L’ASPIRAZIONE AL CULMINE

ASPIRAZIONE AL CULMINE

 

 

 

 

 

 

La bontà creatrice altro non è che la volontà di potenza, una bontà che si affaccia al di là del bene (inteso come principio morale), in vista del recupero di una radicale immanenza, che si regge sulla comunicazione interindividuale, consentita dal lavorio del negativo.

 

È possibile instaurare un legame tra volontà di potenza e volontà di chance sulla base di un’attenta interpretazione del ruolo che il male, il negativo assume nei pensieri filosofici e di Nietzsche e di Bataille?

 

«L’aspirazione al culmine-il moto del maleè in noi alla luce di ogni etica. Una morale in sé non ha valore che tenendo conto del superamento dell’essere-ributtando la preoccupazione del futuro. Una morale vale in tanto in quanto ci propone il metterci in gioco».

 

 

Emerge, qui, chiaramente, uno stretto parallelismo tra la tematica del male e quella del gioco. Se il movimento del male è il (s-) fondamento di ogni etica (non volgare), e se una morale assume il suo valore (d’uso e non di principio) solo sulla scorta di una volontà ludica, allora, l’aprirsi alla chance è, parafrasando un’opera di Salvador Dalì, un gioco lugubre, un’affermazione convinta del divenire, percorsa capillarmente da un sentimento d’angoscia, derivato dalla consapevolezza della perdita, frutto del moto del male, del negativo. Ciò che è decisivo, in un mondo posto sotto il segno del gioco, è l’abbandono di qualsiasi forma di teoria della conoscenza, di sapere epistemico, è l’innocenza, l’innocenza del fanciullo, che rappresenta «un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì. Sì, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sì: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo».

 

 

Il problema che si pone, a questo stadio del nostro discorso, è di capitale importanza: chi è il fanciullo? esiste un giocatore del gioco? c’è qualcuno che mette in moto la chance? In altre parole, l’interrogazione verte sul ruolo della soggettività dinnanzi alla radicale esperienza del negativo, che si presenta sotto le spoglie del male, dell’assenza, in Bataille, e che si palesa, in Nietzsche, soprattutto, allorquando si vive un estremo dolore: «nel dolore c’è tanta saggezza quanta nel piacere: al pari di quest’ultimo, esso appartiene alle energie di prim’ordine che  conservano la specie […]

 

Dobbiamo saper vivere anche con diminuita energia: non appena il dolore dà il suo segnale d’allarme, è giunto il tempo di diminuirla […] È vero che ci sono uomini i quali […] quando la procella si sta levando v’affissano gli occhi con maggior fierezza, combattività e gioia; anzi è il dolore stesso a dar loro i momenti più grandi. Sono gli uomini eroici, i grandi portatori di dolore dell’umanità» .

 

 

Il fanciullo, in modo particolare di fronte al dolore, avverte pressante il dovere di affermare l’esistenza, nonostante la sua tragicità, di offrire il petto incurante agli strali del caso, con un carico di ingenuità ben lontano dalle pretese del soggettivismo moderno. La volontà di potenza è il punto-zero del mondo, un’indicazione indeterminata ed indeterminante, una piattaformacangiante che ospita, di volta in volta, l’istinto uscito vittorioso (temporaneamente) da una lotta tra affetti. In questo senso, non si dà soggetto volente, ma fanciullo cosmico, che è oblio, in quanto vive in un eterno presente, privo di sensi di colpa e di aspettative o speranze per il futuro.

 

Ciò che conta non è il fine, ma l’atto stesso del giocare, che non risparmia nessun aspetto dell’esistenza: «il gioco che immagino è il più completo: non c’è nulla in esso che non sia posto in causa, la vita di tutti gli esseri e il futuro del mondo intelligibile».

 

 

C’è un valore cosmico, insito nel gioco (o chance), che lo rende l’emblema dello spossessamento, l’antitesi radicale del soggetto-che-vuole, della coscienza intenzionale, e, parimenti, c’è un valore etico, per cui il gioco è di tutti, di chi prima lo gioca, di chi, pur nell’angoscia, non evita l’azzardo, il rischio. «Nello strazio e nella nausea, nei mancamenti in cui le gambe si piegano e fino al momento della morte, starò in gioco. La chance che mi è toccata e che si rinnovò senza stanchezza, che mi precedette ogni giorno […] questa chance mi lega a chi amo, nel meglio e nel peggio, vuole essere tenuta in gioco fino all’ultimo. E se capita che al mio fianco qualcuno la veda, la metta in gioco! Non è la mia, è la sua chance. Non potrà afferrarla più di quanto possa fare io. Non saprà nulla di essa; la porrà in gioco. Ma chi potrebbe vederla senza porla in gioco?

