STORICISMO E NICHILISMO GIURIDICO IV

JURIDICAL 4

 

 

 

 

 

4. Qua e là nella dissacrante analisi della giustizia, ma più nelle ultime pagine, si discopre la schietta visione del Foscolo, che si direbbe di un acerbo e poetico nichilismo.

L’uomo vive nelle tenebre dell’ignoranza; ogni suo sforzo di conoscenza è vano; egli non riesce a dar senso al proprio essere e al proprio agire. “Io non so né perché venni al mondo, né cosa sia il mondo, né che cosa io stesso mi sia …”; “… e questa stessa parte di me che pensa ciò che io scrivo, e che medita sopra di tutto, e sopra se stessa, non può conoscersi mai”; “… mi trovo come attaccato ad un piccolo angolo delle spazio incomprensibile, senza sapere perché sono collocato piuttosto qui che altrove …”; “Io non vedo da tutte le parti che infinità che mi assorbono come un atomo”.

 

Questa impossibilità di un qualsiasi sapere, che giunge fino alla mancanza di autocoscienza; questo agitarsi, senza significato alcuno, di passioni e piaceri, di risorgenti bisogni e di strenue volontà; non trova altro rifugio che lo stringente vincolo della propria città, della “terra che mi è assegnata per patria”. “Vedo – scrive Foscolo – che l’eterna guerra degli individui e la disparità delle loro forze produce un’alleanza, per cui l’amore de’ miei, della mia famiglia, della mia città: e tutti uniscono con me i bisogni e i piaceri e le sorti della loro vita contro i desiderj insaziabili degli altri mortali”.

Dove non è l’alleanza leopardiana de La ginestra, l’unirsi solidale degli uomini contro la natura e lo stringersi dei ‘mortali in social catena’, ma l’alleanza di uomini avverso altri uomini, che insaziati minacciano le mura della città. La patria, in difesa della quale Foscolo chiama gli uomini, non è la patria comune del ‘genere umano’ ma questa concreta e storica patria, la “terra che mi è assegnata per patria”. Non il conflitto tra uomo e natura, ma i terribili e spaventosi conflitti, che, opponendo uomini ad altri uomini, e patrie ad altre patrie, costruiscono nel tempo la nostra storia.

 

 

5. Si è sopra discorso di storicismo e nichilismo del Foscolo, ed ora se ne vorrebbero segnare i tratti riassuntivi. Il ‘dolente storicismo’ (per usare una formula definitoria di Luigi Russo) è nella nuda considerazione dell’agire umano, che egli viene ricostruendo dalla più remota antichità fino ai suoi giorni, i quali anche potremmo dire nostri. Ignaro della ‘verità del diritto’, per la quale gli è negata ogni via, Foscolo si restringe all’accaduto, alla certezza esperienza evidenza dei fatti.

E questi sono assunti in certa estrinseca oggettività, quasi dimenticando che i fatti sono sempre tali per la mente umana, onde sono accertati, esperiti, giudicati evidenti. Il debole e mortale io è l’io, che pure li pensa, li trae dentro di sé, e, interpretandoli, giunge a negarli come puri e semplici fatti. Il nichilismo, che dicemmo acerbo e poetico (cfr., supra, §4), non travolge il piccolo io smarrito nell’universo, incapace di trovare un senso al nascere e al vivere, ma capace di esperienza storica, di unirsi con altri nel vincolo della città, di avvertire bisogni e passioni.

 

Al Foscolo non si può né deve chiedere un sistema filosofico, poiché il pensiero si fa sentimento, sicché la prosa accademica congiunge insieme meditazione e lirica, ansia speculativa e abbandono del cuore. Si potrebbe dire, adattando parole profonde di Giovanni Gentile, che in Foscolo “materia del suo canto è la sua filosofia”. C’è la serietà e onestà del pensiero, che non svaga in sofismi né azzarda lontani orizzonti, ma sta alle cose, alla lezione crudele della storia. Foscolo non può né vuole nascondere ciò che gli sembra di aver appreso dalle istorie: verso i giovani sente, ineludibile e vincolante, un dovere di impietosa sincerità.

 

L’orazione si chiude con un intenso e caldo appello: “… rivolgiamo tutti i nostri studi, i nostri pensieri, i nostri sudori, i nostri piaceri, e la nostra gloria alla patria, per illuminarla coraggiosamente ne’ traviamenti e soccorrerla con generosità ne’ pericoli”. Questa patria non è, come pure si è detto, lo Stato-potenza, che ha di contro lo Stato-giustizia, a quel modo che l’ideologia storicistica avversa l’ideologia illuministica e democratica. La patria foscoliana è la terra che ci è assegnata per patria, la terra che è nostro dovere di invigorire all’interno mercè la severità delle leggi e di difendere da ‘usurpazioni’ straniere.

La forza, esercitata per invigorirla e difenderla, nulla ha da vedere con la volontà di potenza, con la volontà di stabilire e accrescere il dominio di uno Stato sugli altri: è piuttosto volontà di unirsi insieme, di raffrenare le individuali passioni in un vincolo comune, di uscire dall’originaria anarchia. C’è Hobbes; non c’è ancora Nietzsche. La contemplazione del divenire non approda al nulla, ma trova rimedio, e quasi si appoggia e sostiene, nel culto della patria.

