SEGNO DEL DIVENIRE INCESSANTE DEL “VISSUTO”

INCESSANTE DEL “VISSUTO”

 

 

 

 

 

 

 

Emerge ora chiaramente come sia proprio contro questo gesto, o meglio, nello scardinamento parodico della logico di questo gesto, che Stirner attinge la compiutezza della propria strategia.

 

Coglie alcune suggestioni in tal senso Alberto Signorini parlando a proposito del pensiero di Stirner di “decostruzione” e individuando in essa “un aspetto tragi-comico” poiché “senza testo nessun commento può darsi e la decostruzione ha bisogno di un testo su cui esercitarsi”. Ma a suo avviso l’aporia della decostruzione stirneriana, motivo della tagi-comicità della stessa, risiede nella costrizione a “formalizza(re) la propria interpretazione che, pur nella demolizione, la lega alle rappresentazioni esistenti secondo il principio d’una presa di coscienza preliminare, indispensabile e necessaria”. Secondo me, invece, l’assunzione del carattere parodico di tale decostruzione scongiura precisamente tale aporeticità e tale costrizione, assumendo la comicità, anzi l’umorismo – esso sì “indissolubilmente legato all’esistente”– come strumento principe della strategia.

 

Non casualmente l’andamento della dialettica (hegeliana) mima il movimento dell’ironia (socratica ma non solo), il cui percorso è apparente, perché necessitato. E se si volesse tracciarne qui la compiuta parabola, sarebbe necessario tematizzare il trapasso di questa ironia nella dialettica platonica la quale, nonostante la sua esaltazione dell’oralità, deve inevitabilmente tradursi in un dialogo fittizio, altrettanto necessitato, perché artificiale, simulato nel pensiero, ben lontano dall’imprevedibilità dello scontro fatale e agonale, dalla corporeità della dialettica reale.

 

La dialettica hegeliana, che è compimento di questo percorso di scrittura della verità, di in-formazione delle anime basata sull’insegnabilità del sapere fondatore del sapere comune, ne eredita sia la cogenza, ossia l’effettualità e la potenza sia la problematicità, ossia l’impossibilità costitutiva di rispondere e corrispondere al tumulto del divenire, di uscire dalla finzione astraente che ne costituisce la cifra.

Scegliere consapevolmente l’umorismo, come già tematizzato sulla scorta di Jankélévitch, significa invece dispiegare l’organo adatto al compito di restituire e vivere l’evenemenzialità della storia, ossia la fatalità dell’assenza di ritorno, nella nullificazione del rifugio (fallace e simulativo) della ripetizione idealizzante che cancella le peculiarità del singolare (evento, persona, cosa), rendendolo puro oggetto di scambio.

 

Se le cose stanno così è perciò possibile istituire – seppur con la necessaria cautela di intendere l’operazione non in termini assiologici, quanto piuttosto in termini di efficacia – un coerente e cogente parallelismo (non oso dire un’identificazione) tra le coppie concettuali Aufhebung-Auflösung e ironia-umorismo. Alla tendenza sommamente conservativa del plesso Aufhebung-ironia, si contrappone così quella eminentemente dissipativa dell’Auflösung-umorismo. Risulta allora chiaro sin d’ora come l’orizzonte del gesto stirneriano non possa che dirsi comico in quanto solo mediante la parodia è possibile mettere in atto la già dimostrata sostituzione dell’Auflösung all’Aufhebung e tale traslazione risulta ora completamente interna all’orizzonte della comicità come passaggio da una modalità ironica a una modalità umoristica di corrispondere al divenire dell’esistenza.

 

Ma tale traslazione dall’Aufhebung all’Auflösung – ecco il punto decisivo – viene a coincidere esattamente con il gesto stirneriano di opporre alla fissità del sapere assoluto, significazione eminente della stabilità del “saputo”, l’unico, il cui contenuto non può esistere mai due volte, ossia il segno del divenire incessante del “vissuto”. Infatti, se in Hegel la temporalità del vissuto si sollevava (aufheben) all’istantaneità atemporale del momento di attuazione del sapere assoluto, in Stirner la sollevazione va concepita come Empörung connessa all’Auflösung, ossia come consumazione della temporalità nell’istante della sollevazione stessa, come posizione di “un atto vivente mondiale, […] ma di una mondialità momentanea, momentanea quanto l’atto”.

