IL MARCHIO OGGETTIVANTE DELLA METAFISICA MODERNA

Il problema essenziale che evidenzia, infatti, la tecnica, è quello di recare in sé il marchio oggettivante della metafisica moderna, Gestell, inaugurata da Platone e giunta a pieno compimento con la tecnica moderna, un’epoca del mondo, Ansichhalten, che egli descrive come metafisica, che conduce a quella dimenticanza dell’Essere” che è il nichilismo di questa stessa epoca. La tradizionale domanda-guida della metafisica: “che cos’è l’ente?” si trasforma all’inizio della metafisica moderna nella domanda del metodo, della via per la quale, da parte dell’uomo stesso e per l’uomo, viene cercato qualcosa di assolutamente certo e sicuro e viene definita l’essenza della verità. Questo mutamento è l’inizio di un nuovo pensiero, in base al quale un’epoca si trasforma in un’altra e quest’altra diviene l’epoca moderna.

La tecnica moderna è per Heidegger un evento ontologico che consiste nel rendere il mondo un fondo, Bestand, a disposizione dell’uomo. In quanto tale si differenzia da un altro fondamentale evento ontologico, descritto con la parola téchne. La tecnica moderna come imposizione di e su un fondo è quindi compatibile, e non paradossalmente, anche con situazioni scarsamente tecnologizzate: quel che è in gioco non è il livello materiale di avanzamento tecnologico, ma il mostrare l’uomo nella pratica attraverso la tecnica. Già da questo dovrebbe essere chiara l’insostenibilità della concezione della neutralità della tecnica. Come può un qualcosa essere neutrale, come può esserlo finanche ogni singolo oggetto realizzato attraverso quel qualcosa, se quel qualcosa stesso è una metafisica con una sua propria specifica ontologia? Ne risulta che la concezione della neutralità della tecnica altro non è che un pregiudizio.

Ma siamo ancora più gravemente in suo [dell’essenza della tecnica] potere quando la consideriamo qualcosa di neutrale; infatti questa rappresentazione, che oggi si tende ad accettare con particolare favore, ci rende completamente ciechi di fronte all’essenza della tecnica [considerarla neutrale equivale infatti a considerarla senza essenza].

Il fatto che sia così diffuso oggigiorno nel considerarla neutrale, è esattamente la conferma di quel dimenticare dell’Essere, cui si è accennato. È l’illusione per la quale sembra che l’uomo, dovunque, non incontri più altri che se stesso […] In realtà, tuttavia, proprio se stesso l’uomo di oggi non incontra più in alcun luogo; non incontra più, cioè, la propria essenza. Infatti la potenza della tecnica che dappertutto, ora dopo ora, in una forma qualsiasi di impiego incalza, trascina, avvince l’uomo di oggi– questa potenza è cresciuta a dismisura e oltrepassa di gran lunga la nostra volontà, la nostra capacità di decisione, perché non è da noi che procede. Il punto di vista di Heidegger è ontologico e prende le mosse dalla considerazione che la metafisica occidentale reca in sé la causa prima del nichilismo, perché, da Platone in poi, in un percorso che passa sostanzialmente per Aristotele, Cartesio, la scienza moderna e Nietzsche, ha oggettivato e manipolato quel qualcosa che è per sua stessa essenza indefinibile e che in maniera soltanto alludente possiamo chiamare “Essere”. L’oggettivazione la notiamo palesemente nel modo di procedere della scienza moderna, che sviluppa quanto già contenuto in nuce in una certa idea di tecnica: essa crea oggetti per sottometterli alle regole che la scienza stessa mette a punto, una regola infatti può essere tale soltanto se è riferita ad un oggetto, quindi anche ciò che è nella sua essenza inoggettivabile (nel linguaggio di Heidegger, l’Essere), deve necessariamente essere ridotto ad un oggetto perché soltanto in questo modo può essere sottomesso a regole al fine di controllarlo e influenzarlo. La metafisica occidentale, da Platone sino ai giorni nostri, si è per Heidegger sviluppata in tal modo, lasciando emergere un senso radicalmente diverso rispetto alla precedente epoca; si è sviluppata, cioè, oggettivando l’Essere al fine di manovrarlo tecnicamente. Si badi come questo implichi la decadenza di un altro luogo comune oggi diffuso sulla tecnica: che essa venga dopo la scienza, come sua applicazione.

Per la cronologia degli storiografi, l’inizio della scienza moderna va collocato nel secolo xviii. Ma quello che è posteriore per l’osservazione storiografica, cioè la tecnica moderna, è in realtà, rispetto all’essenza che in essa vige, ciò che viene storicamente [geschichtlich] prima […]. È perché l’essenza della tecnica risiede nell’imposizione, che essa deve adoperare le scienze esatte. Di qui si origina la falsa apparenza che la tecnica moderna sia scienza applicata.

Qual è dunque la scelta a questo paradigma ontologico che, tramite una prospettiva fin da principio tecnica, oggettiva l’Essere per poterlo influenzare? Quella che si era manifestata prima di Platone: intendere l’Essere non come un qualcosa che debba essere oggettivato, per dominarlo, ma come manifestazione, alétheia, come un qualcosa con cui si possa entrare in contatto solamente tramite percezione, una sorta di rivelazione le cui modalità sono quelle dell’Essere stesso. Tutto il pensiero di Heidegger, ed anche la meditazione sulla tecnica che ne è un momento fondamentale, è costruito attraverso il confronto con il mondo greco antico, poiché è lì che si è manifestata la soglia tra due modi radicalmente diversi di porsi di fronte all’Essere.

Ciò che è stato pensato e poetato agli albori dell’antichità greca è oggi ancora presente [gegenwärtig], così presente che la sua essenza rimasta chiusa ad esso stesso ci sta davanti e ci viene incontro da ogni parte, soprattutto e proprio là dove noi meno ce lo aspettiamo, cioè appunto nel dominio dispiegato della tecnica moderna, che è completamente estranea all’antichità, ma che tuttavia ha la propria origine essenziale proprio in quest’ultima.

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