Chiunque tu sia, lettore: metti in gioco la tua chance. Come faccio io, senza fretta, così come nel momento in cui scrivo ti metto in gioco. Questa chance non è né tua né mia. È la chance di tutti gli uomini e la loro luce».

 

 

Volontà di potenza e volontà di chance condividono questa spiccata propensione per il processo (di ordine metamorfico, plastico), piuttosto che per lo scopo, il fine ultimo. Bataille preferisce il termine chance a potenza, poiché, quest’ultimo, sarebbe vittima di una serie di interpretazioni equivoche, che ci condurrebbero fuori dall’alveo del puro mettersi in gioco per ricondurci in quello della schiavitù morale. Gioco e chance, come risultati processuali del moto del male, del negativo, del dolore, aprono il soggetto all’estrema possibilità, coartandolo a vivere sempre sull’orlo dell’abisso, laddove è possibile misurarsi con il fondo ripugnante delle cose.

 

Così, il soggetto, l’io, diviene il protagonista di un’esperienza unica, irripetibile, proprio perché altamente improbabile, in quanto frutto di un movimento casuale, di una chance. «Quanto a me, io esisto, -sospeso in un vuoto realizzato-sospeso alla mia angoscia-differente da ogni altro essere, e tale che i diversi eventi che possono accadere a chiunque altro e non a me respingono crudelmente questo io fuori da un’esistenza assoluta […] Poiché se fosse sopravvenuta la più piccola differenza nel corso dei successivi eventi dei quali io sono il risultato, al posto di questo io, desideroso nella sua interezza di essere me, ci sarebbe stato un altro».

 

Quando Bataille afferma “Moi, j’existe”, quel moi non rimanda all’io astratto, ma all’individuo in carne ed ossa, che si staglia, sospeso, sul vuoto della contingenza, della possibilità, un individuo assolutamente unico, perché frutto insostituibile di un processo stocastico.

 

L’esistenza si apre ad un nuovo infinito, all’infinito dei possibili, ad un prospettivismo affettivo, con un incedere casuale, inframmezzato dalla selezione dell’io, una selezione innocente ed oscura, perché rimanda all’imponderabilità dei movimenti impercettibili, sottesi all’agire umano, perché rimanda ai motivi che il corpo insinua costantemente nell’ambito della prassi. Tali motivi altro non sono che un Kräftespiel (gioco di forze), nei riguardi del quale gli esseri si trovano (non, si pongono) in uno stato di totale innocenza, che non gli consente di calcolare in precedenza il rapporto tra le forze in lotta. La chance sembrerebbe coincidere con questo quantum indefinito di energia che, in modo squilibrato, si divide in forze, le quali ingaggiano un serrato confronto, che porterà una a soggiogare l’altra, secondo una dinamica di azione-reazione. Tuttavia, Bataille, sul finire del suo testo dedicato a Nietzsche, scrive: «la volontà di potenza è il leone, ma il bambino non è forse la volontà di chance?» .

 

La volontà di potenza meno della volontà di chance, sarebbe in grado di descrivere quell’inutile dispendio, quello straripare improduttivo di forza, quella part maudite che è destinata, secondo la prospettiva batailleana, ad essere, sempre di nuovo, persa. Ecco, allora, che la potenza fa problema a Bataille, in quanto si opporrebbe a quella politica del dono, tanto a cara al filosofo francese, dove non c’è nulla da guadagnare, ma tutto da sacrificare, come nel caso dell’antico potlàc: «in quanto gioco, il potlàc è il contrario di un principio di conservazione: esso mette fine alla stabilità delle fortune quali esistevano all’interno dell’economia totemica, in cui il possesso era ereditario.

All’eredità una eccessiva attività di scambio ha sostituito una specie di poker rituale, di forma delirante, come fonte del possesso».

 

La volontà di potenza non conterrebbe, allora, alcuna forma di dépense, sarebbe un approntare la libertà in vista di una nuova creazione (coincidendo, di fatto, con il ruolo del leone nello Zarathustra). In effetti, ad un primo livello di comprensione, leggendo queste parole: «la volontà di potenza può manifestarsi solo contro delle resistenze; cerca quel che le si contrappone-questa la tendenza originaria del protoplasma, quando mette fuori pseudopodi e si tasta intorno.

