EGO EGO-ISTA EGO-CENTRICO

EGOCENTRIC

 

 

 

 

 

 

Ne L’unico e la sua proprietà Stirner passa in rassegna molte forme di relazione sociale, come abbiamo detto, scagliandosi contro di queste come contro altrettante forme di religione; ancora lo Stato e il partito vengono analizzati come entita sacre che determinano un rapporto di sottomissione del soggetto e non di utilizzo da parte di quest’ultimo. Alla fine della sua rassegna, Stirner giunge al concetto di proprieta, concetto sacro per eccellenza nella societa borghese come nella societa comunista.

 

Si svolge quindi un’appassionata critica di questa divinita che puo essere ben compresa se si prende in considerazione la critica piu particolare che l’autore fa del sistema di Proudhon. Nella visione egoistica, la proprieta e tutto cio che l’unico ha la forza di avere, di mantenere e di utilizzare in base alla sua volonta; al contrario, nella visione socialista, il singolo e spogliato di ogni proprieta che e quindi trasferita all’umanita intera.

 

A questo punto le conseguenze, dopo quanto detto finora, non hanno forse bisogno di essere ripetute; la societa e divenuta un soggetto sottomettendo a lei tutte lesingole individualita.La societa e proprietaria e il singolo uno straccione nullatenente. Similmente accede nello Stato borghese nel quale, i cosiddetti proprietari, non sono altro che feudatari di una certa quantita di proprieta statale, concessagli appunto quale feudo.

 

«Nello Stato non c’è alcuna proprietà, cioè proprietà del singolo, ma esiste

solamente la proprietà dello Stato. Solo grazie allo Stato io ho ciò che ho, così

come solo grazie allo Stato io sono ciò che sono. La proprietà privata è solo

quella parte di proprietà sua che lo Stato stesso mi concede».

 

 

Concessioni del genere, tra l’altro, sono dettate da necessita pratiche evidenti; infatti e proprio grazie a questi feudi che viene controllata la fedelta dei sudditi e la stabilita del sistema – e importante che ognuno abbia qualcosa da perdere.Quindi, se la proprieta borghese deve essere considerata un furto, allo stesso modo l’appropriazione di questa, da parte della societa intera, non fa che perpetrare lo stesso crimine ai danni del singolo. La proprieta che ci viene proposta nella visione di Stirner, non e quindi una proprieta garantita dal diritto, una concessione; ma una proprieta condizionata dalla potenza, la potenza dell’individuo che ne legittima il possesso e non quella di una forza estranea.

 

 «Che cos’è dunque la mia proprietà? Nient’altro che ciò che è in mio potere!

Quale proprietà sono autorizzato a possedere? Ogni proprietà che ho il potere

di autorizzarmi a possedere… Sia dunque il potere a decidere le questioni di

proprietà: io voglio aspettarmi tutto solo dalla mia potenza».

 

Soffermiamoci ancora su di un altro aspetto della societa che lo Stirner analizza; l’AMORE. Questo sentimento sembra esserci imposto sia da coloro che credono in Dio che da coloro che credono nell’uomo.

 

Entrambi, infatti, ci prescrivono di porre al di sopra di noi qualcosa di superiore, per il quale appunto dobbiamo nutrire un amore incondizionato, che giungasino all’annullamento di se. In effetti e Dio ad essere amore, noi in quanto parte di Dio siamo chiamati all’amore; o nel caso dell’umanitario, l’amore e una proprieta dell’uomo e in quanto esseri umani amiamo.Anche questo sentimento, per il nostro autore, deve essere quindi riportato “nell’inevitabile” ottica dell’egoismo, riappropriandosi di un sentire che ci appartiene come unici. Tentiamo quindi di vedere in quali termini l’amore, puo ancora far parte del “vocabolario unico”.

 

Qui ritengo sarebbe interessante leggere il testo stirneriano tenendo presente l’antica distinzione tra έρως e άγάπη.Lo stesso autore, non appellandosi a questa distinzione, incontra alcune difficolta linguistiche:

 

 

«Si può ancora parlare di amore, in questo caso? Se conoscete un’altra parola,

usatela pure… io da parte mia non trovo per adesso alcun altro termine nella

nostra lingua cristiana e continuo perciò ad esprimermi come so: io amo il mio

oggetto, la mia proprietà»

 

Se intendiamo per amore l’agape; sentimento che presuppone un disinteresse e un altruismo incondizionati, ci accorgiamo – anche in base a quanto gia detto – che questi e inconcepibile per l’essere umano preso nella sua singolarita. Questo e quello che solitamente la societa intende per amore e che, come tentero di chiarire nel terzo capitolo di questo lavoro, e un atteggiamento logicamente contraddittorio per il soggetto che, in quanto individuo e, e non puo che essere un ego, ego-ista ed ego-centrico.

In ultimo si puo aggiungere che, un tale tipo di amore potrebbe essere proprio soltanto di un’entita priva di soggettivita – e ad una tale definizione non corrisponderebbe nemmeno l’idea che comunemente ci si fa di Dio.

