DELL’ONTOLOGIA ATOMISTICA DEL TRACTATUS

I costituenti basici della situazione possibile raffigurata dalla proposizione di base sono chiamati da Wittgenstein “oggetti” (Gegenstände). Prima di parlare delle loro caratteristiche e dell’ontologia atomistica del Tractatus è ragionevole domandarsi il perché egli senta l’esigenza di trattare, prima della teoria dell’immagine e della teoria raffigurativa, degli elementi ultimi (o primi) della realtà. Ebbene come è osservato: «Wittgenstein è ricorso al motivo del “basico”, dell’“indecomponibile” mosso da un’esigenza non già metafisica di determinare regioni ontiche del reale, ma da quella logico-linguistica della determinatezza del senso;[…]». Il ragionamento che lo porta a concludere la necessità di costituenti ultimi della realtà è quello che muove dall’esigenza della determinatezza del senso della proposizione: affinché una proposizione abbia un senso determinato, è una condizione necessaria che la situazione possibile da essa raffigurata sia determinata. Che la prospettiva sia quella logico-linguistica della determinatezza del senso è del resto confermato dal contro-argomento presentato come commento ad una sezione (TLP 4.221) sulla finitezza dell’analisi. Anche nell’ipotesi che il mondo sia infinitamente complesso, così che ogni fatto consti di infiniti stati di cose ed ogni stato di cose sia composto d’infiniti oggetti, anche allora dovrebbero esservi oggetti e stati di cose.

Anche nel caso in cui accettassimo l’ipotesi ontologica dell’infinita complessità del mondo, e con essa l’impossibilità di individuare i componenti ultimi della realtà, anche in quel caso il fatto che la proposizione consti di segni basici, di nomi (TLP 4.22), e raffiguri le loro relazioni, imporrebbe all’analisi di pervenire a proposizioni basici (TLP 4.221). Perché la situazione raffigurata dalla proposizione sia determinata, occorre che sia determinato di che cosa la proposizione parla, di quale stato di cose asserisce la sussistenza. Se la proposizione parla di oggetti e delle loro relazioni allora è necessario che sia interamente determinata l’esistenza di quegli oggetti e la loro disposizione in uno stato di cose: fintantoché la proposizione non è stata analizzata fino a individuare i suoi costituenti ultimi, fino a quel punto, sarà impossibile determinare di cosa essa parli. Va inoltre osservato come il principio della determinatezza del senso alla base dell’ontologia del Tractatus guidi la relazione semantica tra il nome e l’oggetto, oltre che la possibilità di individuare il significato di un nome solo all’interno del contesto della proposizione (TLP 3.3). Il nome significa un oggetto, è in «nesso immediato» con la realtà, soltanto all’interno della proposizione; perché il nome designa direttamente un oggetto ma nei limiti delle condizioni di senso comunicate dalla proposizione. Possiamo notare come Wittgenstein dia per scontata la possibilità di applicare i segni basici agli oggetti per costituire proposizioni dotate di senso; la spiegazione che il Tractatus fornisce alla determinatezza del senso si dispiega allora nella teoria raffigurativa delle proposizione e nell’ontologia che la sostiene: l’ontologia dell’atomismo logico. Nel Tractatus il nucleo argomentativo dell’ontologia atomistica è nelle sezioni 2.0211-2.0212. Dopo aver definito gli oggetti come basici (TLP 2.02) e averne affermato l’identità con la sostanza del mondo (TLP 2.021), Wittgenstein commenta: Se il mondo non avesse una sostanza, l’avere una proposizione di senso dipenderebbe allora dall’essere un’altra proposizione vera. Sarebbe allora impossibile progettare un’immagine (vera o falsa) del mondo.

L’obiettivo di queste sezioni è chi per i più svariati motivi sostiene una posizione contraria all’ontologia atomistica. Ammettiamo per ipotesi che il mondo non abbia sostanzialità, non sia cioè analizzabile in elementi elementari (gli atomi). L’analisi della proposizione vorrebbe comunque che il suo senso venisse determinato dalla configurazione che i suoi elementi costitutivi dispongono al suo interno. Se l’analisi non giungesse mai a questi elementi costitutivi basici, coordinati agli elementi costitutivi basici della situazione raffigurata, allora la possibilità di determinare il senso della proposizione verrebbe meno perché a questo punto dipenderebbe dalla verità di un’altra proposizione. In questo caso, infatti, l’analisi non si arresterebbe mai perché il senso della proposizione dipenderebbe dalla composizione delle sue parti costitutive; ma dal momento che l’esistenza di elementi basici è scartata per ipotesi, allora tali parti costitutive saranno a loro volta dei complessi. Trattandosi di complessi questi elementi costitutivi non potrebbero che essere proposizioni, la validità delle quali (al fine di determinare il senso della prima proposizione) riposerebbe sul loro valore di realtà. Ma il valore di una proposizione può essere verificato solo dall’esterno, dovremmo cioè poter asserire l’esistenza dei suoi costituenti basici indipendentemente dalle condizioni di sensatezza della proposizione nella quale queste proposizioni/costituenti occorrono. Dire che un complesso esiste, infatti, significa asserire che di fatto (in una porzione di realtà) certi costituenti sono assemblati in un determinato modo.

