stessa della filosofia. In filosofia, sempre si va dalla logica all’ontologia, essendo l’unico problema di cui essa faccia autenticamente questione quello del logos, di un logos che sia vero. Fra i molteplici modi di usare la parola, appartenenti alle diverse modalità del discorso (poetico, retorico, ecc.). È dalla rivelazione di questa parola che, dapprima in Parmenide, Eraclito, e poi manifestamente in Platone, sorge qualcosa come una domanda relativa alla costituzione dell’essere della realtà “in sé e per sé”, secondo un’espressione della logica hegeliana. Una siffatta interrogazione può sorgere solo in un umanità che si sia esposta all’esperienza della parola autentica, ossia, della parola che sia presa entro l’alternativa fra il vero e il falso. Da questo punto di vista, allora la riflessione di Wittgenstein rimane totalmente sul terreno della metafisica, sebbene in lui operi in un intenzione fortemente anti-metafisica, che è tale da indurlo a credere, cosa come egli afferma nel Vorwort, che il Tractatus sia in grado di dare divulgazione alla filosofia. Partendo da una posizione tradizionalmente metafisica. D’altra parte Wittgenstein ha il merito di aver oltrepassato di molto la logica del suo tempo, non essendosi infatti arrestato ad una logistica combinatoria puramente matematica, ma avendo avuto il coraggio di porre nella logica del suo tempo il problema stesso della filosofia: come fa il pensiero a pensare la realtà, e che relazione vi è fra il pensiero e la realtà? Domande che non fanno che tradurre la questione essenziale del significato del segno (di ogni segno), ciò è del carattere di rimando che è proprio di ogni cosa che è.

Da tutto ciò che si è compendiato sul tema degli oggetti, però, è ora necessario recuperare un punto assai importante. Si era infatti affermato che, nel Tractatus, così come non è possibile dire che cosa sia la forma logica, allo stesso modo, non è possibile fare esempi di oggetti. Perché questa impossibilita? Come, inoltre, bisogna intendere affinità, da noi proposta, fra la nozione di forma logica e quella di oggetto? A tali quesiti si dovrà cominciare a rispondere col precisare che gli oggetti di Wittgenstein non devono essere pensati secondo il senso comune, poiché essi non sono fatti, o non sono cose. Gli oggetti sono, costituenti di mondo, ma in quanto proprio come la logica corrispondono alle sue condizioni (Bedingungen), non alle sue parti (Teile): gli oggetti sono le condizioni logiche del mondo, ovvero, sono quelle entità elementari, non contingenti, la cui esistenza è necessaria affinché ciò che intendiamo (meinen) debba essere sempre netto, il senso delle nostre proposizioni, anziché infinitamente complicato, sia finito, e quelle siano in grado di esprimerlo completamente. L’esperienza non è il campo di sussistenza di semplici presenze, poiché essa è, in linea di principio, a priori, esperienza possibile, ovvero, come si può, è luogo dell’incontro col mondo in quanto esso è già da sempre preso nel taglio, o nello stacco, o in guisa (Art und Weise, si potrebbe dire con Wittgenstein) di una determinata figura di mondo. È questa figura a poter costituire, legittimamente, l’oggetto dei nostri saperi (per Kant, le nostre conoscenze), nel novero dei quali dovranno rientrare non solamente i metodi logici di decisione come le tavole di verità, gli schemi “ad albero”, le equazioni matematiche, le costanti logiche, la formula che esprime la forma generale della proposizione, ma anche ogni “conformazione” che, possedendo una struttura logica, appartiene a priori a quella interna relazione di raffigurazione che sussiste tra linguaggio e mondo, la quale funge da modello per tutte le altre relazioni di raffigurazione.

image_pdfScaricare PDFimage_printStampare testo
(Visited 86 times, 1 visits today)