LA VEGLIA NELLA TENEBRA

LOCURA

 

 

 

 

 

 

L’uomo totalmente solo, credente o meno, nell’abisso di ogni notte, sarebbe quindi tentato dal pensiero di Dio. Per il non credente questo Dio corrisponderebbe in primis alla sopravvivenza del dialogo: Egli fungerebbe cioè da interlocutore quando tutto scompare.

 

Questa, a nostro avviso, è un’intuizione molto profonda legata – in termini generali – alla costituzione spirituale dell’uomo occidentale e – più nello specifico – all’intera opera cioraniana. Non riteniamo sufficiente né opportuno affrontarla in questo contesto: le dedicheremo un intero paragrafo all’interno del capitolo dedicato alla parola.

Ora, questo stesso Dio si qualifica agli occhi e al cuore del non credente anche come estremo limite. Cioran ribadisce questa affermazione anche in un aforisma: “Abuso della parola Dio, la adopero spesso, troppo spesso. Lo faccio ogni volta che giungo a un estremo, e mi occorre un vocabolo per designare ciò che viene dopo. Preferisco Dio a Inconcepibile”.

Estremo limite che è, come nel caso della funzione dialogica della divinità, prodotto del medesimo svuotamento dell’universo percepito attraverso l’insonnia. Durante gli anni (circa sette) in cui è stato tormentato da questo dramma, lo stesso Cioran afferma di aver vissuto una crisi religiosa – si badi, “una crisi religiosa senza fede” – in cui si è interessato profondamente alla mistica e che è sfociata in Lacrimi şi Sfinti (Lacrime e santi), un testo molto dostoevskiano, avente una storia, editoriale ma non solo, molto particolare.

 

Cioran sostiene di aver compreso davvero la mistica durante quella crisi in quanto egli ha colto gli stati ultimi, in cui consiste propriamente tale esperienza. La mistica, infatti, si proporrebbe di superare quell’estremo limite che è Dio, superarlo per raggiungere la deità: Cioran stesso afferma di aver sperimentato e quindi compreso l’estasi, fenomeno principe della mistica. L’estasi, per Cioran, è comprendere come si possa andare oltre quell’estremo limite che è Dio.

 

 

 

E quando si ha l’estasi… Io nella vita ne ho avute cinque o sei, ma dopo non mi è più capitato, segno che mi mancava la vocazione mistica. […] Ma sono casi limite. E devo ammettere che sono sensazioni stupende. […] Tutte le sofferenze che sopportavo erano largamente ricompensate da quei momenti stupendi. Che non si possono descrivere perché non ha senso farlo. Ma è allora che si ha l’impressione di aver superato Dio. Senza per questo sentirsi malati di mente. Non mi ero mai sentito pazzo o malato di mente, proprio mai. Ero perfettamente lucido. Ma questa è la ricompensa dell’insonnia”.

Ci sembra opportuno ricordare qui come Sylvie Jaudeau, rifacendosi a un aforisma cioraniano, considerasse l’estasi il confine positivo della coscienza: si tratterebbe infatti di quel fenomeno capace di colmare l’abisso fra coscienza e mondo, uno “stato eccezionale di purezza dell’essere” che permetterebbe quell’irruzione dell’assoluto nella storia che è la mistica. Ciò a cui mirerebbe l’estasi quindi, secondo la Jaudeau, sarebbe la coscienza pura, il bianco della coscienza. Noi aggiungeremmo l’estinzione, l’abolizione della coscienza stessa: la liberazione dal fardello dell’identità e dell’individuazione, il recupero di una beatitudine primordiale, anzi prenatale. Vorremmo ora proporre le parole che Cioran spende per qualificare l’estasi in Al culmine della disperazione – parole praticamente contemporanee delle esperienze estatiche qui in questione:

 

“L’estasi più rivelatrice e più ricca, più complessa e più pericolosa, [è] quella delle radici ultime dell’esistenza. In essa non si perviene né a una certezza esplicita né a un sapere definitivo, ma a un sentimento di partecipazione essenziale tanto intenso da superare tutti i limiti e le categorie della conoscenza abituale.

