L’IMPOSITIVO DELLA TECNICA II

E questo gigante universo tecnico, che segue leggi proprie ed assume una propria autonomia, non può più essere il semplice mezzo del quale ci serviamo, ma si impone e si dispiega come il mondo stesso all’interno del quale l’uomo si trova ad esistere, e del quale non può più fare a meno: «il sistema di apparecchi è il nostro ‘ mondo’. E ‘mondo’ è qualcosa di diverso da ‘ mezzo ’». Pertanto, come l’ambiente naturale è l’orizzonte nel quale, da sempre, l’uomo si è trovato immerso e del quale ha sempre vissuto in armonia, questo immenso apparato tecnico sembra imporsi come l’orizzonte dal quale l’uomo non può prescindere. L’uomo non ha più lo status di soggetto che per secoli, a partire dall’età moderna, lo ha contraddistinto, questo status sembra ora essere proprio della macchina. Anche Heidegger, il quale vede nell’imporsi dell’uomo come soggetto e nella conseguente riduzione del mondo a oggetto il presupposto della tecnica moderna quale dominio dell’uomo sul mondo, denuncia la finale riduzione dello stesso uomo a oggetto, assoggettato dalla tecnica intesa come volontà di potenza. Quello che si realizza nella modernità è dunque un’inversione totale: i mezzi divengono inesorabili fino a schiacciarci. Secondo questa tesi non è neppure possibile parlare di singoli apparecchi tecnici, in quanto questi vanno a costituire una totalità, una ‘megamacchina’, avvalorando, in questo modo, ancora di più, la tesi di un’autonomia della tecnica, quale ambito non solo indipendente ma che sembra addirittura dominare l’uomo, imponendosi su di esso sotto la guida di una logica interna che ne conduce l’espansione.

La tecnica, non può più essere intesa come mezzo o strumento, essa infatti è divenuta una avversità, che è sfuggita di mano agli uomini che non sono più in grado di guidarla ma, che, tuttavia, essi non devono rinunciare a sorvegliare. La tecnica in questo modo si impone come soggetto del mondo e della storia. Questa analisi intende, di fronte a queste considerazioni, sabotare il progresso che la tecnica e la scienza hanno favorito, dato che quello che emerge è la presa d’atto che oggi la tecnica non è più un semplice modo di dare forma alla realtà, ma è oramai diventata la condizione stessa in cui la storia si dispiega. In questo senso la tecnica, nel mondo contemporaneo, si è elevata a padrona dell’universo assoggettando persino l’uomo che l’ha creata. Il mondo ormai non è più una cosa in sé, ma è visto solo come materia prima. L’industrialismo ha aperto le porte alla riduzione dell’essere a semplice ‘essere materia prima’. La superiorità degli apparecchi, che si traduce in una vera e propria superiorità ontologica dal momento che l’uomo è ridotto a semplice materia prima delle macchine, apre uno scenario nel quale l’uomo è detronizzato e la tecnica si pone come soggetto della storia. L’azione sul mondo non è più sufficiente, poiché essa ci compromette con il mondo, che è divenuto il mondo della tecnica; ciò che sembra invece necessaria è l’interpretazione. Il mondo cambia senza di noi e alla fine, finirà con il fare a meno di noi portando a compimento l’autonomia della tecnica, la cui conseguenza è la fine dell’umanità: l’uomo superato, viene completamente sopraffatto da un mondo dominato dal sapere tecnico che, prodotto dall’uomo finisce col prendere il sopravvento e dettare le leggi alle quali ora è l’uomo a doversi adeguare.

La tecnica è divenuta dunque un assoluto che si impone come un universo di mezzi che, non avendo più in vista dei fini, ma solamente degli ‘effetti’, traduce i presunti fini in ulteriori mezzi per l’incremento infinito della sua efficienza. A questo afinalismo la tecnica pone rimedio elevando se stessa a fine supremo e facendo dell’ambito della strumentalità, in cui essa si esprime, l’orizzonte ultimo, così da mascherare l’assenza di scopi che invece la caratterizza e l’idea di progresso ad essa legata. E questo mutamento fu reso possibile dall’assegnazione a ogni scopo della finalità di essere un ‘mezzo nella catena dei mezzi’. In questa analisi dell’affermarsi della tecnica attraverso le rivoluzioni industriali, è evidente che, se nella prima rivoluzione erano solo i prodotti a perdere il loro carattere di fine, con il passo successivo è l’uomo stesso ad essere inglobato nel processo di produzione, nel momento in cui i bisogni umani vengono ridotti a mezzi di produzione essi stessi.

Nella società tecnologica, il consumo non rappresenta più la soddisfazione di un bisogno ma diviene a sua volta un mezzo di e per la produzione. In questo modo, il rapporto mezzo-fine ha finito per capovolgersi: «la fabbricazione dei mezzi è diventata lo scopo della nostra esistenza» e lo scopo supremo «consiste solo nell’essere mezzi dei mezzi». Proprio in questa strumentalizzazione degli scopi, che si realizza nel momento in cui la produzione dei mezzi diviene scopo a se stessa, consiste il principio della rivoluzione industriale. Ciò che si può fare tecnicamente deve essere fatto, indipendentemente da quale sia il suo scopo. E l’esempio paradigmatico di questo principio normativo che regge l’era della tecnica, che presunto ‘mezzo tra i mezzi’ è stata prodotta indipendentemente dalla bontà o meno dei suoi scopi, ma solo in quanto poteva essere prodotta. Mostrando così come la tecnica proceda ormai nella sua autonomia, realizzando tutto ciò che può produrre indipendentemente da qualunque paradigma, ponendosi come fine ultimo e soggetto della storia.

Dal momento che nell’epoca della tecnica si ritiene che non esista altro che costituzione, intesa in senso moderno come ciò che può essere sfruttato e impiegato, il mondo e gli esseri che lo abitano vengono considerati come semplice materia prima e di conseguenza come niente. Questo atteggiamento, una volta di pochi, nell’era della tecnocrazia ha preso piede divenendo l’atteggiamento privilegiato che determina il rapporto con l’essere, nei confronti di quel tempo, ormai passato, in cui c’erano ancora dei valori e soprattutto la terra era considerata il fine, e non era solo un oggetto di dominio. Heidegger è colui che più di tutti ha sostenuto l’identificazione della tecnica, rappresentando l’essenza della metafisica occidentale, di cui la tecnica costituisce il tratto fondamentale e la sua realizzazione, collocandosi all’apice delle storia della metafisica.

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