INVOCAZIONE

CADUTI DAL TEMPO

 

 

 

 

 

 

Nuovi spunti di riflessione ci vengono offerti da queste parole cioraniane. Innanzitutto la risposta al nostro quesito: l’assenza di oblio è criminale in quanto non permette la vita, dato che la vita “è possibile solo grazie alla discontinuità”. Infatti non si dorme tanto per riposare quanto per dimenticare. L’uomo, secondo Cioran, non è in grado di sopportare un continuum ininterrotto di esistenza e neppure una memoria senza intervalli, una memoria a cui tutto è sempre presente (alla Funes, per dirla con il racconto di Borges).

 

Un’ulteriore conferma di questo assunto la troviamo nel Sommario: “Se avessimo una memoria miracolosamente attuale che mantenesse presenti tutte quante le nostre pene passate, soccomberemmo sotto un tale fardello. La vita non è possibile se non grazie alle deficienze della nostra immaginazione e della nostra memoria”.

Anche ne L’inconveniente ritroviamo la medesima affermazione: “Senza la facoltà di dimenticare il nostro passato graverebbe così pesantemente sul nostro presente che non avremmo la forza di far fronte a un solo istante di più, e ancor meno di entrarvi. La vita sembra tollerabile solo alle nature leggere, a quelle per l’appunto che non ricordano”.

 

Reputiamo davvero notevole questo riferimento alla necessità fisiologica del dimenticare, dell’obliare: quasi superfluo, ma non inopportuno ricordare le origini leopardiane di tale argomento e la ripresa nietzschiana nel celebre incipit dellaSeconda Inattuale.

 

Ovviamente il tema è di più ampio respiro rispetto al solo oblio offerto dal sonno e riguarda la necessità dell’oblio per il compimento di ogni atto, per la conservazione dell’esistenza stessa: torneremo in seguito, nello specifico nel capitolo dedicato all’azione, su questo lato della questione. Qui ci occupiamo solo della prima parte dell’asserzione cioraniana, implicante essa stessa la questione della memoria, seppur in maniera ristretta. Come sostenevamo sopra, l’uomo può vivere solo grazie ai vuoti che inserisce nella continuità del tempo. E tali vuoti sono i momenti di sonno, aventi valore non tanto fisiologico quanto catartico, seppur non in maniera totale .

 

Sarebbe però forse più corretto assimilare, nel complesso, la posizione cioraniana solo a quella leopardiana e non a quella della Seconda Inattuale nietzschiana. Infatti, secondo quanto sostiene Colli nella sua introduzione a Sull’utilità e il danno (in F. Nietzsche, op. cit., pp. XI-XV), Nietzsche ridurrebbe la portata della sua affermazione al solo abuso dello spirito storico – alla sola malattia storica, cioè alla storia intesa come ricordo – mentre sarebbe necessario estendere tale condanna anche alla storia intesa come evento.

 

Nietzsche, sempre secondo Colli, sarebbe costretto a questa riduzione dalla volontà di “evadere dalla visione disperata di Schopenhauer, mediante armi offerte da Schopenhauer stesso”. A nostro avviso Cioran, come Leopardi del resto, non può invece esimersi dal farsi carico di questa disperazione e, pertanto, non riduce la portata di tale assunto. Riteniamo sufficiente, per ora, questo accenno: cercheremo di lavorare su tali temi, con maggiore chiarezza e con maggior dispendio di spazio, nei capitoli successivi. ): il sonno, secondo Cioran, in qualche maniera fa tabula rasa, permette (o meglio dà l’illusione) di ricominciare da capo, conferisce al divenire una scansione regolare che simula l’idea di un inizio e di una fine – potremmo dire che simula l’idea di un senso, di uno sviluppo.

E, al contempo, lo scorrere del tempo, il poter sempre ricominciare da capo rende più sopportabile l’esistenza: ci si affida alle possibilità dell’avvenire proiettando in esso le nostre speranze di miglioramento. Non è ovviamente un caso che Nietzsche considerasse sovrumano (oltre-umano) l’essere capaci di vivere in un tempo circolare, dove ogni istante tornasse indefinitamente e eternamente.

