LA COSCIENZA AUTOFAGA

AUTOFAGO

 

 

 

 

 

 

 

Giungiamo quindi all’estremo limite della nostra riflessione sulla coscienza, a quel fondo della notte, a quell’infernale ultimatum che la mente lancia a se medesima. In un altro luogo abbiamo qualificato questo limite come una sorta di intenzionalità riflessa: ora possiamo aggiungere la qualificazione autofaga, come recita il nostro titolo, in quanto la coscienza, nel vuoto del mondo e del senso, riconosce solo se stessa come realtà e quindi come oggetto, autofagocitandosi.

 

Per la nostra breve disamina della lucidità ci appoggeremo parzialmente a Fernando Savater, il quale dedicò la sua tesi di laurea a Cioran (tesi che poi è divenuta l’opera da noi citata in nota), scegliendolo proprio “come prisma per mettere a fuoco la lucidità372”. Ascoltiamo quindi alcune parole di Savater: saranno il nostro punto di partenza.

 

“Il lucido è libero da febbre, delirio o follia; è, per un momento, la normalità stessa: rappresenta il pensiero che non si lascia travolgere. Ma tale condizione è instabile: la lucidità si raggiunge come intervallo fra due accessi di impeto, è solo un isolotto luminoso nella torbida condizione di chi delira. «Fra due accessi»; vuol dire, che l’ubriachezza torna sempre.

Ogni momento di lucidità può essere l’ultimo. Nella febbre possiamo installarci, infatti ci siamo installati in essa; la lucidità è un penoso equilibrio nel quale non possiamo mantenerci per molto tempo, un po’ come alzarsi in punta di piedi per curiosare al di sopra di un muro, sapendo che non potremo resistere a lungo in tale posizione. La principale e indubitabile certezza raggiunta dal lucido è che cesserà di esserlo”.

 

 

Come sappiamo, il delirio, la febbre, la follia sono ciò che inventa e sostiene la vita, sono i veli, per usare un termine schopenhaueriano, che ci impediscono di accedere a quell’essenziale insostenibile che è l’irrealtà del tutto. Il lucido, di contro, almeno per accessi è libero da questa febbre, vede cioè le cose quali sono senza che la temperatura che la vita stessa impone possa traviarlo. Questa condizione però può essere solo momentanea, in quanto la lucidità – e anche la sola aspirazione alla stessa – sono dannose alla vita, se non addirittura contrarie all’esistenza stessa. Infatti, come vedremo nel corso del paragrafo, la negazione totale, il negare ogni realtà è sì la condizione esatta dell’uomo e del mondo, ma non è la condizione adatta per la vita.

 

Non si può cioè vivere in maniera totalmente lucida: la lucidità totale uccide la vita, così come è compatibile con l’esistenza – seppur con una forma diversa dell’esistenza stessa – solo una negazione singhiozzante, solo uno scetticismo fallace, in quanto incompleto. Nella febbre invece, sostiene Savater, ci si può installare, si può vivere ed infatti è ciò che facciamo quotidianamente e inconsapevolmente. Ci siamo già soffermati a lungo su come Cioran consideri l’incoscienza una patria e la coscienza un esilio, una pericolosa deriva che scava sempre più l’abisso fra lo spirito e mondo. Crediamo sia opportuno chiarire qui un punto fondamentale della riflessione cioraniana, punto a cui abbiamo già accennato nell’incipit del nostro paragrafo. È necessario cioè sottolineare la distanza che intercorre tra la coscienza e la lucidità:

 

 

 

“Coscienza non è lucidità. La lucidità, monopolio dell’uomo, rappresenta il punto di arrivo del processo di rottura fra lo spirito e il mondo; è necessariamente coscienza dellacoscienza, e se noi ci distinguiamo dalle bestie, il merito e la colpa sono esclusivamente suoi.

 

La lucidità si impone quindi come monopolio dell’uomo, come elemento di distinzione con gli animali e necessariamente come coscienza della coscienza. Ricordiamo infatti che la coscienza (o un abbozzo di coscienza) apparteneva anche agli animali, mentre questo riflettere della coscienza su se stessa, questa sorta di sdoppiamento della coscienza è retaggio esclusivo dell’essere umano. Con la lucidità quindi si giunge al culmine di quel processo di rottura tra lo spirito e il mondo che, ricordiamolo, aveva preso avvio con la noia: rottura dell’organicità con il pulsare della vita, termine di quel percorso che portava in direzione opposta a quella della vita (e della morte che, come ora sappiamo, è immanente alla vita stessa).

 

Compimento di quella fuga dal centro della vita che la coscienza, intesa come forza, porta con sé. All’uomo “tocca spingere la coscienza, fenomeno quanto mai provvisorio, fino al punto di rottura e cadere in frantumi insieme con essa. Distruggendosi, si eleverà alla propria essenza, e adempirà la propria missione: diventare il nemico di se stesso375”, scrive Cioran. Il destino dell’uomo pertanto sarebbe quello di portare alle estreme conseguenze la coscienza, di pervenire appunto alla lucidità chiaroveggente, alla lucidità che caratterizza quello che Cioran in un altro luogo chiama “l’uomo tagliato fuori da tutto, l’uomo che ha cessato di essere natura”. Cosa significhi questo dissidio, lo abbiamo già spiegato più volte: la riflessione cioraniana si sofferma spesso su questo tema. Un riassunto perfetto della sua posizione a riguardo è contenuto in La caduta nel tempo: ascoltiamolo.