 

L’appropriazione e l’assimilazione è anzitutto un volere sopraffare, un formare, un modellare e rimodellare, finché il vinto sia passato interamente sotto il potere dell’aggressore accrescendolo» , saremmo tentati di pensare alla volontà di potenza, solamente, come ad una Wille zur Gleich-machen (volontà di assimilazione), quando essa, invece, prevede la perdita, il dispendio: «considerata meccanicamente, l’energia del divenire totale rimane costante; considerata economicamente, sale fino a un vertice e ridiscende da esso in un eterno circolo; questa volontà di potenza si esprime nell’interpretazione , nel modo di usare l’energia-la meta appare pertanto la trasformazione dell’energia in vita, vita in massima potenza» .

 

 

L’energia cosmica, considerata dal punto di vista dell’economia generale, pare suggerirci Nietzsche, raggiunge il suo stato culminante (che è quello della vita, non biologicamente intesa), nel momento in cui naviga nell’assenza di equilibrio. Dei movimenti di tale energia nulla potremmo capire senza una preliminare ricognizione nel campo delle leggi economiche generali, sottolinea più volte Bataille, senza un preliminare tentativo di ratificare un rapporto già esistente, quello tra l’attività economica umana ed il moto delle forze nell’universo. In definitiva, sia Nietzsche che Bataille, ritengono che l’energia del globo proceda per progressivi picchi e successive perdite, per stati di salute e stati di malattia.

 

Ciò che forza il movimento circolare dell’energia, in Bataille, però, è il riconoscimento di una perdita, che non può più essere riassorbita, di un’eccedenza che va sprecata, nelle «spese cosiddette improduttive: il lusso, i lutti, le guerre, i culti, le costruzioni di monumenti suntuari, i giochi, gli spettacoli, le arti, l’attività sessuale perversa (cioè deviata dalla finalità genitale)».

 

La crescita di un organismo, di un sistema, in Bataille, ha un limite (il possibile si arresta nell’impossibile), superato il quale si installa la dépense; in Nietzsche, invece, un organismo non smette mai di crescere, in quanto la vita ha possibilità infinite di prospettiva (la crescita è l’interpretazione, lungo il crinale delle sue infiniti modificazioni).

 

Laddove, per Bataille, l’ideale è quello della massima spesa, per Nietzsche: «lo stesso quantum di energia significa, nei diversi gradi dello sviluppo, cose diverse. Ciò che fa l’incremento della vita è l’economia sempre più parsimoniosa e che calcola sempre più lontano […] Come ideale, il principio della minima spesa…» .

 

 

Nonostante questa sottile differenza, la volontà di potenza e quella di chance condividono la più netta avversione nei confronti di qualsiasi forma di trascendenza, rivendicando la posizione assolutamente centrale dell’immanenza, un’immanenza che si riceve, che «non è il risultato di una ricerca». Sia l’idea di potenza, che quella di chance rappresentano l’evento che supera il dato, un pensiero che ha varcato le soglie dell’essere e del nulla.

 

Tanto il gioco tra forze, di cui parla Nietzsche, che la politica del dono, del sacrificio, propugnata da Bataille, mettono l’agente, il soggetto, l’ioal servizio dell’azione, dell’opportunità, e non viceversa. Il soggetto del gioco è un soggetto angosciato, improbabile, un soggetto che si è fatto carne, che ha rinunciato al suo oggetto, superandolo in quanto dato incontrovertibile.

 

L’io, questa piccola parola carica d’illusione, riduce la sua estensione, tramutandosi da colosso speculativo, intellettuale a parte infinitesima di un più generale movimento energetico universale. Un uomo nuovo, trasfigurato, senza nome, si sostituisce al vecchio soggetto speculativo, un uomo bisognoso di una nuova salute, «una salute che non soltanto si possiede, ma che di continuo si conquista e si deve conquistare, poiché sempre di nuovo si sacrifica e si deve sacrificare…». Il sacrificio, quindi, come cifra peculiare di un’immanenza che ha condotto la vita fuori dall’era dei padroni, un’immanenza al di là del bene e del male.

image_pdfScaricare PDFimage_printStampare testo
(Visited 90 times, 1 visits today)