 

Ora, tralasciando le varie interpretazioni – tra cui nessuna realmente conclusiva – su uno degli aspetti forse più sfuggenti del filosofare nietzschiano, ciò che vogliamo e dobbiamo cogliere come sintomo è proprio l’attenzione rivolta da Nietzsche al tempo. Postulando la necessità di una temporalità altra, Nietzsche sollevava il problema della linearità del tempo. Cioran, dal canto suo, considera tale temporalità lineare il tempo degli uomini illusi, dei non-risvegliati, mentre il tempo di coloro che godono – e al contempo soffrono – dellarivelazione essenziale è altro: estraneo nella noia, come abbiamo postulato nel paragrafo precedente, e ostile nell’insonnia, come invece si evince dalla nostra citazione. Il tempo dell’insonnia è nemico dell’uomo caduto dal tempo, in quanto egli non può reinserirsi in esso.  

 

 

“[… Nell’insonnia] si ha un’altra sensazione del tempo. Non quella del tempo che passa, ma quella del tempo che non passa. E questo ti cambia la vita. Perciò ritengo che le notti in bianco siano la più grande esperienza che si possa fare nella vita, ne rimani segnato per il resto dei tuoi giorni. […] Il segreto dell’uomo, il segreto della vita è il sonno. É il sonno a rendere possibile la vita. Sono assolutamente convinto che se si impedisse all’umanità di dormire si perpetrerebbero dei massacri senza precedenti, la storia finirebbe. Questo fenomeno mi ha, per così dire, aperto gli occhi definitivamente. La mia visione delle cose è il risultato di quelle veglie, oserei dire «veglie dello spirito», sarà pretenzioso, comunque è un po’ così”.

 

 

Oltre a sottolineare la peculiarità della temporalità in cui viene a trovarsi l’insonne, Cioran ribadisce qui le potenzialità criminali dell’assenza di sonno: se l’insonnia diventasse una disgrazia comune non si potrebbero infatti evitare “massacri senza precedenti”. Non c’è differenza, se non di oggetto, tra l’omicidio e il suicidio: pertanto il medesimo atto potrebbe riferirsi non solo agli altri, ma anche ritorcersi contro l’insonne stesso. Cioran ne è assolutamente convinto:

 

“La mia teoria è che il novanta per cento dei suicidi sono dovuti all’insonnia. I medici non sono d’accordo, ma quasi tutte le persone che ho conosciuto ossessionate dal suicidio, soffrivano d’insonnia, perché… Cos’è l’insonnia? É il tempo infinito. Non dormire, ed ogni minuto, ogni secondo esiste nel trascorrere delle ore. Uno sente che il tempo non passa, e se ciò si prolunga troppo, arriva a mettere in discussione la vita stessa. Invece di dimenticare, non dormendo, tutto resta vivo nella memoria.

E questa impossibilità di dimenticare è una delle cause del suicidio. L’uomo non è fatto per tollerare il tempo, né fisicamente né psichicamente, non è fatto per sentire che ogni minuto è realtà e che si trova solo di fronte al tempo che non passa o che passa molto lentamente. Perché si lavora? L’uomo lavora per dimenticare il tempo, visto che se pensasse continuamente allo scorrere del tempo, diventerebbe matto. L’insonnia, tuttavia, presuppone l’obbligo, la costrizione a registrare questo lento ed interminabile scorrere del tempo. E arriva un momento in cui questa sensazione diventa intollerabile. […]

 

Quando uno non può dormire, sente il bisogno di fare qualcosa di avventato. Ma se si analizza profondamente il processo mentale di questo individuo, è evidente che è inrelazione con il tempo, e questa relazione non suppone una riflessione filosofica, si tratta di qualcosa di intollerabile. L’ho provato io stesso. Ho passato tutta la mia giovinezza senza dormire, ma per fortuna non avevo nulla da fare, non dovevo lavorare. I miei non erano ricchi, ma potevano finanziare le mie insonnie.

