DEL COMPIMENTO DELLA METAFISICA

Sotto il titolo di «metafisica», come è noto, Heidegger intende l’intera storia dell’Occidente nel segno dell’oblio dell’essere, ossia di un pensiero irriducibilmente rappresentativo, il quale, esprimendosi essenzialmente nella pratica di una mediazione oggettivante, fissante, presentificante, lungi dal pensare adeguatamente l’essere, ne ha causato ognora la costante (seppure inconsapevole) riduzione all’ente; vale a dire, l’inevitabile cancellazione di quel suo carattere di ulteriorità – di trascendenza – rispetto al mero piano ontico, che Heidegger rileva, invece, come costitutivo sin a partire dalle pagine iniziali di Essere e tempo. Intrappolata, così, nella sua tensione alla determinazione rappresentativa (che comprime la trascendenza ontologica all’immanenza ontica), l’intera tradizione metafisica occidentale si è resa ognora colpevole di non aver pensato proprio l’essenziale: l’essere in quanto essere; ovvero, il luogo originario che prodiga ogni spazio di manifestazione e di pensiero.

Dimenticanza che deve essere poi imputata in modo massimo a Nietzsche, dal momento che il suo pensiero, secondo Heidegger, segna proprio il compimento della metafisica, ossia il dispiegamento completo del intrinseca possibilità di quest’ultima. Il che, in termini più esplicativi, significa: se l’atteggiamento metafisico costituisce la cancellazione della trascendenza, il suo compimento non può consistere che nell’estremo oblio – nella definitiva caduta – della nozione di «oltre» relativa all’essere, nel totale disperdere della traccia della differenza ontologica. E da qui si riesce anche a precisare quale sia per Heidegger la distinzione fondamentale che deve esser fatta valere fra la posizione metafisica di Nietzsche e quella a lui anteriore: la metafisica che si esprime in Nietzsche attua la definitiva cancellazione della trascendenza dell’essere che, precedentemente, pur nella riduzione dell’essere all’ente, inconsapevolmente si manteneva. E il modo in cui la metafisica previa a Nietzsche, pur riducendo l’essere all’ente, riusciva allo stesso tempo a riservare all’essere una posizione di trascendenza, stava proprio nell’esplicita intenzione di assegnare all’essere un primato: la posizione dell’ultra-sensibile, di Dio, di fondamento. Così, se da un lato, il pensiero metafisico dell’essere anteriore a Nietzsche restava nella linea di un esercizio di riduzione dell’essere all’ente, visto che comunque pensava l’essere nei termini ontici di fondamento, dall’altro lato, considerando l’essere come luogo ultra-sensibile del fondamento, di Dio, di sostanza ecc., concedeva all’essere ancora quel posto privilegiato che inconsapevolmente ne manteneva ancora una traccia di differenza ontologica (di trascendenza originaria).

Con Nietzsche tale traccia viene, invece, a essere completamente cancellata, dal momento che il suo pensiero si orienta esplicitamente in direzione di una eliminazione totale di ogni possibile insieme che trascenda l’immanenza ontica. Questo è l’inequivocabile senso trasmesso dall’annuncio della “morte di Dio”, sotto il quale, non a caso, Heidegger legge tutte le parole-guida del pensiero nietzscheano (volontà di potenza, eterno ritorno dell’uguale, nichilismo, superuomo): il definitivo allontanamento da quel fondamento trascendente a cui l’intera tradizione metafisica precedente aveva riservato un indubbio primato. A partire dalla situazione appena descritta, si capisce bene come l’intento heideggeriano, nella misura in cui intende porsi, nei confronti di quello della metafisica e di Nietzsche, come controaffermazione di un pensiero «più originario» dell’essere (che pensa adeguatamente l’essere), non può che avanzare la pretesa di legittimarsi sulla base dell’acquisizione di un accesso propriamente originario all’essere.
In tal senso, della struttura portante del progetto heideggeriano, si tratta di cogliere, anzitutto, l’inevitabile introduzione di un doppio registro del discorso: da un lato, un registro «originario», quello che pensa autenticamente l’essere; dall’altro, uno «derivato», quello della metafisica, che, trattenendosi nella pratica rappresentativa, presentificante e fissante, oblia l’essere, cioè riduce l’essere all’ente, caratterizzandosi con ciò, al contempo, come registro non-originario. Ma non solo: si tratta di cogliere anche un altro elemento, quello per noi più centrale, vale a dire, una certo atto heideggeriano che vede assegnare a ciascuno dei due registri una modalità di accesso distinta: al registro originario, un accesso all’origine di tipo immediato e diretto; a quello non-originario – e al contempo derivato – un accesso indiretto e mediato. Questa è la mossa capitale che Heidegger compie e che rende necessaria la problematizzante discussione che il presente capitolo intende sviluppare. Però, prima, ci pare doverosa un’illustrazione più dettagliata di tale operazione, andando a rivisitare alcuni luoghi significativi dell’opera heideggeriana.

