IL PARADOSSO DELL’APPROPRIAZIONE STIRNERIANA

CORPUS-S

 

 

 

 

 

 

Dopo aver mostrato la complessità dei referenti contro cui Stirner costruisce la propria nozione di proprietà, si possono delineare gli ultimi passi del suo contromovimento nei confronti della spersonalizzazione imposta dal vassallaggio globale, ossia nella definizione positiva della propria nozione di proprietà.

Per mostrarne tutta la valenza, Stirner insiste sul residuo che sopravvive all’operazione annichilente e quantitativa, ossia appunto sulla percezione, sempre più acuta, del proprio potere:

 

“In contrasto con lo Stato, io sento sempre più chiaramente che mi rimane ancora un altro grande potere,

il potere di disporre di me stesso, cioè di tutto ciò che è soltanto mio proprio e che è solo nella misura

in cui è mio. […] Che cos’è dunque di mia proprietà? Nient’altro che ciò che è in mio potere

(Gewalt)! Quale proprietà sono autorizzato a possedere? Ogni proprietà che ho il potere di autorizzarmi a possedere. Io do a me stesso il diritto di proprietà, prendendomela, ossia conferendo a me stesso il potere

(Macht) del proprietario, i pieni poteri (Vollmacht), il potere autorizzato (Ermächtigung). Ciò che

nessuno ha il potere di strapparmi, resta mia proprietà: sia dunque il potere a decidere le questioni di proprietà: io voglio aspettarmi tutto dalla mia potenza!

Il potere estraneo, il potere che io lascio ad altri,

mi rende schiavo: possa il mio proprio potere rendermi padrone di me! Io mi riprenderò il potere che avevo lasciato ad altri per ignoranza della forza del mio proprio potere! Io mi dirò che i confini dellamia proprietà sono i confini del mio potere e rivendicherò come mia proprietà tutto ciò che mi sento

abbastanza forte da poter conquistare; io farò mia proprietà di tutto ciò che io stesso saprò prendermi, dandomene a questo modo l’autorizzazione”

 

 

 

In questo passo, che funge da ponte con le nostre argomentazioni precedenti, Stirner sancisce definitivamente, con toni volutamente provocatori, sia la consolidata e irriducibile opposizione al potere statale che si esplicita nell’appropriazione del potere fondante il diritto, sia, soprattutto, l’innovativa connessione tra proprietà e potere. Al culmine della spersonalizzazione operata dallo Stato, Stirner infatti sente, e sempre più chiaramente, di poter disporre di un potere grande almeno tanto quanto quello dello stato, ossia di avere ancora una proprietà irriducibile, l’unica che conta ossia la proprietà di se stesso. Quindi, conseguentemente con ciò che Stirner declinerà come il rifiuto dell’idea di missione e con la svolta epocale di cui si proporrà come accelerante, il proprietario non deve andare in cerca di sé, ma già si scopre tale e si scopre tale, paradossalmente, nell’esatto momento di massima alienazione, di massima straccioneria.

 

Fa segno precisamente in questa direzione l’affermazione, quasi programmatica, in merito al contemporaneo ripensamento e innalzamento e dell’individualità e della proprietà, nella loro inscindibile connessione:

 

“Io che voglio innalzare il valore di me stesso, il valore della propria individualità, dovrei svalutare la proprietà? No davvero! Così come io non sono mai stato rispettato perché il popolo, l’umanità e mille altre entità generali sono state messe al di sopra di me, allo stesso modo anche la proprietà non è stata riconosciuta fino ad oggi nel suo pieno valore”.

 

La strada per la valorizzazione dell’una (l’individualità) passa quindi attraverso la valorizzazione dell’altra (la proprietà): entrambe quindi sono un valore, il massimo valore, ma, di nuovo paradossalmente, esse a rigore non sono un possesso, in quanto, coerentemente non rappresentano alcunché di stabile.

 

Ma allora cosa si dovrà intendere qui per proprietà? Stirner lo dice in maniera opaca, ma già fornisce le coordinate decisive: nel poter disporre di me stesso, io posso disporre di ciò che è soltanto mio proprio, di ciò che è, che sussiste solo nella misura in cui è mio. Il rischio dileggere questa affermazione nel senso di un valore trascendentale, se non addirittura (paranoicamente) creazionista è palpabile.

Ma ciò che è sotteso a tale affermazione altro non è che quello che si potrebbe definire un chiaro esempio di prospettivismo: ciò che è soltanto mio proprio, ciò che esiste solo come mio è da intendere quindi in termini di intenzionalità, come ciò che esiste solo inrelazione al proprietario, o meglio ciò che entra in relazione con lui, per dirla con i termini di Escobar, “la realtà del mondo dell’unico giunge fin là dove giunge la possibilità che egli sia proprietario”  e centro, prospettico, di tale proprietà.

 

 

È chiaro che Stirner si opponga qui in maniera totale all’impossibilità di valorizzare se stessi, di avere una proprietà in virtù di se stessi che caratterizzava la condizione alienata all’interno dell’organismo statale e, non a caso, pone conseguentemente l’appropriazione del potere – del diritto, della legge di cui si è analizzato il portato in relazione a Fichte – come massimamente cogente in tal senso. Tale dinamica è l’esempio lampante di quell’abbassamento dello spirito a fantasma che ne consente la metamorfosi in proprietà e l’assunzione, su di sé, delle funzioni che spettavano

ad esso: ogni proprietà infatti ora passa per l’autolegittimazione del potente (gemachtigen), di colui che ha, per dirla con la formula di Carlo Menghi, seppure nel suo caso essa assuma una valenza totalmente negativa, soggettivizzato il diritto, ossia si è reso non soggetto al diritto, ma soggetto del diritto e, in tal modo, investito del potere che prima spettava al diritto stesso.

