L’OGGETTO DELL’ESPERIENZA DELLA PERCEZIONE

Per mettere ordine tra le molte questioni sollevate nello scorso capitolo, si può partire da un punto fermo e da una domanda. Il punto fermo è questo: nel descrivere i momenti costitutivi della cosa materiale, dell’oggetto d’esperienza in quanto oggetto d’esperienza, Husserl finisce per far sfociare il suo discorso sul piano della cosa della fisica. La domanda, dunque, è innanzitutto questa: in che rapporto sono queste due nozioni, e dunque in che rapporto sono la semplice esperienza e la scienza, o meglio la rielaborazione teorica dell’esperienza di cui la cosa della fisica sembra essere l’emblema? Si tratta di due mondi distinti o sono due espressioni di un’unica realtà? Rispondere a tali quesiti è fondamentale perché, in relazione alla risposta, la cosa materiale qui in esame può assumere connotati ben diversi tra loro, determinando anche gli esiti dell’indagine di Husserl sul suo conto. Infatti, se cosa materiale e cosa della fisica sono due oggetti tout court distinti, può risultare problematico che un’indagine sulla prima si concluda e si risolva nella seconda.

Per cogliere il punto bisogna prima di tutto soffermarsi con maggior accuratezza e con uno sguardo critico sulla nozione di cosa della fisica, il cui nome può risultare fonte di confusione. È infatti evidente, da quanto detto fin qui, che con questo termine, a volte sostituito anche da “cosa della fisica”, non si vuole analizzare l’oggetto studiato da questa scienza empirica attraverso esperimenti e osservazioni ben regolate e epurate, senza tener conto del rapporto intenzionale tra soggetto e oggetto, cadendo nell’errore naturalista. Piuttosto, essa prende questo nome perché si qualifica, proprio come gli oggetti studiati da Newton e epigoni, come un oggetto puramente quantitativo, dotato soltanto di proprietà geometriche e matematiche, prive di qualsivoglia qualità. La cosa della fisica di cui tratta Husserl, in altre parole, ha le caratteristiche tipiche degli oggetti che la scienza studia ma non è l’oggetto che la scienza studia: innanzitutto non è colta, come quest’ultimo, semplicemente facendo astrazione da un oggetto empirico di alcune sue caratteristiche – quelle, ad esempio, che inficiano la purezza dell’esperimento con l’aggiunta di fattori non ripetibili, non controllabili o semplicemente non conformi alle esigenze della prova sperimentale in atto, ma è elaborata previa una variazione intuitiva che conserva, dell’esperienza, solo gli aspetti essenziali. Essa, inoltre, non è elaborata e usata per spiegare questo o quel dettaglio della natura empirica ma per coglierne le condizioni di possibilità universali e necessarie.

Husserl non sta suggerendo, in coda all’introduzione alla cosa materiale, che l’esame di quest’ultima deve essere risolto nell’ambito delle scienze; sta piuttosto dicendo che va condotto e concluso nell’ambito della teoresi e non più in quello della mera esperienza. Ciò, tuttavia, precisa la natura nel problema senza annullarlo. Se la cosa della fisica si qualifica come un oggetto teorico, allora essa appare del tutto altra rispetto alla cosa materiale, colta invece attraverso l’esperienza sensibile e solo categorizzata tramite variazione percettiva, dunque ne consegue che non si può evitare di chiedersi cosa ne sia di quest’ultima di fronte alla prima. Ne consegue, cioè, che non si può evitare di chiedersi che cosa ne sia dell’esperienza nel suo valore gnoseologico e dell’esperito nel suo peso ontologico se, là dove essi sono descritti e analizzati, risultano alla fine compiuti e inverati in un concetto – quello di cosa della fisica – che con la cosa materiale e l’esperienza da cui essa nasce non sembrano avere più nulla a che fare.

