L’EVENTO DELLA SOGGETTIVITÀ STIRNERIANA

EVENTO

 

 

 

 

 

Per comprendere la posizione di questa nuova configurazione della soggettività, ci si può giovare probabilmente di una sola occorrenza esplicita, che emerge dalla moltiplicazione delle definizioni via negationis del contenuto dell’unico:

 

“L’Unico è una parola, e ognuno dovrebbe sempre poter pensare qualche cosa quando adopera una parola, una parola dunque dovrebbe avere un contenuto di pensiero. Ma l’Unico è una parola priva di pensiero, non ha alcun contenuto di pensiero. In che consiste dunque il suo contenuto, se non è il pensiero? È un contenuto che non può esistere una seconda volta, e quindi anche non può venir espresso; perché, se potesse venir espresso, realmente e completamente espresso, esisterebbe per la seconda volta, esisterebbe nella «espressione»”.

 

 

Ciò che Stirner esprime in queste poche righe è, a mio avviso, il fulcro di tutta la sua costruzione parodica. Il passo si rivela pertanto decisivo per due ordini di motivi: in prima battuta esso esplicita in termini conclusivi l’ineludibile e necessaria refrattarietà dell’unico alla rappresentazione, alsaputo si potrebbe anche dire; in secondo luogo viene qui mostrato il punto teoretico in cui l’intero gesto stirneriano trova senso e indica la sua verità, ossia l’istante in cui Stirner opera lo spostamento – se non la dislocazione o addirittura il far precipitare – dell’intero ordine del discorso dal piano della significazione al piano dell’evenemenzialità.

 

Per dirla in altri termini, il contenuto dell’unico, che “non può esistere una seconda volta”, rifiuta senza possibilità di appello l’idealizzazione, esibendo la fatale impossibilità della coincidenza tra saputo e vissuto, tra spirito e vita che costituiva il culmine della filosofia hegeliana, ossia, almeno per quanto concerne l’orizzonte teoretico della prima metà del XIX secolo, della filosofia stessa.

 

È pertanto necessario rivolgersi un’ultima volta ad Hegel per comprendere adeguatamente come Stirner pervenga all’evenemenzialità e le ragioni profonde di tale gesto. I termini di partenza riguardano quindi la vita e lo spirito, il vissuto e il saputo, e il terreno dove si gioca la partita non può che essere il divenire storico:

 

 

“Storia della vita e storia dello spirito fanno uno e però sono distinte dallo spazio e dal tempo, in quanto la prima è l’esteriorizzazione oggettivata, la seconda è la ricomprensione in sé della alienazione. Nel tempo dello spirito accade così la liberazione dalla alienazione nello spazio. La nuova figura che ne deriva è quella libertà che di nuovo si spazializza e si oggettiva, e così via, sino a quando perveniamo al sapere assoluto.

 

Qui però la storia è cancellata. […] La verità, giunta al culmine del processo, non è più qualcosa di storico. Nel sapere assoluto lo spirito scopre che l’accidentalità delle figure divenienti della coscienza, alienate nello spazio e recuperate via via nella ripetizione saputa del tempo, erano in realtà mosse da una necessità in cammino. I fatti della terra, del mondo, della vita, nella loro apparente estrinsecità, erano intrinsecamente tenuti insieme dalla continuità di una necessaria ragione: in realtà niente si è mosso, perché la «sostanza» era già là, anche se essa si mostra solo alla fine. Questa fine era anche l’inizio (già lo sapeva anche Aristotele) e questo è appunto il sapere assoluto”

 

 

La posizione hegeliana dello spirito assoluto, ossia ciò che Hegel stesso considerava il culmine, la punta estrema del proprio sistema, è infatti attingibile, almeno di principio, solo attraverso la storicità essenziale della totalità natura-spirito, tale in quanto connessa all’operare umano, all’“operare di tutti e di ciascuno”, e garanzia della sua Wirklichkeit.

Questo è il nucleo di una lettura non ingenuamente idealistica di Hegel, che tenga adeguatamente conto dell’importanza della prassi e dell’operare interindividuale nell’economia del progetto speculativo hegeliano. Scrive ad esempio Herbert Marcuse a conclusione dell’intensa disamina condotta in Hegels Ontologie:

 

 

“Nella filosofia occidentale, sin dall’antichità, mai la vita nel suo agire e il mondo della vita come opera e pragma erano stati così posti al centro dell’ontologia”

 

 

Eppure Hegel soffre al contempo di questo paradosso, ossia che la fondazione nella storicità, nello spazio della natura, si risolve nel tempo dello spirito e si scopre necessitata, si scopre come “la sostanza e l’essenza universale, eguale a se stessa, permanente, – l’irremovibile e indissoluto fondamento e punto di partenza del fare (Tun) di tutti – il loro fine e la loro meta, come il pensato in-sé di ogni autocoscienza”. Ma appunto questa uguaglianza, questa permanenza, che è fine nel duplice senso di termine e meta, è eterna, assoluta, sciolta dal divenire storico.