Come se in questo mondo di ostacoli, di miseria e di tormenti, che ci appare in tutta la sua irriducibile consistenza, si fosse aperta una porta sul nucleo stesso dell’esistenza, e noi potessimo afferrarla nella più semplice ed essenziale delle visioni, nel più magnifico incanto metafisico. Lo strato superficiale dell’esistenza e le forme individuali sembrano sciogliersi per favorire l’accesso alle regioni più profonde. E mi chiedo se il vero sentimento metafisico dell’esistenza sia possibile senza l’eliminazione di questo strato.

Perché solo purificando l’esistenza dai suoi elementi contingenti si può raggiungere una zona essenziale. Il sentimento metafisico dell’esistenza è di natura estatica, e ogni metafisica affonda le sue radici in una forma particolare di estasi.

A torto si ammette solo la variante religiosa. Esiste infatti una molteplicità di forme che […] non portano necessariamente alla trascendenza. Perché non dovrebbe esserci un’estasi dell’esistenza pura, delle radici immanenti della vita? E una tale forma estatica non si realizza nell’approfondimento che squarcia i veli superficiali per facilitare l’accesso alla sostanza del mondo? Pervenire alleradici del mondo, conseguire l’ebbrezza suprema, l’esperienza dell’originale e del primordiale significa vivere un sentimento metafisico sorto dall’estasi degli elementi essenziali dell’essere. L’estasi come esaltazione nell’immanenza, illuminazione, visione della follia del mondo – ecco una base per la metafisica, valida persino per gli ultimi istanti, per i momenti della fine

 

L’estasi sarebbe, pertanto, una possibilità di visione, un purificare “l’esistenza dai suoi elementi contingenti per raggiungere una zona essenziale”, una sospensione, come abbiamo detto, dell’atteggiamento naturale per giungere al nucleo essenziale della coscienza stessa e, infine, alla totale assenza di essa.

 

“Purghiamo la coscienza di tutto ciò che essa ingloba, di tutti gli universi che trascina con sé, purifichiamola insieme alla percezione, confiniamoci nel bianco, dimentichiamo tutti i colori, tranne quello che li nega. Che pace non appena annullata la diversità, non appena sfuggiti al calvario della sfumatura, e inabissati nell’unito! La coscienza in quanto forma pura, e poi l’assenza stessa della coscienza. Per evadere dall’intollerabile, cerchiamoci un derivativo, una fuga, una regione dove nessuna sensazione si degni di avere un nome, né appetito di incarnarsi, recuperiamo la quiete iniziale; aboliamo con il passato l’odiosa memoria, e soprattutto la coscienza, nostra nemica di sempre, che ha per missione d’impoverirci e logorarci. All’opposto, l’incoscienza è nutrice, fortifica, ci fa partecipi dei nostri cominciamenti, della nostra integrità primitiva; e ci rituffa nel benefico caos precedente alla ferita dell’individuazione”.

Cioran dimostra e ribadisce spesso la continua tensione verso questo ideale, verso quella zona benefica in cui niente assurge ad atto, dove tutto è caos, potenzialità, possibilità: egli afferma però una sorta di quiete all’interno del caos – la quiete di prima del cosmo…

“Accosto le tende, e aspetto. In realtà non aspetto niente, mi rendo solo assente. Mondato, non fosse che per qualche minuto, dalle impurità che offuscano e ingombrano lo spirito, accedo a una coscienza da cui l’io è evacuato, e sono placato come se riposassi al di fuori dell’universo”.

 

Quiete prima del cosmo, quiete al di là di Dio: Cioran ribadisce – anzi afferma, data la precedenza cronologica – nel passo citato da Al culmine come le estasi da lui esperite siano estasi dell’immanenza, non della trascendenza; “estasi come esaltazione nell’immanenza, illuminazione, visione della follia del mondo”. A Cioran è vietata la parte positiva della mistica:

 

“Il tutto è nulla del mistico è solo una premessa all’assorbimento in quel tutto che diviene miracolosamente esistente, vale a dire veramente tutto. Quella conversione non è avvenuta in me, perché la parte positiva, la parte luminosa della mistica mi è stata vietata”.