 

6. Invano, mi pare, si cercherebbe il nome di Foscolo nelle storie, anche le più erudite e sicure, di filosofia del diritto o di filosofia politica. Eppure il giurista può scorgere nell’orazione pavese un documento di grande rilievo, un testo che parla di noi stessi e dei nostri tempi. L’argomentare del Foscolo, liberato di certo ingenuo sensismo e oggettivismo, riesce fermo e persuasivo. Il diritto gli si presenta incondizionato, cioè sciolto da ogni presupposto metafisico e religioso, e tutto risolto nella positiva storicità.

Positiva è la legge posta, posta dall’uomo per altri uomini, e garantita dall’esercizio della forza: così la legge è in grado di stringere e conservare i popoli nel vincolo della città. Dove il Foscolo scrive che “le leggi senza la protezione della forza sono nulle”, non ha riguardo alla nullità come formale invalidità, ma alla concreta incapacità di governare l’agire degli uomini. La nullità è qui impotenza storica.

 

E ancora la legge è creatrice e conservatrice della città: poiché non si dà un dover essere, che si stagli al di fuori e al di sopra delle norme positive, la legge fa tutt’uno con la giustizia e la ragion di stato. Così l’individuo esce dall’originaria anarchia, dalla solitudine e dal terrore, da quella che Hobbes definì la ‘miserabile condizione di guerra’, e trova pace e difesa. L’appartenenza alla città non è uno stare pigro e inoperoso, ma esige l’impegno totale dell’individuo, l’esercizio di tutte le sue energie. Lo storicismo foscoliano, che talora rasenta l’abisso del nichilismo e l’atroce vanità del divenire, ha un punto fermo nella città, nella patria in cui ci riuniamo e ripariamo. Che non è la patria cosmopolitica del secolo XVIII, l’indistinto e generico mondo dell’uomo, ma questa mia e determinata patria.

 

Qui si rivela il rigoroso anti-illuminismo del Foscolo, il rifiuto di un’astratta e comune ragione, che stabilisca ordinamenti e costumi degli uomini. I quali, per ciò che fatti millenarî attestano con ogni evidenza, sempre si trovano in situazioni mutevoli e diverse; e ciascun popolo ha la propria storia, ed è conformato e definito da essa. Lezione giuridica, che anche è lezione di alta moralità, poiché disvela l’inerme ingenuità del cosmopolitismo umanitario, e riversa sull’individuo la responsabilità della sua propria vita, il dovere di tutto e solo impegnarsi per la conservazione della patria.

 

Anti-illuminismo, che anche è, e non poteva non essere, anti-naturalismo: la naturadell’uomo non è un dato estrinseco ed oggettivo, non l’appartenere al medesimo genereMbiologico, ma la sua stessa socialità, quale si costituisce e svolge nel tempo e nella diversità dei luoghi. Foscolo condanna il “funestissimo errore di distinguere la natura dalla società”: “L’uomo tal quale è in società, con ciò che gli uni chiamano vizj, gli altri passioni, gli uni scienza, gli altri ignoranza, è pur l’uomo tal quale fu creato dalla natura …”. La natura dell’uomo non è indagabile e definibile per astrazione dal suo concreto agire, dal suo operoso cammino nel tempo: e dunque fa tutt’uno con la sua socialità e la sua storia. Codesta socialità si esprime in varietà di forme e modi, in arti industrie costumi usi istituzioni, e attinge il grado più alto e sicuro nel vincolo della città. Non è l’odierna socialità, identificata con il mondo del produrre e dello scambiare, ma la socialità dell’uomo intero, raccolta e difesa nei confini delle ‘società particolari’.

 

Le storie porgono a Foscolo gli esempî dell’antichità: dei giovani ateniesi, che solennemente giuravano “sotto pena d’essere consecrati dalle Furie, di riguardare come confini della patria tutte le terre che producessero frumento, orzo, viti ed ulivi”; dei Romani “da’ quali derivano tutti i codici de’ popoli inciviliti”, che sui confini della repubblica scrissero “ ‘Parcere subjectis’;,ma soltanto subjectis”. Il confine, onde le singole patrie sono determinate e istituite nella loro identità, assume così un rilievo decisivo. Le ‘usurpazioni’ straniere violano i confini; la difesa della città è difesa dei confini (sono ‘le mal vietate Alpi’ dei Sepolcri, onde “armi e sostanze t’invadeano ed are / e patria e, tranne la memoria, tutto”). La lunga e vivace disputa circa l’unità dei ‘Sepolcri’ non può certo rinnovarsi con riguardo all’orazione accademica, la quale presenta un organico e serrato sviluppo di pensiero. Il rischio di conflitti e contraddizioni interne, di ondeggiamenti e perplessità, è già tutto risolto nel criterio filosofico, da cui queste pagine hanno preso l’avvio.

 

Poiché essere e dover essere coincidono appieno, e la natura dell’uomo risiede nella sua socialità e storicità, non c’è luogo per contrasti fra ideale e reale, o fra ragione e sentimento. Foscolo dichiara di ignorare ciò che è fuori dalla storia, e perciò potrebbe confutare o indebolire l’evidenza dei fatti. “Così nella mia ignoranza de’ principj, e soltanto colla conoscenza de’ fatti pervenni ad avere assegnati i limiti della giustizia”. L’ignoranza, la confessione di nulla sapere circa principî meta-storici, esclude il conflitto e garantisce l’unità del discorso.

 

 

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