 

Tutta l’estrinsecità del mondo umano, del suo fattivo operare era in verità solo apparente, perché in realtà tutte le sue divergenze risultavano guidate, e legate, da un teleologismo ad essi intrinseco, quello della continuità della ragione necessaria (Vernunft). E, conseguentemente, lo stesso movimento della storia risultava fittizio, una simulazione coscienziale, perché la sostanza era già da sempre là, immobile e immutabile:

 

 

“La fine, dice Hegel, mostra questa priorità di se stessa, solo in quanto, mediante il cambiamento operato dall’agire, non risulta nient’altro da ciò che era già. La comprensione della storicità è insieme la comprensione della sua necessità; tutto ciò che è estraniato nello spazio e nel tempo è risucchiato nella verità dello spirito come immoto esser-così come doveva essere e come non poteva non essere.

Il sapere assoluto, allora, cancella le sue evanescenti figure; il loro tempo viene negato e così riscattato. Il sapere assoluto, dice Hegel, abbandona la sua esistenza temporale, il regno del mondo, alla pura interiorizzazione (Erinnerung), alla pura memoria, al puro ricordo. Mezzanotte dell’autocoscienza spirituale che solleva il vissuto temporale alla atemporalità eterna dell’istante in cui si attua il sapere assoluto, cioè la verità del divenuto”

 

 

 

La cancellazione delle figure le apre alla possibilità del riscatto, si potrebbe anche dire della redenzione, ma al contempo le mostra nella loro evanescenza costitutiva, nella loro natura da sempre e per sempre transitoria, nel loro destino di negazione. Nell’elevazione, nella sollevazione (Aufhebung) alla “atemporalità eterna dell’istante in cui si attua il sapere assoluto” si rivela infatti la verità “del divenuto”, ossia il suo raccogliersi nella memoria come “storicità del divenire che assurge alla sua verità”, la quale è, appunto, ab-soluta dal divenire storico:

 

 

“Lo spirito assoluto, quindi, non è nella storia reale, sebbene diventi «assoluto» solo attraverso la storia reale. Ma in quanto poi la depone, il sapere assoluto se ne libera, ricapitolando nel ricordol’intero processo dei gradi immediati della mediazione assoluta. Solo così può essere la totalità dei momenti, non essendo nessun momento, avendone mediata ogni immediatezza in sé, ed essendo lui la mediazione pura”

 

 

Per dirla con i termini della Wissenschaft der Logik si compie così la struttura del sillogismo disgiuntivo che rappresenta al contempo la purezza della mediazione e la negazione (il toglimento) della stessa: il movimento del sillogismo disgiuntivo è infatti per Hegel “il togliere la sua stessa mediazione”, che, “in pari tempo”, toglie “il formalismo del sillogizzare”:

 

“Il risultato di questo togliere la mediazione è quindi una immediatezza che è posta per il togliere della mediazione. Il risultato è un essere, il quale è insieme identico con la mediazione ed è il concetto che ha ristabilito se stesso nel suo esser altro e dal suo essere altro. Questo essere è perciò una cosa che è in sé e per sé, l’oggettività”.

Commenta, chiarificando, Sini:

 

“Questo essere […] ha in sé la mediazione; il suo comparire «oggettivo» è il togliersi della mediazione stessa, cioè di tutto il cammino che la realtà e il sapere hanno dovuto compiere per portare a identità l’essere e il concetto: l’essere è il concetto stesso nella sua immediatezza mediata e scomparsa nella sua «oggettività»”.

 

In sintesi, “il medio è l’atto di cancellare se stesso”. Con questo passaggio si giunge chiaramente al cuore del sistema hegeliano: il movimento della Phänomenologie e della Logik sono uno, sono lo stesso e identico movimento di Aufhebung di tutto il percorso storico, di tutte le figure della mediazione per approdare al compimento – Stirner direbbe sarcasticamente al “trionfo” – della filosofia e della storia che è, al contempo, la loro fine, la loro elisione in vista di una “nuova prassi intersoggettiva”, la “prassi storico-razionale di un’umanità «liberata»”.

Ma, per ottenere questo guadagno, questa apertura (indefinita) al futuro, cosa è necessario che sia tolto nell’Aufhebung? O, per dirla in altre parole, quale perdita comporta l’estremo gesto hegeliano?

 

 “In questo modo lo spirito assoluto perde manifestamente la vita e la storicità costitutiva della vita. Hegel non può salvare, come vorrebbe, la complementarietà tra vissuto e saputo, che culminerebbe appunto nel sapere assoluto. Il vissuto è sempre un vissuto saputo e il sapere è una forma della vita (è Hegel che ce lo insegna). E allora un sapere assoluto, cioè «sciolto» dall’operare, non è più vivente nell’individualità della vita, che è sempre differenza dell’operare,

della prassi concreta, opera spazio-temporale di alienazione e di recupero della medesima. In conclusione: se il sapere è davvero assoluto, cioè sciolto, allora non è vivente. In questo senso diciamo che la figura finale del sapere assoluto perde la vita

 

È a patto di perdere la vita che il sapere diventa assoluto, perché esso non può più sostenere la complementarietà con il vissuto, con il fattivo operare e differire che caratterizza l’individualità vivente della vita. Il concetto, in tutta la sua portata ontologica e nella pretesa di essere la totaleWirklichkeit, si rivela quindi sciolto dalla concretezza della prassi, dal suo incessante differire perchéconfinato (costretto?) nella sua intrinseca e rassicurante necessità.

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