IL POTERE È MIO PROPRIO

CORPUS-S

 

 

 

 

 

L’usus inteso come abusus è, quindi, per il diritto romano, lo stesso che la proprietà e “bisogna dunque concludere, che la essenza del dominio, nella sua massima illimitatezza, consiste anche nella facoltà di usare della cosa fino al punto di consumarla, distruggendola interamente; cioè nell’ius abutendi”.

 

Tale concezione, inoltre, si rivela decisiva anche per la formazione del concetto stesso di proprietario. Questo significato infatti, attestato già in Cicerone e Seneca, di uno ius abutendi che pertiene (pertinet) – ossia che “è sempre una facoltà assoluta ed esclusiva di colui che ha la plena in re potestas” – al proprietario presenta anche un valore intrinsecamente “filosofico perché esprime il rapporto di soggezione che passa tra la persona e la cosa, fra l’io e il mio, permodoché alcuni giuristi riconobbero come essenziale caratteristica della proprietà, la pertinenza della cosa alla persona e conclusero: che la proprietà fosse una specie d’allargamento della personalità dell’uomo sulla cosa”. Da ultimo, la definizione può essere letta anche inrelazione alla libertà:

 

“Infatti tra proprietà e libertà non solo vi è una necessaria correlazione; ma ambedue non possono stare

mai disgiunte fra loro; sono idee che si suppongono e si richiamano a vicenda. Essere proprietario vuol dire essere libero di possedere le cose, di disporne, di scambiarle, di cederle, di trasmetterle per eredità:

essere libero vuol dire avere la proprietà di sé e dei propri atti”

 

 

Si tratta di notazioni molto significative che ci permettono di comprendere la non innocenza della citazione stirneriana: egli infatti sfrutterà, come vedremo, naturalmente non prima di averli depurati dalla componenti assiologiche presenti nella derivazione da uno ius estraneo all’unico proprietario, sia l’idea della priorità dell’abusus come consumo e dissoluzione dell’oggetto stesso della proprietà sia l’idea di proprietà come un’attività precipua dell’individuo proprietario, come espressione della sua personalità libera – o meglio, per dirla in termini stirneriani della sua forza.

 

Infatti, la soppressione del concetto stesso di diritto – e con esso chiaramente quello di diritto alla proprietà – può avvenire precisamente in nome della forza o meglio della violenza. Stirner infatti riconosce già a questo livello il nesso costitutivo tra potere (forza) e diritto intendendo il primo è il contenuto del secondo:

 

“Fra parentesi, qui si manifesta il contenuto (Inhalt) del «diritto»: è il potere (Gewalt), la forza. «Chi ha il potere ha il diritto»”

 

È importante sottolineare come qui Amoroso traduca Gewalt che, come si vede in nota, compare singolarmente nel dettato stirneriano, con due termini: “potere” e “forza”. Gewalt però ha anche un terzo significato, forse ancora più inquietante, come fa notare Giuseppe Raciti, in quanto è traducibile anche come “violenza”. Quindi il senso profondo della parentesi stirneriana potrebbe anche essere che la violenza è connaturata al diritto, ne è addirittura il contenuto, ossia che il diritto è costitutivamente coercitivo nei confronti del singolo in quanto detentore (e sorgente) di tale potere è solo un’entità generale (sia essa il popolo, lo Stato, la società, il partito…), non ognuno dei membri. Questo è esplicitato da Stirner mediante una sostituzione, oltremodo significativa, nel meccanismo che regola il diritto:

 

“Per distinguere Besitz e Eigentum Stirner introduce la nozione di Gewalt. È una distinzione speculativa, non giuridica. Nell’ottica dell’Unico la violenza occupa esattamente il posto che il liberalismo politico assegna al diritto: se in un caso è il diritto a sancire il passaggio dal possesso alla proprietà, nell’altro è la violenza.

Stirner pone l’una al posto dell’altro. Ma questo scambio è solo apparente; esso è possibile, in realtà, solo in virtù di una considerazione più radicale, di una convinzione più fonda, secondo la quale la violenza si rivela infine come la natura stessa del diritto, come la sua irrinunciabile essenza. La violenza riconduce il diritto alla sua inconfessabile identità. L’origine violenta del diritto è per così dire il peccato originale del liberalismo politico”

 

Una volta esplicitato il condizionamento della proprietà della potenza (o dalla violenza), Stirner può pertanto cominciare a costruire la propria contromossa, argomentando in favore di un appropriazione della potenza stessa, anzi, meglio, dell’espressione completa della propria potenza da parte del proprietario, come auto-legittimazione della proprietà e consumo del diritto:

 

“Ciò che è in mio potere è mio proprio. Finché io affermo me stesso quale proprietario, io posseggo lacosa, ma se la cosa mi viene tolta da un qualunque potere, sia pure, per esempio, a causa del mio riconoscimento del diritto di altri su quella cosa, il rapporto di proprietà non esiste più. Così proprietà e possesso finiscono per essere la stessa cosa. Non è un diritto estraneo alla mia potenza a legittimarmi, ma solo la mia potenza stessa; se io non l’ho più, anche la cosa mi sfugge”

 

Il percorso stirneriano volge chiaramente in questa direzione appropriativa anche perché la cogenza della violenza non si limita alla fase del liberalismo politico, ma trapassa e si acuisce, se possibile, nella fase liberale successiva, ossia nel liberalismo sociale. L’aggravamento della coercizione in merito alla proprietà raggiunge infatti in tale configurazione una portata inedita rispetto al liberalismo politico, dato che essa, ora, si pone come il fulcro della dottrina:

 

 

“Nel liberalismo politico la libertà dell’uomo è libertà dalle persone, dalla signoria personale, dal signore: assicurazione di ogni singola persona contro le altre persone, libertà politica. Nessuno può comandare, solo la legge comanda. Se adesso le persone sono diventate uguali, uguale non è il loro possesso. E il povero ha bisogno del ricco, il ricco del povero, il povero del denaro del ricco, il ricco del lavoro del povero.