Una possibile soluzione in relazione al rapporto tra scienza e esperienza, è che l’oggetto dell’esperienza della percezione e quello elaborato dall’uomo per teorizzarlo sono la medesima cosa vista da due punti di vista differenti: in questo caso, infatti, il problema sopra posto risulterebbe molto più blando. Non si tratterebbe di stabilire la costituzione del legame tra due enti diversi e di giustificare perché, in particolare, si passi dal piano dell’esperienza a quello della conoscenza, ma si potrebbe sostenere, che la cosa della fisica e la cosa materiale sono due prospettive elaborate sullo stesso oggetto in base a urgenze cognitive e adattive differenti: se si tratta di orientarsi nel mondo per esigenze pratiche quotidiane si può guardare alla cosa d’esperienza – che per Husserl è la cosa materiale – mentre se si vogliono attribuire proprietà effettive e inconfutabili all’esperito bisogna volgersi all’oggetto in quanto oggetto di atti puramente conoscitivi, nelle sue caratteristiche pure e universali, svincolate dalla mutevolezza dell’empiria – e dunque, nel lessico di Ideen II, alla cosa della fisica –; in entrambi i casi, però, il tema di interesse è sempre lo stesso.

Ora, di fronte a soluzione bisogna innanzitutto osservare che, almeno a una prima lettura e in un senso che più avanti sarà precisato, in Husserl, quello della cosa della fisica e quello della cosa materiale sembrano presentarsi come due ambiti ben distinti e separati e non come due diverse interpretazioni del medesimo oggetto. La cosa materiale è, come noto, l’oggetto in quanto oggetto d’esperienza nelle sue caratteristiche essenziali, ottenuto per variazione percettiva da enti del mondo trascendente per come esso si dà alla semplice esperienza. La cosa materiale, in altre parole, è frutto di un’operazione percettiva – non esiste come tale in natura, solo vi sono molti enti empirici che ne sono peculiari espressioni – ma sorge dall’esperienza di cui esprime le caratteristiche essenziali. La cosa della fisica, invece è ottenuto sottoponendo la cosa materiale a un’operazione di passaggio al limite in modo tale da ottenere una perfetta idealità, dotata solo di proprietà universali e perfettamente conoscibili, perdendo alcune delle caratteristiche tipiche dell’esperienza come le qualità secondarie. La cosa della fisica, dunque, conserva relativamente poco dell’esperienza e sembra avere poco o nulla in comune con la cosa materiale. Essa fissa l’idealità dell’esperienza, la pura formalizzazione dell’esperienza, mentre la cosa materiale ne raccoglie gli elementi essenziali, e le due non sono affatto sinonimi.

Per considerarlo basterà ricordare che l’essenza degli oggetti d’esperienza, esprimendo le caratteristiche imprescindibili degli oggetti empirici, comprende al suo interno anche alcune classi di qualità secondarie – la “materia prima”– che dell’empiria sono la cifra; la cosa della fisica, al contrario, essendo pura idealità, ne è del tutto priva. Cosa materiale e cosa della fisica appartengono quindi chiaramente a orizzonti ontologici diversi e fondano discorsi gnoseologici diversi, tali per cui non sembra possibile trascorrere liberamente dall’una all’altra semplicemente variando il proprio punto di vista. Oppure, detto altrimenti, visto che la cosa della fisica è ottenuta grazie a un passaggio al limite, tra il concetto di cosa materiale e quello di cosa della fisica corre la stessa differenza che passa, in geometria, tra il concetto di punto e quello di punto all’infinito: sono due oggetti distinti. Nel caso del punto e del punto all’infinito, si tratta di concetti matematici, e non di cose empiriche, che appartengono però a dimensioni ontologiche diverse; nel caso della cosa della fisica e della cosa materiale si tratta ancora di concetti, e non di meri oggetti, che però sembrano collocarsi su diversi piani di astrattezza e non possono quindi essere intesi come la medesima cosa osservata con prospettive differenti.

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