IL PARADIGMA ONTOLOGICO CHE OGGETTIVA L’ESSERE

Il punto di vista di Heidegger è ontologico e prende le mosse dalla considerazione che la metafisica occidentale si è sviluppata in maniera travisata rispetto a come sarebbe stato opportuno che si sviluppasse, perché da Platone in poi, in un percorso che passa sostanzialmente per Aristotele, Cartesio e la scienza moderna, ha oggettivato e alterato quel qualcosa che è per sua stessa essenza indefinibile e che in maniera soltanto alludente possiamo chiamare Essere. L’oggettivazione la notiamo palesemente nel modo di procedere della scienza moderna: essa crea oggetti per sottometterli alle regole che la scienza stessa mette a punto, una regola infatti può essere tale soltanto se è riferita ad un oggetto, quindi anche ciò che è nella sua essenza inoggettivabile (nel linguaggio di Heidegger, l’Essere), deve necessariamente essere ridotto ad un oggetto perché soltanto in questo modo può essere capito, controllato da un punto di vista scientifico. Quindi la metafisica occidentale da Platone, per Heidegger, fino ai giorni nostri si è sviluppata in maniera distorta rispetto alla precedente fase, cioè, si è sviluppata oggettivando l’Essere e successivamente alterandolo tramite la tecnica; in questo paradigma, la tecnica altro non è che un modo per manovrare ciò che è stato oggettivato.

La produzione scientifica è costituita dall’oggettività dell’ente, dal suo apparire come oggetto (Gegenstand) per un soggetto (questo rimanda al fatto che ci troviamo in un’ontologia dividente fra soggetto conoscente e oggetto conosciuto, ovvero un’ontologia del dominio), la produzione tecnica è costituita dalla disponibilità (Bestand) dell’ente, resa possibile dalla sua oggettivazione. L’ente cioè è chiamato (sobillazione scientifica) nell’orizzonte dell’oggettività, anticipato dalla scienza, affinché sia accessibile (Bestand) ad ogni richiesta d’impiego (sobillazione tecnica) da parte dell’uomo.

Qual è l’alternativa a questo paradigma ontologico che oggettiva l’Essere, tramite la scienza, e lo altera, tramite la tecnica? Quella che si era manifestata prima di Platone: intendere l’Essere non come un qualcosa che debba essere oggettivato, per governarlo, ma come manifestazione, pòiesis, come un qualcosa con cui si può entrare in contatto soltanto tramite una dimostrazione, nella quale solo l’Essere, può decidere di dimostrarsi a noi, quindi, tutto ciò che noi possiamo e dobbiamo fare, è porci in un atteggiamento ricettivo, di attesa, di ascolto introduttivo al suo accoglimento, qualora l’Essere momentaneamente – anzi, direi, con Platone, nell’istante – si riveli a noi. L’alternativa ad una metafisica oggettivante è quindi una metafisica dell’attesa, della pòiesis, del manifestare dell’Essere nell’istante. Questo manifestare può avvenire attraverso delle forme privilegiate come l’arte, il linguaggio; così, in un paradigma ontologico nel quale l’Essere non è inteso come qualcosa di oggettivabile (ergo dominabile), ma come un ché di indefinibile, verso il quale l’unico atteggiamento che si possa tenere è quello dell’ascolto, attendendo che sia lui, eventualmente, a manifestarsi, questo è da intendersi come una possibile modalità del manifestare dell’Essere.

E’ ovvio che un simile discorso sia costruito da Heidegger attraverso il confronto con il mondo greco antico, poiché è lì che v’è sia il modo corretto che quello falsato di porsi nei confronti dell’Essere, di intendere la metafisica; questo però non significa semplicemente riportare alla luce il già detto, ma rivolgersi al passato per creare qualcosa di nuovo. Ciò che è stato pensato e poetato agli albori dell’antichità greca è oggi ancora presente (gegenwärtig), così presente che la sua essenza rimasta chiusa ad esso stesso ci sta davanti e ci viene incontro da ogni parte, soprattutto e proprio là dove noi meno ce lo aspettiamo, cioè appunto nel dominio dispiegato della tecnica moderna, che è completamente estranea all’antichità, ma che tuttavia ha la propria origine essenziale proprio in quest’ultima […] ciò che, rispetto al suo sorgere e imporsi, è primo diventa manifesto solo più tardi a noi uomini. All’uomo, l’origine principale (die anfängliche Frühe) si mostra solo da ultimo. Per questo, nell’ambito del pensiero, uno sforzo di pensare in modo ancora più originario ciò che è stato pensato alle origini non è la volontà di far rivivere il passato, ma invece la lucida disponibilità a meravigliarsi di ciò che è avvenuto nell’origine.