“Quando si vede quale rilevanza assumano le apparenze per la coscienza normale, è impossibile sottoscrivere la tesi del Vedānta, secondo la quale «la non distinzione è lo stato naturale dell’anima». Ciò che si intende qui per stato naturale è lo stato di veglia, quello appunto che non è in alcun modo naturale. Il vivente percepisce esistenza ovunque; non appena è sveglio, non appena cessa di essere natura, comincia a scorgere il falso nell’apparente, l’apparente nel reale, finendo col ritenere sospetta l’idea stessa di reale.

Non più distinzioni, dunque non più tensione né dramma. Contemplato troppo dall’alto, il regno della diversità e del molteplice svanisce. A un certo livello della conoscenza, solo il non essere resiste. Si vive soltanto per difetto di sapere. Non appena si sa, non si è più in armonia con niente. Finché siamo nell’ignoranza, le apparenzeprosperano e serbano un’ombra di inviolabilità che ci permette di amarle e di odiarle, di avere a che fare con esse.

Ma come misurarci con dei fantasmi? Tali esse diventano quando, disingannati, non possiamo più promuoverle al rango di essenze. Il sapere, o piuttosto il risveglio, suscita fra noi e le apparenze uno iato che, sfortunatamente, non è conflittuale; se lo fosse, tutto andrebbe per il meglio; ma non lo è; al contrario, è la soppressione di tutti i conflitti, l’abolizione funesta del tragico. All’opposto di ciò che afferma il Vedānta, l’anima è naturalmente portata alla molteplicità e alla differenziazione: essa sboccia soltanto in mezzo ai simulacri e appassisce se li smaschera e se ne distacca. Risvegliata, si priva dei suoi poteri e non può né avviare né sostenere il minimo processo creativo. […] Chiunque miri all’efficacia deve operare una separazione totale tra vivere e morire, inasprire il dissidio fra le coppie dei contrari, moltiplicare abusivamente l’irriducibile, abbandonarsi all’antinomia, insomma restare alla superficie delle cose

Ciò che il Vedānta afferma essere lo stato naturale dell’anima è, come sostiene Cioran, in realtà lo stato meno naturale che possa esistere, quello in cui si cessa appunto di essere natura, quello in cui si comprende come la vita prosperi solo all’ombra di simulacri e sia possibile solo grazie all’oblio di tale verità, solo grazie a un “difetto di sapere” che ci impedisca di prendere coscienza di tale condizione.

Appena ne diventiamo coscienti, non possiamo più avere a che fare con le apparenze in quanto esse perdono quella sorta di inviolabilità che garantiva i nostri rapporti con esse. Ma ora che ci scopriamo fantasmi alle prese con fantasmi di cose, come elevarle al rango di essenze? La lucidità è questa radicale non adesione alle cose, questa impossibilità di avere a che fare con esse, questa impossibilità di agire, di inserirsi nel mondo, di vivere e di morire. È il parossismo della sterilità, potremmo dire prendendo a prestito termini cioraniani, così come la vita è il parossismo della febbre.”.

 

“Immaginate adesso il processo inverso: passata la febbre, eccovi disincantati, normali fino all’eccesso. Più nessuna ambizione, dunque più nessun mezzo di essere qualcuno o qualche cosa; il nulla in persona, il vuoto incarnato: ghiandole e viscere chiaroveggenti, ossa disingannate, un corpo invaso dalla lucidità, puro per se stesso, fuori gioco, fuori tempo, sospeso a un io irrigidito in un sapere totale senza conoscenze. Dove ritrovare l’attimo fuggito? Chi ve lo ridarà? Dappertutto gente frenetica o stregata, una folla di anormali che la ragione ha abbandonato per rifugiarsi presso di voi, unici ad aver tutto capito, spettatori assoluti, smarriti fra stolti, restii per sempre alla farsa unanime.

E dato che l’intervallo che vi separa dagli altri non cessa di ingrandirsi, vi viene da domandarvi se non avete per caso percepito una realtà nascosta a tutti. Rivelazione infima o capitale, il contenuto ve ne resterà oscuro. La sola cosa di cui siete certi è il vostro accesso a unequilibrio inaudito, promozione di uno spirito sottratto a ogni complicità con gli altri. Ingiustamente sensati, più ponderati di tutti i saggi, così vi scoprite… E se tuttavia assomigliate ai forsennati che vi circondano, avvertite che un’inezia ve ne distinguerà per sempre; questa sensazione o questa illusione fa sì che, se compite i loro stessi atti, voi non ci mettete però né la stessa alacrità né la stessa convinzione.

Barare sarà per voi una questione d’onore, e l’unico modo di vincere i vostri «accessi» o di impedirne il ritorno. Se c’è voluta né più né meno che una rivelazione, o un disastro, ne dedurrete che coloro che non hanno attraversato una crisi simile sprofonderanno sempre più nelle stravaganze inerenti alla nostra razza”.

 

 

 

 

 

 

 

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