 

Potere che è anche nei confronti del soggetto stesso, di rendersi proprietario, di conferirsi, per dirla nei termini del sarcasmo della parodia stirneriana, i pieni poteri, lo stesso potere autorizzato. Ma che cosa significa propriamente tale dispiegamento del potere, con che cosa coincide? Coincide, ecco il punto decisivo, con la proprietà stessa. Infatti, alla domanda che egli stesso si pone in merito a che cos’è sua proprietà, Stirner risponde ribadendo che essa coincide con ciò che è in suo potere, con ciò che egli è abbastanza forte per prendersi e mantenere come tale, ossia, in maniera più icastica, che i confini della sua proprietà coincidono con i confini del suo potere, che egli vuole aspettarsi tutto dalla propria potenza. Il gioco è qui chiaramente tra potenza, onnipotenza e impotenza.

 

In questo caso, la potenza, mi si conceda il gioco di parole, scongiura la prospettiva di un delirio di onnipotenza proprio in virtù della percezione della propria impotenza, ossia della propria impossibilità di potenza, o meglio incapacità di potenza. L’idea che in potere, ossia in proprietà, dell’unico sia tutto ciò che egli ha il potere di prendersi mostra infatti, e in un unico gesto, la natura dinamica e sempre transeunte di tale potere e quindi, di tale proprietà: essa infatti consiste sia in un movimento di appropriazione (“mi riprenderò il potere che avevo lasciato ad altri per ignoranza del mio potere”) che è essenzialmente un movimento di liberazione (“il potere lasciato ad altri mi rende schiavo”) sia un embrionale accenno alla possibilità di un’azione reciproca, di una proprietà o di un potere che non sono fissati una volta per tutte, ma che possono venire anche strappati (“ciò che nessuno ha il potere di strapparmi, resta mia proprietà”).

 

Stirner è molto esplicito a riguardo, in un passo che si può legittimamente leggere come una chiara definizione della proprietà stessa:

 

 

“Ma la mia proprietà non è una cosa, perché quest’ultima ha una sua esistenza indipendentemente da me; solo il mio potere è veramente mio proprio. Mio non è questo albero, ma il mio potere di disporne. Ma questo potere viene invece formulato all’inverso: si dice che io ho un diritto su questo albero o che esso è mia proprietà legale. È sottinteso che io l’ho acquistato grazie al mio potere, ma si dimentica che questo potere deve perdurare perché la mia proprietà possa venir conservata o, meglio, che il poterenon è qualcosa che esista per conto suo, ma esiste invece esclusivamente nell’io potente (gewaltigen Ich), in me, il potente (Gewaltigen)”.

 

Glossa molto correttamente Sini in merito all’individuo proprietario, all’io potente:

 

“Quindi proprietario non è la caratteristica o la qualità di un individuo, di un uomo, di una sostanza, di un essere; proprietario è qui inteso come un semplice «aver potere»: è il puro e semplice aver potere, è la pura potenza in esercizio.

 

E quindi ora si comprende bene la connessione, anzi la sovrapposizione, unico-proprietario:

 

“Allora unico è sinonimo […] di «poter essere più proprio» – è il poter essere più proprio ciò che definisce l’unico”.

 

Questo scongiura ogni rischio di leggere tale potere come infinito, ossia come divino, in quanto esso si scontra continuamente con la propria impotenza, ossia con la potenza dell’altro da sé:

 

“Si tratta di un potere che non è quello di Dio; è il potere unico che confina di continuo col «non potere », che continuamente si confronta con i suoi confini, con la sua evanescenza, che continuamente precipita nel «non potere»”.

 

Si tratta pertanto di un potere finito, ma che proprio per tale natura è perfetto: perciò l’unico “è perfettamente ciò che è quando è”, o meglio, dato che “l’unico è perfetto proprio perché non è, perché non ha essere, perché non ha che fare con l’essere”, o meglio perché non ha da essere: “esso fa perfettamente ciò che fa quando lo fa”, o meglio perché lo fa. Per Stirner infatti si è visto che possibilità e realtà coincidono sempre:

 

“Gli uomini sono appunto come devono essere, come possono essere. Ma che cosa devono essere? Ancora una volta non più di quel che – possono essere, cioè di ciò che hanno la facoltà, la forza di essere.

Ma è appunto questo che sono in realtà, perché ciò che essi non sono, non sono capaci di esserlo: «essere capaci», infatti, significa – essere realmente. Non si è capaci di niente di ciò che non siamo realmente, non si è capaci di far niente che non si faccia realmente. Un ammalato di cateratta potrebbe forse vedere?

Sì, se si facesse operare e se l’operazione avesse buon esito. Ma ora non può vedere, perché non vede.

 

La possibilità e la realtà coincidono sempre (Möglichkeit und Wirklichkeit fallen immer zusammen). Non si può fare ciò che non si fa, come non si fa ciò che non si può fare”.

image_pdfScaricare PDFimage_printStampare testo
(Visited 72 times, 1 visits today)