In conclusione, sapere se una proposizione è fondata significa verificare la sussistenza di uno stato di cose, e la sussistenza di questo stato di cose dipenderebbe dal sussisterne di un altro e così via in un anteriore all’infinito. In questo modo collasserebbe anche la distinzione, perché la distinzione di una proposizione dipenderebbe da quella di un’altra: se gli oggetti non fossero la sostanza del mondo sarebbe impossibile costruire un’immagine vera o falsa della totalità dei fatti. Inserito al termine delle osservazioni sulla sostanzialità degli oggetti, presenta sotto la forma di una reductio ad absurdum della posizione contrapposta all’atomismo logico, una spiegazione della possibilità di costruire proposizioni dotate di senso. Anche nel cuore di quella che dovrebbe essere la tesi più impegnata sulla prospettiva ontologica del Tractatus possiamo riscontrare la prevalenza di ragioni logico-linguistiche al fine della motivazione di quel che viene asserito sul mondo. Così a proposito della sezione 2.0121, nella quale Wittgenstein parla di“sussistere” degli oggetti negli stati di cose e dei “fatti” dei quali tratta la logica come totalità delle possibilità. È un tipo di mito ontologico che vuole proporci per mostrare la natura del linguaggio. Come sappiamo, uno dei principali risultati della visione del linguaggio così raggiunta è il rifiuto di ogni mito di questo tipo». L’immagine di una “semantica realista” nel
Tractatus sarebbe messa fortemente in dubbio dalla considerazione del contesto e delle giustificazioni che Wittgenstein attribuisce all’ontologia dell’atomismo logico.

Allora è possibile approfondire alcune delle caratteristiche che Wittgenstein attribuisce agli oggetti. Innanzitutto la sostanzialità degli oggetti ci permette di concluderne la loro invariabilità rispetto alla variazione logica, ovvero rispetto a tutte le possibilità. Sarebbe questo il senso in cui il Tractatus afferma che gli oggetti sono “incolori” (TLP 2.0232): gli oggetti sono la sostanza del mondo, ciò che rende possibile il passaggio da un configurazione del mondo sensatamente descrivibile ad un’altra, pertanto non possiedono proprietà materiali (come la “cromaticità”) e si differenziano solo sulla base della forma, ovvero sulla possibilità generica di ricorrere in stati di cose (TLP 2.0141). La totalità delle possibili situazioni in cui l’oggetto occorre è lo spazio logico (TLP 2.013), l’identità dell’oggetto è costituita da quest’insieme di possibili situazioni che formano lo spazio logico (TLP 2.0121-2.0123). Ma la caratteristica di maggiore importanza che segue dalla sostanzialità degli oggetti è la nozione di proprietà interna (o formale): è la proprietà di un oggetto di poter ricorrere in una data situazione. In questo senso la conoscenza dello spazio logico di un oggetto può essere identificata con la conoscenza della totalità delle sue proprietà interne o formali.

Alla luce di questo percorso tra le caratteristiche degli oggetti del Tractatus, è possibile comprendere cosa Wittgenstein intenda quando si riferisce alla totalità degli oggetti definendoli forma e contenuto del mondo (TLP 2.025): se si considerano le forme di tutti gli oggetti si ottiene la totalità delle situazioni possibili; ora questo dominio di possibilità costituisce la forma comune di tutte le combinazioni del sussistere e del non sussistere di tutte le situazioni, ovvero ciò che è invariante al passaggio del mondo dalla sua configurazione attuale ad un’altra qualsiasi (il contenuto, la sostanza del mondo). Si noti come il livello di astrazione in cui Wittgenstein colloca gli approfondimenti ontologici del Tractatus sia diametralmente contrapposto alla basicità, all’assenza di complessità degli oggetti. Proprio la basicità, in ultima analisi, costituisce non solo la caratteristica che identifica più delle altre la nozione di oggetto, ma anche il punto di partenza dal quale Wittgenstein ha cominciato ad orientare l’ontologia del Tractatus verso l’atomismo logico. Sembra che l’idea di essenziale sia già contenuta in quella del complesso e nell’idea dell’analisi, e in modo tale che noi (prescindendo completamente da qualsiasi esempio d’oggetti essenziali o da proposizioni ove si parli di tali oggetti) perveniamo a questa idea ed intuiamo l’esistenza degli oggetti basici come una necessità logica – a priori. Non è un caso allora che gli interpreti si dividano sulla lettura della essenzialità degli oggetti. Il percorso che porta Wittgenstein all’ontologia del Tractatus sarebbe dunque quello della riduzione della possibilità di tutte le forme logiche alle forme degli oggetti,condizione realizzabile, a patto che degli oggetti si abbia una qualche forma di conoscenza diretta.

Sarebbe questo il significato di “conoscenza” cui Wittgenstein fa riferimento in TLP 5.552. Questa conclusione avrebbe l’effetto di duplicare i livelli di ineffabilità presenti nel Tractatus: da un lato l’ineffabilità della relazione semantica tra nome e cosa espressa dalla tesi che i nomi sono segni primari semplici, dall’altro l’ineffabilità della forma logica della proposizione fondata invece sulla riduzione di tutte le forme logiche alle forme degli oggetti. Le proprietà formali delle proposizioni elementari possono essere esibite mostrando questi oggetti essenziali della conoscenza diretta (TLP 4.12-4.1212). Da ciò, infine, si deduce che il tema del esporre vada riferito al secondo livello di ineffabilità piuttosto che al primo:«L’ineffabilità dei concetti formali segue secondo Wittgenstein dalla generale ineffabilità della semantica, ma la loro dimostrabilità segue solo dalla natura degli oggetti di conoscenza diretta di Wittgenstein. Infatti nel Tractatus Wittgenstein non usa “esporre” come termine generico, applicabile a qualunque cosa possa esser comunicata ma non detta nel linguaggio». La critica più solida che può essere avanzata all’identificazione tra oggetti basici, al di là dell’evidenza testuale definita riguarda la prospettiva all’interno della quale Wittgenstein considera l’atomismo logico.

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