 

 Ma allora, per dirla ancora con Carlo Sini, “l’unico è l’atto di potere che esercita il suo potere – che si espande, delineando un mondo, un mondo per quell’atto, un mondo di quell’atto” e, aggiungerei, un soggetto per (di) quell’atto. Si tratterebbe allora di un potere, o meglio di una forza, che si compie nella puntualità di un atto irripetibile, di un evento che contemporaneamente fa il soggetto di quell’evento così come il mondo di cui quell’evento è atto.

 

“L’unico in quanto collegato con […] tutti gli aspetti della finitudine, dell’effimero ecc., è il gioco della temporalità. È la questione della temporalità in termini singolarmente opposti a ciò che Nietzsche ne diceva: «l’eterno ritorno dell’identico». Per quanto riguarda Stirner definirei invece la situazione così: il momentaneo senza ritorno del diverso. L’unico è il momentaneo senza ritorno del diverso. Esso è compiuto nel suo mostrarsi, in ogni suo mostrarsi eventuale e finito”

 

 

L’unico è quindi, come sostiene Alberto Signorini, un “nuovo principio di indeterminazione, [una] struttura intimamente differenziale” proprio perché “l’unico non è un fatto, ma un fare, un crearsi, un prodursi” e, bisogna aggiungere, un distruggere e un distruggersi, nella perfezione di ogni atto che altro non è che l’espressione sempre fungente della sua forza:

 

“Un uomo […] non ha vocazione, bensì forze che si esprimono là dove sono, perché il loro modo di essere consiste unicamente nel loro esternarsi ed esse non possono mai restare inoperose, così come la vita stessa che, se si «fermasse» anche solo un secondo, non sarebbe più vita. Allora si potrebbe esclamare all’uomo: usa la tua forza! Ma questo imperativo verrebbe interpretato come se fosse compito dell’uomo far uso della forza. Non è così. Ciascuno utilizza, piuttosto, realmente e in ogni istante, tanta forza quanta ne possiede. […] Proprio per questo, cioè per il fatto che le forze sono sempre attive, l’ordine di adoperarle sarebbe superfluo e senza senso. Adoperare le proprie forze non è la missione o ilcompito dell’uomo, ma è la sua azione sempre reale e presente. «Forza» è soltanto una parola più semplice per indicare la manifestazione della forza”

 

 

Si può quindi conclusivamente affermare che l’unico è una “parola più semplice per indicare la manifestazione della forza” sempre “reale e presente” della prassi concreta, della costitutiva differenza dell’operare che caratterizza il divenire dell’esistenza stessa, se intesa come esistenza “vissuta” e non come esistenza “saputa”. È quindi chiaro che sia questo l’esito ultimo della parodia stirneriana nei confronti di Hegel, ossia la posizione di un controgesto che non significhi una facile elusione dall’ordine filosofico in direzione di una prassi naturale e prefilosofica (per dirla hegelianamente un ritorno alla certezza sensibile), bensì consista nel trasferimento dello stesso discorso filosofico dal piano astorico del sapere assoluto a quello pratico e storico dell’evenemenzialità.

 

Resta ora da problematizzare se questo evento del divenire della forza possa ancora dirsi propriamente, una soggettività, dato che, per parlare rigorosamente di soggettività – anche solo epistemica – è necessario presuppore una continuità, un’identità a cui riferire il pensiero o la vita stessa, un punto fermo nella fissità nel divenire. In Stirner questa permanenza, a dispetto di quanto sostengono diversi autori, è totalmente abolita. Per dirla ancora con le parole di Alberto Signorini:

 

“Il problema è di sapere chi parla in filosofia, chi all’interno del discorso filosofico, ordina, distingue, giudica e cioè chi è il soggetto che pensa. In Stirner è l’unico a parlare e l’unico è ancora un soggetto. Aggiungerei: provvisoriamente ancora un soggetto. In realtà […] Stirner ci propone una nuova strategia con la quale cerca dire, disperatamente, di elidere il soggetto o quantomeno di porlo in subordine, di emarginarlo, di escluderlo, di dimenticarlo”

 

 

E ancora più radicalmente:

 

“In realtà quello che Stirner persegue è una vera e propria denegazione del soggetto. […] Stirner denuncia, per la prima volta nella storia del pensiero, i limiti del pensiero rappresentativo e dunque del soggetto in quanto soggetto epistemico. […] A noi non resta che prendere atto della sua estrema determinazione che equivale alla cancellazionedel soggetto tout court, una determinazione che accetta l’epilogo fatale del suo pensiero e lo iscrive in ciò che può dirsi col silenzio”

 