Ma se avessi dovuto lavorare, credo che non avrei avuto la forza necessaria per farlo. Molto spesso si vede gente che deve lavorare e non chiude occhio tutta la notte e deve fare uno sforzo enorme per essere attivo la mattina dopo. La cosa tragica di questa veglia è che l’uomo non può sopportarla per molto tempo. Viviamo grazie alla discontinuità. Uno va a letto, dorme, si alza, ed è come se incominciasse una nuova vita. Ma se non dorme non inizia mai niente. Allora vive una fatale continuità. E questa continuità, funesta, tragica e insopportabile, porta al suicidio. Perché, se non si dorme, alle otto del mattino si è come alle otto del giorno prima. […E allora] perché iniziare? Perché lavorare? Non ha senso. Tutto si mette in discussione quasi automaticamente. Si potrebbe dire che il suicidio come atto è una ininterrotta ri-messa in discussione di tutto”.

 

L’uomo non può sopportare questa fatale continuità per molto tempo: tutto si rimette in discussione, tutti i valori, tutte le priorità. L’obbligo a registrare il tempo che non scorre impedisce anche le normali occupazioni che, nella visione cioraniana, fungono da divertissement, per dirla con le parole di Pascal: esse sono un modo per non aver sempre presente il tempo, un modo per dimenticare. Privando gli uomini del sonno e, contemporaneamente, dei divertissement necessari alla vita l’insonnia materializza la realtà del suicidio come una soluzione affascinante. È in questa occasione, e in questo modo, che matura in Cioran uno delle sue ossessioni più tenaci: l’idea del suicidio. Il vero problema, dopo certi sconvolgimenti capitali, risiede infatti solamente nella possibilità e nelle modalità di sopportare la vita.

 

Cioran stesso considerava il più grande mistero della sua vita la sua capacità di sopravvivere, nonostante ciò che tali esperienze gli avevano rivelato: un mistero su cui interrogarsi Ed è Cioran stesso a fornire la risposta a tali interrogativi: egli difatti rivela di mettere in atto, per di sopravvivere, vari stratagemmi: primo fra tutti l’idea del suicidio. Cioran dedica pagine acute e intense al suicidio: egli ne scruta ogni aspetto, ne indaga le motivazioni, le modalità; dichiara, nel Sommario, di essersi nutrito del suicidio dei suoi eroie di intendere la realtà come uno stato di non-suicidi.

 

Non è questo il luogo in cui occuparsi di questa vicenda. Ci ritorneremo. Tuttavia, non possiamo esimerci dal citare l’aforisma che riassume”. Parole a cui ci pare superfluo, oltre che irrispettoso, aggiungere qui un commento. Tornando all’insonnia, proseguiamo nel percorso che la nostra prefazione ci propone: si tratta di affrontare ora il tema della rottura definitiva che si consuma tra Cioran e la filosofia. Ascoltiamo innanzitutto l’Invocazione all’insonnia contenuta nel Sommario:

 

 

“Avevo diciassette anni e credevo nella filosofia. Ciò che non si richiamava ad essa mi sembrava peccato o lerciume.

I poeti? Saltimbanchi adatti al divertimento delle donnette. L’azione? Imbecillità in delirio. L’amore, la morte? Pretesti di infimo ordine che si rifiutano all’onore del concetto. Odore nauseabondo di un universo indegno del profumo dello spirito. Il concreto, che macchia! Godere e soffrire, che vergogna! Mi sembrava che solo l’astrazione palpitasse: mi abbandonavo ad amori ancillari per paura che un soggetto più nobile mi facesse infrangere i miei princìpi e mi esponesse alle degradazioni del cuore. Mi ripetevo: solo il bordello è compatibile con la metafisica; e spiavo – per fuggire la poesia – gli occhi delle servette e i sospiri delle puttane.

 

… Quando giungesti, Insonnia, a scuotere la mia carne e il mio orgoglio, tu che trasformi il bruto giovanile, ne sfumi gli istinti, ne attizzi i sogni, tu che in una sola notte dispensi più sapere dei giorni conclusi nel riposoe, alle palpebre doloranti, ti riveli avvenimento più importante delle malattie senza nome o dei disastri del tempo – tu mi facesti udire il ronfare della salute, gli uomini sprofondati nell’oblio sonoro, mentre la mia solitudine inglobava il buio circostante e diventava più vasta della notte. Tutto dormiva, dormiva per sempre. Non più alba: veglierò così sino alla fine dei tempi – allora mi si attenderà per chiedermi conto dello spazio bianco dei miei sogni… Ogni notte era uguale all’altra, ogni notte era eterna.