In Essere e tempo, il doppio registro del discorso (e del pensiero) si declina nel modo seguente: da una parte, c’è l’ordine inautentico della presentificazione, della rappresentazione, appunto della mediazione ontica, nel quale si resta innanzitutto e per lo più (quotidianamente) imprigionati; dall’altra parte, c’è invece l’ordine originario e autentico, al quale appartiene il registro dell’immediatezza (dell’accesso immediato). Che l’ordine originario corrisponda a quello dell’immediatezza e che l’ordine non-originario faccia capo a quello della mediazione emerge chiaramente dalla distinzione che Heidegger opera fra Phänomen ed Erscheinung. Il registro del Phänomen è quello che fa riferimento a «ciò-che-si-manifesta-in-se-stesso (Sich-an-ihm-selbst-zeigende)», cioè quello dell’essere, il quale si presuppone a ogni intercessione in cui un ente appare (qui apparizione rimanda appunto all’Erscheinung). Il registro dell’Erscheinung dell’ente, invece, non rappresenta quello del Phänomen proprio nella misura in cui l’apparire di qualcosa (Erscheinung von etwas) non attua il manifestarsi (Sich-zeigen) nella sua immediatezza, bensì soltanto «l’annunciarsi di qualcosa che non si manifesta attraverso qualcosa che si manifesta». Altrimenti detto, il manifestarsi di qualcosa rimanda sempre a un manifestarsi in quanto tale. Perciò, l’ordine originario, vale a dire quello del Phänomen, non è mai attingibile a partire dalla mediazione ontica. Al contrario, l’ordine del Phänomen si rende accessibile solo attraverso un registro di pensiero che corrisponda al manifestarsi-in-sé nella sua immediatezza, cioè oltre (senza) la mediazione dell’ente (dell’ente, appunto, come intermediario). In Sein und Zeit siffatto pensiero originario si concretizza in un discorso fenomenologico tale per cui «ciò che si manifesta così come si manifesta da sé» viene lasciato «vedere a partire da se stesso». In altri termini, tale discorso fenomenologico si rende capace di insinuarsi direttamente nell’ambito dell’automostrazione del fenomeno dell’essere, consentendo, al contempo, di scavalcare l’ordine mediato – della rappresentazione ontica, responsabile di qualsivoglia manifestazione originaria dell’essere.

Nella misura in cui investe l’originarietà della manifestazione dell’essere, per lo Heidegger della Kehre, non può che investire anche l’ambito della storia, ovvero l’«accadere originario» che dona lo spazio alla storia: al posto di un pensiero autentico della storia (nel linguaggio heideggeriano: Geschichte o geschichtlische Besinnung), tale da soffermarsi sulla dinamica di donazione dell’essere stesso, domina un pensiero storiografico della storia, cioè la Historie; pensiero che, in linea con l’approccio rappresentativo metafisico, si sbarra l’accesso all’accadere originario stesso della storia, riducendola ai termini di ciò che può essere racchiuso in un’oggettivazione del passato. E se si presta bene attenzione a questa considerazione heideggeriana, ci si rende subito conto di come anche sul piano della storia si riproponga un doppio registro del discorso: quello non-originario della storiografia, che si limita alla considerazione oggettivante della storia, alla storia dei fatti; e quello originario di una meditazione storica autentica, che invece, scavalcando l’ambito delle mediazioni interpretative, le considerazioni sulla storia (che pongono a oggetto la storia), accede direttamente all’accadimento originario della storia come prodigare dell’essere. Soltanto attraverso l’evitamento della storiografia e l’acquisizione di un’altezza di pensiero capace di accedere immediatamente all’evento originario dell’essere si riesce a praticare un pensiero autentico della storia.

Di qui l’intento heideggeriano di praticare un pensiero che, eccedendo l’ordine derivato delle intercessioni rappresentative, riesca ad accedere direttamente all’originarietà dell’essere nella sua trascendenza rispetto all’ente, nella sua fenomenicità originaria rispetto all’apparizione di qualcosa, nella sua storicità propria rispetto a ogni oggettivazione storiografica. Ecco dunque il porre del pensiero heideggeriano che si esplicita nei termini di un accesso diretto all’originarietà dell’essere: il tentativo di dimorare nel luogo originario dell’essere nella sua sottrazione all’ente, cioè nel luogo dell’immediatezza prima della intercessione, dell’anticipo del darsi dell’essere prima del ritardo in cui l’ente appare e dunque l’essere è ormai già eclissato. Questa, in fondo, è per Heidegger la possibilità di un pensiero autentico della trascendenza dopo che, con Nietzsche, la cancellazione della traccia della trascendenza dell’essere ha compiuto il suo corso. Ovviamente, in tale itinerario heideggeriano diretto verso l’ultrametafisicità, un pensiero della intercessione resta interdetto, giacché questa cade ognora in una determinazione, in una fissazione, in una rappresentazione, in una forma storica derivata che ha già sempre perso la chiarezza del applicarsi iniziale dell’essere. In altri termini, laddove si decide l’aprirsi di una forma storicamente determinata, dunque, laddove si attiva l’evento come spazio di elargizione, proprio là non può stare la intercessione che ne deriva. La intercessione concreta costituisce il ritardo di ciò che in anticipo – nell’origine – si decide; dunque, il fenomeno (l’accadere) originario può esser colto soltanto nell’immediatezza del suo puro scaturire, «nell’attimo più nascosto […] del puro giungere». Adoperando la terminologia dello Heidegger lettore di Hölderlin, il pensiero originario è esattamente quella di passare dall’ordine estraneo della rappresentazione e della intercessione all’ordine proprio del pensiero accessibile soltanto immediatamente («proprio», in quanto dimora in cui si dischiude ogni esperienza essenziale).

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