FENOMENO

SOLIP

 

 

 

 

 

La filosofia di Husserl si propone di esaminare l’esperienza in modo impregiudicato, facendo a meno di qualsiasi prospettiva che valga soltanto in forza della tradizione, dell’autorevolezza o del prestigio goduti, oppure in virtù di concezioni relative alla verità che non siano state preventivamente sottomesse a esame critico.

 

Per Husserl l’esperienza deve parlare da sé, e deve essere accolta per come si dà, e insieme nei limiti in cui si dà, come recita la frase che in Idee definisce il “principio di tutti i principi” (§ 24). La sola convalida legittima di una filosofia che sappia affrontare autenticamente ed adeguatamente l’esperienza della realtà, invece di ricoprirla preventivamente con nozioni magari prestigiose ma problematiche in quanto molteplici, deve essere l’esperienza stessa, che però a sua volta va compresa in ciò che veramente è e per come si dà.

 

Husserl prende così posizione nei confronti del proliferare, già molto diffuso alla sua epoca, di una molteplicità incontrollata di dottrine filosofiche tra loro irriducibili e tutte incapaci di dimostrare la propria superiorità nei confronti delle altre. La filosofia versa in uno stato di crisi che, ad avviso di Husserl, non può essere superato se non con un ritorno alla realtà così come essa si mostra, “prima” di ogni teorizzazione.

 

 

 

Di qui la propria proposta teorica, che Husserl chiama “fenomenologia” proprio in quanto intende discutere di ciò che si manifesta effettivamente, e non di ciò che dovrebbe essere secondo questa o quella dottrina. Per Husserl il ritorno ai fenomeni ha il vantaggio di togliere di mezzo qualsiasi costruzione intellettuale arbitraria, facendo piazza pulita di incrostazioni dottrinarie inavvertite ma perciò stesso tanto più effettivamente operanti come presupposti inindagati. Un esempio di tale situazione, necessariamente insuperabile entro i confini del

 

 

 

dibattito tradizionale, è quello relativo alla realtà del mondo esterno: esiste autonomamente oppure soltanto se vi è un soggetto percipiente? Questa è una antinomia classica che divide i realisti dagli idealisti, e che Husserl eredita al momento in cui avvia la propria riflessione. Lo stesso tipo di antinomia si ripresenta se si esamina la questione della coscienza e del suo statuto ontologico. Ma l’innovazione apportata dalla fenomenologia husserliana non consiste nel decidersi per una o l’altra delle due opzioni, quanto piuttosto nel mostrare la necessità di superare l’opposizione stessa.

 

 Ciò è possibile se si prende l’esperienza, e non l’esperito o l’esperiente, come fonte primaria, e si delinea un programma di ricerca che, senza dover decidere innanzi tutto su cosa esista e sul senso dell’esistere, si disponga a descrivere ciò che concretamente si rende disponibile attraverso l’esperienza, senza giudicarla, e senza far entrare in gioco nella descrizione alcunché che non sia legittimato dall’effettivo modo con cui esso si dà.

 

Questo però implica che l’esperienza debba essere intesa come propria sempre di qualcuno. Non si dà cioè una esperienza “in generale”, come, secondo Husserl, Kant avrebbe sostenuto. Ogni singolo esperire è sempre temporalmente e spazialmente condizionato, essendo proprio di qualcuno in particolare, e non di un soggetto generale che perciò inevitabilmente è un soggetto generico e astratto.

 

Questa concezione generica dell’esperienza è quella che Husserl qualifica come propria dell’atteggiamento naturale, cioè l’atteggiamento comune, che non è però “naturale” nel senso di giusto pernatura, ma al contrario è carico di presupposti filosofici inindagati. Studiare l’esperienza pertanto implica che si faccia una pausa e un passo indietro rispetto a tale naturale propensione a comprendere l’esperienza e quanto in essa si dà come ovvio. Questo non significa dichiarare che l’esperienza è illusoria.

 

 Al contrario, questo implica che essa sia esaminata effettivamente e come se si desse per la prima volta. Per Husserl ci si deve tornare a stupire di come il mondo si dia e di come l’esperienza sia possibile. Si può anche dire che si tratta di riguadagnare uno sguardo “puro”, senza però che questo significhi credere in una verità assoluta e indipendente.