 

E io mi sentivo solidale con tutti coloro che non possono dormire, con tutti questi fratelli sconosciuti. […] E fu allora che mi rivolsi alla filosofia: ma non c’è idea che consoli nel buio, né sistema che resista alle veglie. Le analisi dell’insonnia demoliscono le certezze. Stanco di una simile distruzione, ero giunto al punto di dire a me stesso: basta con le esitazioni, dormire o morire, riconquistare il sonno o scomparire… Ma questa riconquista non è facile: quando ci si avvicina ad essa ci si accorge di quanto si è stati segnati dalle notti

 

 

 

 

Le notti in bianco infatti trasformano il giovane Emil, laureato in estetica, innamorato del gergo filosofico e nietzschiano convinto, in Cioran, disilluso e sombre. Al culminedella disperazione è una reazione necessaria all’immensità del dramma, un appiglio per non cedere alla tentazione del suicidio, una resa dei conti con la filosofia e con se stesso, con ciò che egli era stato:

 

“L’opera è una specie di addio, pieno di rabbia e di risentimento, alla filosofia; il verbale di fallimento per una forma di pensiero rivelatasi divertimento ozioso, incapace di affrontare uno smarrimento essenziale. In preda a un insonnia che stava minando la mia salute, scrissi una requisitoria contro quella filosofia assolutamente inefficace nei momenti decisivi, e le indirizzai un astioso ultimatum”.

 

Ciò che Cioran ormai ricerca esula dal concetto, dallo spirito – egli vuole capire come si possa sopportare la vita, come si possa affrontare uno “smarrimento essenziale” che distrugge tutte le certezze – ma la filosofia da lui tanto venerata tace: non resiste al buio del dolore, tutti i sistemi si sgretolano nella notte eterna delle veglie. L’esperienza della notte ha segnato Cioran per tutta la vita, in quanto gli ha, innanzitutto, insegnato la solitudine totale, assoluta:

 

 “Fenomeno molto curioso, la mia adorazione per la filosofia, per il linguaggio filosofico – andavo pazzo per la terminologia filosofica –, ebbene, quella superstizione, dato che altro non era, è stata spazzata via dalle veglie. Perché ho capito che non poteva aiutarmi, aiutarmi a sopportare la vita, e soprattutto le notti. È così che ho perso la fiducia nella filosofia”.

 

“[…] L’insonnia è davvero il momento in cui si è totalmente soli nell’universo. Totalmente. E se si avesse la fede sarebbe molto più semplice302 . Ma anch’io, che non l’avevo, pensavo molto spesso a Dio. Perché? Perché quando tutto va in malora, quando tutto scompare, bisogna pur dialogare con qualcuno, non si può certo parlare con se stessi tutta la notte. E il pensiero di Dio viene automaticamente. D’altronde, badi bene, a venticinque anni ho avuto una crisi religiosa. Una crisi religiosa senza fede. Ma per un intero anno non ho fatto altro che leggere vite di santi. […] E questo perché? Perché quando si vive in completa solitudine, quando l’universo è svuotato, arrivi a una sorta di limite. E per un non credente, in fondo, questo limite, è ciò che viene chiamato Dio. […] Ho capito Meister Eckhart [… perché] anche Meister Eckhart parla di Dio come di una sorta di limite, che però bisogna superare. Si deve andare oltre Dio, andare nella deità. Anzi dice esattamente, mi pare, che nella deità Dio fluisce in Dio.

 

Ed è proprio durante quelle notti insonni che ho capito veramente la mistica, gli stati ultimi, perché in fondo l’affascinante della mistica è che concepisca gli stati ultimi; non c’è più nulla dopo, se non la follia. Sei in piena notte, tutto è andato in malora, ma ecco spuntare quel Dio chetale non è, e si ha l’impressione di una presenza misteriosa. E allora talvolta si può conoscere anche l’estasi, […] le estasi senza fede, che ti fanno capire le estasi propriamente religiose. […] Ciò che si coglie in quegli stati di estasi è come si possa trascendere Dio. Dio che è l’estremo limite. Si può andare oltre l’estremo limite. E questa è l’estasi. É ciò che Meister Eckhart chiama la deità che viene al di là di Dio”.

 

 

 

 

 

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