 

Detto cio, e facendo riferimento alla distinzione summenzionata tra eros e agape, possiamo continuare a parlare di amore solo in quanto eros, mettendo cosi in rilievo come soltanto la posizione di Stirner sia coerente con tale presupposto. Potremmo infatti definire con eros, il tipo di amore passionale, che sorge da una mancanza- necessita dell’individuo e, nello stesso tempo, si esprime come desiderio di acquisizione e conservazione dell’oggetto. Un concetto di amore che vorrebbe allontanarsi da questadefinizione per fare proprie le caratteristiche di disinteresse e altruismo cadrebbe inevitabilmente – come gia accennato – nella contraddizione.

 

Un’altra eventualita si presenta quando un soggetto decide di annullarsi nell’oggetto amato. In questo caso e la sua stessa volonta a spingerlo verso questo sacrificio di se ma, anche questa volta, il sacrificio di se e il mezzo attraverso il quale la volonta del singolo persegue il suo interesse, o per utilizzare un concetto a me molto caro, persegue la sua potenza. Di conseguenza anche questo tipo di amore e presentato da Stirner come amore per il sacro, un amore appunto che pretende di essere disinteressato ma che non e altro che annullamento di se in favore di un’entita che si crede superiore.

 

E questo spettro, questa presunta superiorita di un ente all’infuori di noi, che crea quel fraintendimento della volonta, che si annulla nell’amore per l’altro da se. Lasciamo che siano le dirette parole del nostro autore a chiarirci alcuni punti:

 

 

 

Forse che non devo provare mai un vivo interesse per la persona di un altro?

Forse che la sua gioia e il suo bene non devono starmi a cuore…? Al contrario,

io posso sacrificargli con gioia innumerevoli piaceri miei… anzi il mio piacere e

la mia felicità consistono per l’appunto nel godere della sua felicità e del suo

piacere. Ma c’è qualcosa che io non gli sacrifico: me stesso; io rimango egoista e

– godo di lui»

 

 

Chi volesse trovare, nella citazione di qui sopra, un movente differente dal semplice egoismo metterebbe in evidenza la sua ipocrisia e incoerenza.

 

 

«Tutto il nostro amore romantico prende la stessa piega: ovunque troviamo

l’ipocrisia e l’autoillusione di un amore disinteressato, un interesse nell’oggetto

per l’oggetto stesso, non per me e certo non per me soltanto»

 

 

 

Nel testo, il filosofo di Bayreuth sembra a volte contraddirsi, ma tenteremo di chiarire piu avanti questi punti, per ora contentiamoci di fissare i termini nei quali l’amore puo rientrare nell’ottica dell’unico. Diamo quindi ancora una volta la parola a Stirner:

 

 

«Il mio amore è veramente mio proprio solo se consiste totalmente in un

interesse personale ed egoistico, nel qual caso l’oggetto del mio amore è veramente

il mio oggetto o la mia proprietà. Alla mia proprietà io non devo niente, non ho

alcun dovere nei suoi confronti, così come non ho alcun dovere, mettiamo, verso

il mio occhio; se lo proteggo tuttavia con grande attenzione, lo faccio solo per

me»

 

 

In definitiva, amare incondizionatamente, imporsi – a modo dei cristiani – un amore cieco alle prerogative del soggetto, amare come dovere e obbligo sacro, e comportarsi in modo preconcetto affidandosi ad un pregiudizio.

 

A questo punto potremmo essere tentati di vedere in Stirner uno dei tanti ideologi rivoluzionari che, scagliandosi contro le istituzioni religiose e statali, propone ai suoi seguaci un nuovo tipo di assetto sociale. Questa prospettiva e lungi dall’interessare il nostro autore, che chiarisce quanto sia limitante l’ipotesi rivoluzionaria di fronte all’impianto teorico della sua opera. La rivoluzione ≪consiste in un rovesciamento della condizione sussistente o status, dello Stato o della società… la rivoluzione ordina di creare nuove istituzioni».

 

Cio che il filosofo di Bayreuth propone come pratica dell’affermazione dell’unicita e invece la RIVOLTA o ribellione; questa infatti e la manifestazione di una singolarita che si solleva contro le istituzioni ma senza preoccuparsi di definirne di future. E un’insurrezione contro il potere dal quale ci si vuole liberare, ma non presuppone la creazione di una costituzione migliore. Egli non si pronuncia a lungo sull’attuabilita pratica di una societa formata da unici, non ci prescrive una serie di azioni attraverso le quali sovvertire il sistema. In effetti, gran parte del suo pensiero, e concepito per spingere l’individuo ad una presa di coscienza; raggiungendo la consapevolezza dei moventi piu profondi dell’agire umano e dei meccanismi sociali.

 

 

Si, Stirner parla poco, molto poco dell’unico, e ancora meno ne parla in termini positivi. Una dinamica che lo accomuna con Nietzsche per certi versi; la parte costruttiva delle loro opere e la piu problematica ed incerta. E subito evidente allo sguardo del lettore; la sezione dell’opera di Stirner dedicata specificatamente all’unico non e piu lunga di cinque pagine. Sintomo anche questo dell’impossibilita di esprimere determinati concetti, dell’indicibilita di pensieri giunti al limite; attraversato il nichilismo, il linguaggio filosofico deve essere abbandonato. E forse questa la sua vecchiaia?

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