 

Al contrario, per Husserl questa messa in parentesi dei pregiudizi comuni con cui si crede di fare esperienza (che è anche il modo con cui generalmente l’uomo conduce la propria esistenza, senza metterla in discussione), consiste nel portare in luce che ogni concreto esperire è sempre dato a qualcuno, ad un “io”, cioè consiste nel rendersi conto che l’unico modo adeguato di parlare dell’esperienza è sempre soltanto a partire dall’esperienza che “io” faccio, e non che “si” fa, o si dice di fare. Questa tesi, enunciata ora in modo rapido e semplificato, è articolata da Husserl in modo molto tecnico in opere come le Idee per una fenomenologia pura [§§ 33-46]o le Meditazioni cartesiane [I e II Meditazione] Il punto fondamentale però è l’affermazione che l’esame dell’esperienza, per essere insieme adeguato e condivisibile da tutti, deve essere da tutti condotto “in prima persona”.

 

Questo è il cosiddetto “cartesianismo” di Husserl, che però in realtà rappresenta una posizione del tutto autonoma. Di Cartesio Husserl riprende infatti l’attenzione sul soggetto, ma senza recepirne né lo scetticismo nei confronti della realtà esterna, né la prospettiva fondativa e quindi metafisica. Per Husserl non si tratta di poggiare la conoscenza di ciò che è incerto sull’unica certezza inconcussa dello “essere pensiero”.

 

Per Husserl, in altri termini, non si tratta di un problema relativo all’“essere” (un problema ontologico), perché qualsiasi presupposto relativo all’essere va lasciato da parte e messo tra parentesi. Si tratta invece di un problema di descrizione (fenomenologica, appunto) di ciò che si esperisce, cosa che implica che uno degli elementi più immediatamente evidenti, reperibili a un esame impregiudicato, risulta esser proprio che sono “io” a esperire, e non un altro, o qualcosa che faccia esperienza al mio posto (ad esempio il cervello, che è una nozione scientifica).

 

Tuttavia la questione è che l’atteggiamento ingenuo, cioè “naturale”, con cui si pensa che l’esperienza avvenga, consiste proprio nel non accorgersi del ruolo dell’io, inteso al modo appena esaminato. E allora si parla di esperienze di tavoli e sedie, uomini e animali, montagne o fiumi, ma non ci si accorge che tutti questi oggetti o cose non se ne stanno “lì” puramente e semplicemente, ma sempre in relazione a qualcuno, a un qualche “io”, che ne faccia l’esperienza. Il che non vuol dire che essi non esisterebbero se tale esperienza non fosse fatta (Husserl non è Berkeley, per il quale la realtà è da ricondurre all’esperienza che un soggetto infinito (Dio) ne ha); significa piuttosto che se si vuole fare i conti davvero con ciò che si mostra, è necessario includere il suo mostrarsi, nonché il suo mostrarsi a “me”, come elementi altrettanto fondamentali da far entrare nella descrizione.

 

Ecco dunque delineato un principio che poi, pur con tutte le differenze, sarà sostanzialmente recepito da tutti quei pensatori che, a qualche titolo, si sono ispirati alla prospettiva fenomenologica: nella descrizione dell’esperienza per come essa si dà, gli elementi che entrano in gioco (anche se normalmente non vengono avvertiti, il che spiega le infinite dispute metafisiche al riguardo) sono: ciò che si manifesta, colui a cui si manifesta, e il manifestarsi stesso, da intendersi come il fatto che qualcosa si manifesti a qualcuno.

È questo terzo elemento, in particolare, a venir generalmente trascurato nelle analisi dell’esperienza che sono state svolte sia in campo empirista che idealista. Ed è questo terzo elemento a fare la differenza della fenomenologia. A cui si deve poi aggiungere anche la considerazione per cui, se ciò che si manifesta, e colui a cui la manifestazione si dà, sono connessi, allora non vi è innanzi tutto una separazione tra soggetto e oggetto, come nelle ricerche classiche, quanto piuttosto, al contrario, una loro correlazione. Il che è quanto Husserl dichiara quando sostiene (seguendo e ampliando la lezione del proprio maestro, Franz Brentano, che ogni esperienza è “intenzionale”, cioè è una relazione tra un soggetto e un oggetto, relazione che esiste come tale e che in un certo senso precede i termini che essa connette.

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