Se volessimo usufruire dell’energia che scorre in un fiume, un mulino sarà un esempio di tecnica producente, perché usufruisce di parte di quell’energia senza dominarla e senza modificarla significativamente (in parte il dominio e la modificazione sono presenti ed è inevitabile che sia così perché, come abbiamo visto, nella vita, quindi nell’uomo, quindi nella tecnica); laddove invece si costruisce una diga, ci troviamo di fronte ad una tecnica sobillatrice, che domina l’Essere (in questo caso oggettivando la natura e alterando significativamente l’ambiente). Il manifestare che governa la tecnica moderna ha il carattere dello Stellen, del “richiedere” nel senso del sobillare. Questo accade nel fatto che l’energia nascosta nella natura viene messa allo scoperto, ciò che così è messo allo scoperto viene trasformato, il trasformato immagazzinato, e ciò che è immagazzinato viene a sua volta ripartito e il ripartito diviene oggetto di nuove trasformazioni. Mettere allo scoperto, trasformare, immagazzinare, ripartire, commentare sono i modi del manifestare. Questo tuttavia non si svolge semplicemente. Né si perde nell’indeterminatezza. Il manifestare rivela a se stesso le sue proprie vie, interconnesse in modo multiforme, in quanto le dirige. La direzione stessa, dal canto suo, cerca dovunque la propria assicurazione. Direzione e assicurazione diventano anzi i caratteri principali del manifestarsi.

La tecnica è dunque, allo stesso tempo, il destino e il pericolo dell’uomo. Destino perché essa è indissolubilmente legata all’essere umano. Pericolo perché se è vissuta all’insegna di una metafisica oggettivante, diviene un modo per manovrare l’Essere oggettivato, diviene strumento corresponsabile della decadenza dell’Essere, mettendo l’uomo ad avere a che fare unicamente con gli essenti, gli oggetti: L’essenza della tecnica risiede nell’imposizione. Il suo dominio fa parte del destino. Poiché questo mette di volta in volta l’uomo su una certa via del manifestare, l’uomo, in questo percorso, procede continuamente sull’orlo della possibilità di perseguire e coltivare soltanto ciò che si manifesta nell’impiegare; per questo, in un mondo che vive nel paradigma della metafisica oggettivante, siamo circondati da oggetti che non rimandano all’Essere, non vi alludono (come invece farebbero se fossero frutto di una tecnica producente, cosicché noi potremmo tramite di loro avvicinarci all’Essere, ergo a noi stessi), essendo prodotti di una tecnica, non recano in loro alcuna traccia dell’Essere. Per questo, in un mondo di oggetti artificiali, prodotti dall’uomo, sembra che l’uomo, avendo a che fare con quelli, abbia a che fare con se stesso, in realtà, per quella che abbiamo visto essere la genesi ontologica di tali oggetti, quella di incontrare se stesso in essi, è solo un’illusione per la quale, sembra che l’uomo, dovunque, non incontri più altri che se stesso […]

In realtà, tuttavia, proprio se stesso l’uomo di oggi non incontra più in alcun luogo, non incontra più, cioè, la propria essenza. Abitiamo quindi un mondo del quale l’Essere non fa più parte, un mondo popolato solo da essenti di una tecnica, ovvero di una metafisica oggettivante, pertanto non rimandanti in alcun modo all’Essere, ma anzi, corresponsabili della sua decadenza e conseguentemente del nostro; poiché la nostra essenza può essere illuminata soltanto dall’Essere, disconoscendolo, dimenticandolo non c’è più alcun tipo di luce che possa illuminare questa nostra essenza (aprendo ad altre modalità di esistenza). Impercettibilmente lo stesso esser-presente si muta in un essente-presente. Da questo punto di vista, cioè a partire dall’essente-presente, esso si trasforma in ciò che sta al di sopra di ogni essente-presente, cioè nell’essente presente supremo. Appena si parla di essente-presente, l’immaginazione corre a un essente-presente. Così l’esser presente come tale non risulta distinto dall’essente-presente ed è risolto nel più universale e nel più alto degli essenti-presenti, cioè in un essente-presente. Cade così nell’oblio l’essenza dell’esser -presente e con essa la differenza tra esser-presente ed essente-presente. L’oblio dell’essere è l’oblio della differenza fra l’essere e l’ente. Laddove non c’è più differenza tra Essere ed ente non c’è più nessuna possibilità di entrare in contatto con la nostra essenza, poiché essa non può in alcun modo essere illuminata dagli essenti ma solo dall’Essere.

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