LA LOGICA COMPLETA IL MONDO

A volte si trascura di sottolineare l’eccedenza generativa del motore logico ipotizzato da Wittgenstein. Se noi sviluppiamo le formule che forniscono le cifre impeto combinatoriale (cfr. 4.27 e 4.42), possiamo esemplificare nel modo seguente. A fronte di soli tre stati di cose (ad esempio, tre particelle elementari passibili di avere carica negativa o positiva) e, corrispondentemente, tre proposizioni elementari, avremmo 8 mondi possibili, e 2 8= 256 differenti descrizioni linguistiche, di cui, in ciascuno. Con cinque fatti atomici, abbiamo 32 mondi possibili e oltre 4 miliardi di differenti proposizioni (2 32 = 4.294.967.296). Con otto fatti atomici, i mondi possibili diventano 256, ma le proposizioni sensate (in ciascun mondo) sono 2 256, un numero che espresso in base 10 richiede 78 cifre, e che supera il numero di atomi del nostro universo. Impraticabile calcolare le possibili proposizioni in mondi composti di quindici o venti fatti (e proposizioni) elementari, o magari di migliaia o, più plausibilmente, di miliardi di fatti atomici. Per quanto qui il numero diventi inesprimibile, e lo spazio logico risulti ad esso commisurato, restano pur sempre un numero e uno spazio finiti e delimitati, che la formula logica è virtualmente in grado di saturare completamente, a priori. Occorre aver presente questo impeto a doppio esponenziale, per comprendere che cosa ha in mente Wittgenstein quando afferma che «la logica completa il mondo».

Tale sviluppo riflessivo porta naturalmente ad affrontare la questione dei limiti; e poiché, come detta Wittgenstein a Waismann alla fine degli anni ’20, «il linguaggio accompagna il mondo come la musica accompagna il film», la conclusione è che i limiti del linguaggio segnano («significano») i limiti stessi del mondo. Questo permette di spostare ogni questione ontologica sul terreno linguistico; chiedersi se il soggetto fa parte del mondo, equivale a chiedere se esistono proposizioni che trattino del soggetto stesso. Wittgenstein ora ha di fronte, virtualmente, l’intera possibilità espressiva, generata dall’operazione fondamentale sulla base delle proposizioni atomiche: ci può essere, tra la straordinariamente rigogliosa produzione linguistica, una qualche proposizione che tratti sensatamente dell’Io? Detto diversamente: in questo denso e sistematico “completare il mondo” da parte della logica, di qui ai confini dell’universo, incontrerò mai una proposizione riguardante il soggetto? Se intendo per soggetto un’entità complessa, dunque corrispondente a proposizioni complesse, pare impossibile ritrovare prima o poi, procedendo verso l’esterno, un’efficace individuazione dell’Io. La questione dell’io viene per così dire respinta fino agli estremi confini del esprimibile – e del mondo – senza poter trovare alcun riferimento sensato. Posso provare il percorso inverso, per analisi estesa, nell’ipotesi che il soggetto corrisponda a un evento elementare, a una proposizione atomica.

Queste osservazioni nascono nel maggio 1915, entro una fase di riflessione sul rapporto semplice-complesso; Wittgenstein pone l’idea di soggetto sul lato dell’esteso semplice, fino ad appuntare: «V’è realmente un’unica anima del mondo, che di preferenza chiamo la mia anima, ed a cui immagine e somiglianza soltanto concepisco ciò che chiamo le anime altrui» . Quindi il processo analitico verso l’interno, che può procedere a piacere, potrebbe essere inteso come metodo per tentare di isolare l’Io; ma è più giusto ammettere che non arriverei mai a coglierlo: «Questo è un metodo d’isolare il soggetto, o piuttosto di mostrare che, in un senso importante, il soggetto non v’è. D’esso soltanto, infatti, non si potrebbe parlare in questo libro». In questo caso, l’Io è sospinto verso il confine interno, fino al limite estremo dell’analisi e del esprimibile essenziale.

È appunto la saturazione completa del mondo da parte del linguaggio, in virtù della potenza generativa dell’operazione logica, a costringere il tema del soggetto nell’ambito del problema dei limiti di linguaggio e mondo. Il mondo è in linea di principio suddivisibile in fatti e infine in stati di cose; a partire dal loro corrispondente, la proposizione primaria, la logica costruisce tutte le proposizioni possibili, fino a riempire l’intero spazio logico. Potremmo chiederci: la totalità del linguaggio corrisponde esattamente alla totalità del reale, o può eventualmente, in virtù della sua esuberanza esponenziale, andare oltre i limiti della realtà? Non può, risponde Wittgenstein, nel senso che i limiti del linguaggio significano i limiti del mondo (cfr. 5.6). Al primo punto di approfondimento (5.61), si ribadisce infatti che non solo la logica satura il mondo, ma non può neppure trascenderlo, non può tracimare al di là dei sui confini. La logica completa il mondo; i limiti del mondo sono anche i suoi limiti. Non possiamo dunque dire nella logica [= nel linguaggio significante]: Questo e quest’altro v’è nel mondo, quello no. Ciò parrebbe infatti presupporre che noi escludiamo certe possibilità, e questo non può essere, poiché altrimenti la logica dovrebbe trascendere i limiti del mondo; cioè, se essa potesse contemplare questi limiti anche dall’altro lato. Ciò che non possiamo pensare, non lo possiamo pensare; né dunque possiamo dire ciò che non possiamo pensare.

Di conseguenza, i limiti dell’uno e dell’altra coincidono perfettamente. Solo a partire da questa coincidenza si può indurre il possessivo “ mio mondo”, e dunque giustificare il solipsismo (pur nell’impossibilità sia di affermare positivamente il riferimento a un soggetto metafisico, sia di negarlo sensatamente).«Questa annotazione – continua infatti Wittgenstein con 5.62 – dà la chiave per decidere la questione, in che misura il solipsismo sia una verità. Ciò che il solipsismo intende è del tutto corretto; solo, non si può dire , ma mostra in sé». Sul crinale dire-mostrare, in questo secondo commento alla proposizione 5.6, Wittgenstein pone la giustificazione del doppio possessivo, e insieme illustra in che cosa si mostra ciò che il solipsismo intende : «Che il mondo è il mio mondo si mostra in ciò, che i limiti del linguaggio (del solo linguaggio che io comprendo) significano i limiti del mio mondo». Circa il linguaggio, cioè, la soluzione è scontata, dato che per il Tractatus vi è un’unica logica e un unico universo linguistico, e dire «i limiti del linguaggio» (si noti il corsivo) o « i limiti del mio linguaggio » non fa differenza, dal momento che per linguaggio si intende «il solo linguaggio che io comprendo». Ma la perfetta sovrapposizione di linguaggio e mondo induce la naturale introduzione del secondo possessivo: il mondo è anche l’unico mondo che io posso concepire (non potendo io pensare ciò che non posso pensare, in assenza di uno strumento logico diverso dall’unico che ho), e è dunque irrimediabilmente «il mio mondo».

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