 

Dunque nessuno ha bisogno dell’altro come persona, ma ne ha bisogno invece per quello che gli , ovvero per quello che ha da dargli, per quello che ha o possiede. L’uomo è dunque ciò che ha. E nell’avere, ossia negli «averi», gli uomini sono disuguali. Di conseguenza, conclude il liberalismo sociale, nessuno deve possedere; allo stesso modo il liberalismo politico giungeva alla conclusione che nessuno doveva comandare, ossia come lì solo lo Stato esercitava il comando, qui solo la società possiede”

 

 

La proprietà conosce quindi una nuova connotazione: da sacra che era in virtù del diritto, essa risulta in qualche modo maledetta in quanto fonte delle sperequazioni sociali e pertanto deve essere abolita:

 

 

“Aboliamo […] la proprietà personale. Nessuno deve possedere più nulla, tutti devono essere – straccioni.

La proprietà sarà – impersonale, apparterrà alla – società. […] Di fronte al proprietario supremo diventiamo tutti ugualmente – straccioni”

 

 

 

Si assiste quindi chiaramente a una progressiva spersonalizzazione, a un progressivo processo di spoliazione della qualità stessa della proprietà, che appunto si declinava come personale, in favore di una quantità anonima della stessa che appartiene alla società. Stirner, non a caso, parla della “seconda rapina che viene commessa, nell’interesse dell’«umanità» a danno del «personale» [in quanto] non si lascia al singolo né comando né proprietà: il primo se l’è preso lo Stato, il secondo la società”.

 Il culmine di tale processo non può che risiedere nel liberalismo umano, il quale, come di consueto nella visione stirneriana, universalizza, rendendolo totalmente astratto, l’elemento del dominio sul singolo:

 

 

 

“I politici, proponendosi di abolire la volontà propria del singolo, il capriccio e l’arbitrio, non si accorsero che questi avevano un rifugio sicuro nella proprietà. I socialisti, abolendo anche la proprietà dei beni, non si accorgono che essa ha una sopravvivenza sicura nell’individualità propria (Eigenheit) di ogni singolo, nelle sue proprietà o qualità peculiari. Solo denaro e beni costituiscono una proprietà, oppure ogni opinione (Meinung) è qualcosa di mio proprio (ein Mein), qualcosa che mi appartiene?

Bisogna allora abolire ogni opinione oppure renderla impersonale. Alla persona non è concessa alcuna opinione, ma invece, come la volontà personale fu trasferita allo Stato e la proprietà alla società, così anche l’opinione verrà demandata a qualcosa di generale, «all’uomo», diventando così l’opinione generale degli uomini. […] La volontà personale e la proprietà sono state rese impotenti (machtlos): l’individualità propria e l’egoismo dovranno diventarlo”

 

 

In tal modo, come abbiamo già visto, il liberalismo umanitario si qualifica come “il trionfo della straccioneria”, come la totale spersonalizzazione del singolo: esso infatti conduce una lotta contro la proprietà “che deve condurre «l’uomo» alla vittoria e rendere totale l’assenza di proprietà” ossia portare a compimento la “vera essenza del cristianesimo” (Wesen des Christentums):

 

 

“Ma questo «cristianesimo riscoperto» (entdeckte Christentum, letteralmente “cristianesimo scoperto”) è la realizzazione del feudalesimo, è il vassallaggio globale, cioè la – straccioneria perfetta”

 

 

Scrive infatti Stirner:

 

“A proposito della libertà decide solo la forza e siccome lo Stato, sia di cittadini sia di straccioni sia di uomini e basta, è il solo potente, esso è il solo proprietario; io, il singolo, non ho niente; tutt’al più mi viene dato qualcosa in feudo e così divengo vassallo, cioè servo. Sotto il dominio dello Stato non c’è al- cuna proprietà mia. […] La proprietà è e resta perciò proprietà dello Stato, non proprietà dell’io. Il fatto che lo Stato non strappi arbitrariamente al singolo ciò che questi ha avuto dallo Stato stesso è come dire che lo Stato non deruba se stesso.

 

 Chi è un io dello Stato, cioè un bravo cittadino e un suddito, può vivere indisturbato in quanto è quell’io, non se stesso. Ciò viene affermato dal codice in questo modo: proprietà è ciò che io chiamo mio «grazie a Dio e al diritto». Ma è mio, grazie a Dio e al diritto, solo finché lo Stato non ha niente in contrario. Negli espropri, nella consegna di armi e simili (anche, per esempio, nell’incameramento dell’eredità da parte del fisco, se gli eredi non si presentano in tempo utile) salta agli occhi il principio, altrimenti nascosto, che solo il popolo, «lo Stato», è proprietario e il singolo, invece, feudatario soltanto”

 

 

Il percorso di Stirner si declinerà precisamente come contromossa a questa tendenza spersonalizzante volta all’impotenza della persona, a questo vassallaggio globale che configura, come sostiene Raciti, il “sistema ereditario internazionale”, e di cui Stirner, mediante la valorizzazione dell’individualità propria e della volontà personale, mira ad accelerare il tramonto. Ma tale esito è possibile solo mediante l’appropriazione di quella forza, di quella potenza che ora pertiene al diritto.

Sarà pertanto attraverso una meditazione su di essa che Stirner dovrà sancire la propria azione, ossia, precisamente, la propria peculiare nozione di proprietà.

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