LA FENOMENOLOGIA DELL’ORIGINE

Se, a partire dall’esigenza comune di un allargamento della fenomenalità rispetto alla tematizzazione husserliana dell’evidenza dell’Io, si assume la riduzione, si eserciterà un tipo di fenomenologia tesa a chiarire il senso dell’a priori del mondo come condizione essenziale di ogni manifestazione; se si assume, al contrario, la riduzione in senso heideggeriano, cioè come riconduzione dell’ente al proprio essere – detto altrimenti: la fenomenalità – si eserciterà un tipo di fenomenologia in costante ricerca di quell’origine che la rende possibile. Lungo questo percorso, come si è visto, si consuma l’evento storico filosofico del “inversione” dell’Io husserliano, in favore di un modello di manifestatività completamente libero da ogni residuo di costituzione intuitiva-soggettiva: l’evenemenzialità, ossia la struttura dell’altrove, fa strada ad una fenomenalità che si impone da sé e a partire unicamente da sé, interpellando l’io e coinvolgendolo nella manifestazione stessa. Lungo questo percorso, che in Heidegger va pensato ancora nel contesto della Seinsfrage, cioè di un’ontologia, si apre la possibilità di una estensione dell’Es gibt heideggeriano, che tenti cioè di isolare la dinamica originaria della datità, ossia la struttura del nominare: seppur in modi parzialmente differenti che, come già accennato, riguardano il diverso trattamento riservato all’ontologia.

Questo saggio, ancora una volta, ha il grande pregio di mettere perfettamente a fuoco la differenza tra l’indirizzo trascendentale e quello dell’originario, mossi da un intento comune. È invece nella valutazione di fondo della fenomenologia dell’originario che crediamo: «É del tutto consequenziale che la volontà di rinvenire un punto di partenza (di incontrare un assoluto da cui dipende ogni manifestazione, e che non dipende a sua volta da nulla nella propria auto-manifestazione) si dia invece una soggettività, trascendentale, poiché in realtà una soggettività trascendentale non è null’altro che questo: un assoluto che pone se stesso e pone tutto ciò che gli si dà. In effetti, crediamo vi sia un legame consequenziale tra l’esercizio della fenomenologia come ricerca di un’origine ultima della manifestatività e la costituzione trascendentale.

Probabilmente il rilievo di ciò, tese a mostrare la comparsa nella metafisica di questa categoria fenomenologica, e in particolare di Lévinas e Henry, non ne colgono l’ ispirazione autentica. Più articolata questa posizione su questo punto: se vi è auto- astrazione da parte dell’io, essa non riguarda i fenomeni, ma il fatto che l’io si auto-astragga nel riferimento ai fenomeni. Che il riferirsi-a non sia in quanto tale la sua propria possibilità fenomenologica, in modo rigoroso, significa questo. Questo vuol dire: l’esaminare non è un fenomeno in sé e per sé. […] Sempre agisce in esso una potenza altra dalla sua, potenza nella quale esso si auto-astrae in modo tale che convenga. […] Questa auto-astrazione è la fenomenalità originale, la donazione originale in quanto auto-astrazione.

In ultima analisi, vengono criticati i fenomenologi dell’originario cercando di estendere alle determinazioni fenomenologiche che essi mettono in campo l’ideale husserliano di evidenza. Al contrario, nel contesto della de-trascendentalizzazione che Levinas, Henry e Marion operano, ogni sfera di evidenza soggettiva è esclusa, l’io non è più il baricentro della fenomenalità, ma esclusivamente il termine del movimento originario che mette in scena la manifestazione dei fenomeni: per loro, la riduzione – si badi bene, essa non è una funzione soggettiva ma, per così dire, appartiene alla astrazione: “riducendosi”, i fenomeni sono presenti – ciò viene determinato dall’esterno come originario, ma è l’originarietà stessa di ciò che si può appena nel loro carattere di movimento e dinamica fenomenologica, e non di fondamento dell’apparire, che farebbero “girare a vuoto” una riduzione che tentasse di procedere oltre di essi.

In definitiva, «questi autori descrivono l’epoché come esigenza di ogni posizione d’essere nel cuore stesso della riduzione come riconduzione verso l’originario, e ciò produce una sorta di « esaltazione » originaria, un rilancio originario. Da quel momento, si può vedere il il dato per cogliere la radice del manifestarsi come tale, in un movimento vertiginoso e senza fine in quanto ogni identificazione dell’originario, dovrà ineluttabilmente essere decostruita per esimere il movimento stesso dell’apparire che non può essere fissato in un essere» . Ciò significa, che la riduzione perviene ad un risultato contraddittorio: ipostatizza un elemento originario, da cui dipende la manifestatività in generale, laddove l’epochè richiederebbe la sospensione di ogni posizione fissa d’esistenza. In realtà, viene analizzata l’ipostatizzazione dell’originario come una costruzione speculativa, utilizzando implicitamente lo schema tradizionale della causalità, per cui l’originario, costituirebbero il fondamento della manifestazione dei fenomeni, come una causa agente dietro l’apparire stesso, dunque esterna ad esso.