 

Cioran non è in grado di piegare la vertigine del superamento di Dio, ossia dell’entrata nel Nulla, nel senso di quel nonsenso consolatore  che è la salvezza trascendente: la sua mistica rimane e rimarrà sempre al negativo, sempre al di qua dell’assoluto. Sta qui tutta la differenza tra mistica religiosa e mistica profana, tra la salvezza nell’assoluto e la condanna liberatoria della lucidità. L’insonnia dispensa a Cioran – malgré lui – una luce che è emblema di questa contraddizione:

 

“L’insonnia ci dispensa una luce che non desideriamo, ma alla quale inconsciamente tendiamo. La reclamiamo nostro malgrado, contro di noi. Per suo tramite – e a discapito della nostra salute – cerchiamo altro, verità pericolose, nocive, tutto ciò che il sonno ci ha impedito di intravvedere. Eppure quelle insonnie ci liberano dalle nostre facilità e dalle nostre finzioni solo per metterci di fronte a un orizzonte bloccato: esse illuminano le nostre impasses. Ci condannano mentre ci liberano: equivoco inseparabile dall’esperienza della notte”.

 

La luce indesiderata, ma a cui noi tendiamo, che cerchiamo a nostro danno è sinonimo di quel pensare contro se stessi che è un sottinteso di tutta l’opera cioraniana. Una volta svegli, cerchiamo con un’avidità autodistruttiva le verità nocive, irrespirabili: l’insonnia non ci libera, non ci offre un orizzonte in cui dilagare – com’è quello della mistica”, scrive Cioran in Fitzgerald. L’esperienza pascaliana di un romanziere americano.

La luce notturna dispensataci dall’insonnia intacca ogni cosa, impedisce l’appartenenza a qualunque luogo, a qualunque tempo: “le verità diurne” perdono il loro valore nel buio della notte eterna e, di contro, la luce del giorno appare nefasta, peggiore delle tenebre stesse

 

“Ci sono notti che il più ingegnoso dei carnefici non avrebbe potuto inventare. Ne esci a pezzi, inebetito, sgomento, senza ricordi né presentimenti, e senza neppure sapere chi sei. Allora il giorno ti pare inutile, la luce perniciosa, e ancora più opprimente delle tenebre”.

 

L’insonnia determina quindi sia il colore dei pensieri di Cioran (“Il vero sapere si riduce a veglie nelle tenebre: soltanto la quantità delle nostre insonnie ci distingue dagli animali e dai nostri simili”) sia il respiro, l’incedere dello stesso:

 

“Non penserai più: sarà un’irruzione, una lava di concetti senza solidità e senza coerenza, concetti vomitati, aggressivi, usciti dalle viscere, castighi che la carne infligge a se stessa, dato che lo spirito è vittima di umori e fuori causa… Soffrirai di tutto, e smisuratamente: le brezze ti sembreranno burrasche: le carezze pugnali; i sorrisi schiaffi; le inezie cataclismi. Il fatto è che le veglie possono cessare, ma la loro luce sopravvive in te: non si vede impunemente nelle tenebre, non se ne raccoglie senza pericolo l’insegnamento; vi sono occhi che non potranno imparare più nulla dal sole, e anime afflitte da notti da cui non guariranno mai…”.

 

All’insonne è negata anche l’ultima, l’estrema illusione: le veglie potranno cessare, scrive Cioran, ma quella luce sopravviverà in lui, per sempre; gli insegnamenti che “la vera notte dell’anima” gli ha dispensato si pagano a caro prezzo, si pagano per tutta la vita: “non si vede impunemente nelle tenebre”, scrive Cioran – anche le tenebre, comel’abisso, guardano? Abbiamo accompagnato Cioran in questo suo peregrinare nelle tenebre, seguendo parole che egli scelse per rievocare il fantasma dell’insonnia, il fantasma che grazie ad essa egli è stato…

Si sarà certamente notato come si sia tralasciato di dar conto di molte altre parole, di come, nella fattispecie, quelle riguardanti il ritorcersi ostile della coscienza verso se medesima non siano state affrontate: se abbiamo evitato di farlo è perché quello è il punto più basso delle tenebre, il fondo della notte, l’estremo regolamento di conti… Prima di poter accedere ad esso, il demone che guida il nostro percorso – il demone del Tempo – deve opporci un’ultima smorfia: quella della fine…

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