Ma con questa morte per ablazione del soggetto epistemico bisogna veramente decretare la fine della soggettività tout court? Ossia, in maniera più profonda, i limiti della soggettività confinano con i limiti del pensiero rappresentativo ed eludere tali limiti significa precludersi la possibilità stessa di una soggettività e conseguentemente di una relazionalità, ossia in altri termini di un’etica? Il tentativo di replica sarà la trama del seguito dell’argomentazione, ma si deve affermare sin d’ora che la risposta è negativa. A mio avviso esiste la possibilità di una soggettività vivente oltre i confini del pensiero e del linguaggio, ossia del predominio della presenza a sé, anzi si produce proprio in tale irriducibilità. Si può quindi concordare :

 

“Una soggettività si produce dove il vivente, incontrando il linguaggio e mettendosi in gioco in esso senza riserve, esibisce in un gesto la propria irriducibilità ad esso” La soggettività che Stirner configura ne è appunto un esempio eminente. Egli infatti ne postula esplicitamente e consapevolmente la vuotezza, la cavità in luogo di una pienezza1143 per scongiurar la fissità di un’identità possibile solo come astrazione e, al contempo, per garantire lo spazio di

manifestatività all’evento della forza che di volta di volta si fa unico. Credo si possa fruttuosament accostare questa peculiare modalità del soggetto con quella elaborata da Alfred North Whiteheadin merito alla concezione di “evento”. Non si postula qui naturalmente alcuna assimilazione tra due filosofi così distanti per orientamento e intenzioni, né si presuppone alcuna influenza diretta di Stirner su Whitehead, anche se essa non è da escludere totalmente, dati gli interessi e gli spunti hegeliani su cui il filosofo e matematico britannico lavorò a lungo, ma si può ragionevolmente ipotizzare uno sviluppo di pensiero che attinge, almeno su questo punto, ad esiti avvicinabili. Anche Whitehead infatti mirava a pensare l’evento, fisico e metafisico a un tempo, in un senso non sostanzialistico: proprio a tale scopo egli elabora la nozione di “prensione”:

 

 

“Per poter garantire la non sostanzialità dell’evento, Whitehead aveva introdotto l’idea di prensione, ossia il divenire soggetto (o, meglio, super-getto) da parte del flusso continuo di accadimenti che caratterizza il processo. […] La prensione è caratterizzata dal fatto di contenere il proprio passato, in quanto costituita dalle “situazioni” innumerevoli che la precedono più o meno direttamente. Ed essa, istanta-neamente, perde il proprio carattere soggettivo diventando, a sua volta, componente «oggettiva» di prensioni successive”

 

 

E quindi, più nello specifico:

 

“La caratteristica principale dell’evento whiteheadiano sia il fatto che esso è costituito dalla prensione in un punto del processo da parte di tutta la rete di relazioni che sottostanno a questa prensione e che, in ultima istanza, costituiscono il processo stesso. In questo modo, si ha che l’evento, la prensione è un momento del processo di relazioni che costituiscono il reale e, precisamente, il momento in cui un punto di questo processo diventa soggetto (o super-getto), ossia si ritrova ad essere format dalla rete di relazioni (in questo caso “oggetti”) che hanno portato alla prensione stessa. A sua volta, la prensione che ora è soggetto smetterà di esserlo (e quindi di essere prensione) pressoché istantaneamente, divenendo a sua volta oggetto di successive prensioni e parte della rete di relazioni”

 

La nozione di soggettività elaborata da Whitehead viene quindi a coincidere con l’evento, sempre nuovo e sempre rinnovantesi, della soggettivazione, ossia con quell’evento per cui un punto del divenire della forza si fa soggetto, o meglio, negli specifici termini di Whitehead, si pone come super- getto. Tale nodo di relazioni, fisiche e metafisiche a un tempo, emerge dal flusso di relazioni in un atto che non crediamo sarebbe illegittimo definire “creatore di mondo” in quanto determina quantomeno una configurazione cosmologica momentanea, addirittura istantanea, che immediatamente torna nel flusso relazionale per divenire oggetto di nuove prensioni da parte di altri nodi soggettivati.

 

Ma l’unico di Stirner non è precisamente l’atto momentaneo e transeunte con cui egli pone un mondo, al contempo ponendosi come soggetto che “se stesso consuma” nella differenza dell’operare? A mio avviso, inoltre, anche l’assunto elaborato da Whitehead, per cui una prensione diventa immediatamente oggetto di prensioni successive, potrebbe essere accostato senza forzature ermeneutiche alla dissoluzione della distinzione tra soggetto e oggetto messa in atto da Stirner. Consumazione che si afferma nella peculiare concezione stirneriana di proprietà, nella sua costitutiva connessione con l’unico, che ora, pertanto, è necessario tematizzare.

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