DIO È MORTO

 GOTT IS TOT

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa indagine si propone di chiarire il luogo a par¬tire dal quale potrà forse un giorno esser posto il pro-blema dell’essenza del nichilismo. L’indagine trae origine da un pensiero che incomincia finalmente a gettare luci sulla posizione fondamentale di Nietzsche nel corso della storia della metafisica occidentale.

Si tratta di uno stadio della metafisica occidentale che è probabilmente il suo stadio finale; non si vedono infatti altre possibilità per la metafisica, dopo che essa, con Nietzsche, ha in certo modo spogliato se stessa della propria possibilità es-senziale.

 

Col capovolgimento determinato da Nietzsche, non resta più alla metafisica che il suo capovolgimento nel non-essere [Unwesen]. Il soprasensibile non è che l’inconsistente pro¬dotto del sensibile. Ma con questo svi-limento del suo op¬posto, il sensibile rinnega il suo stesso essere. La destitu¬zione del soprasensibile sopprime anche il puro sensibile, e, perciò la loro distinzione. La destituzione del sovrasensibile sfocia in un «né… né…» rispetto alla distinzione di sensibile e non-sensibile

 

 

Nietzsche stesso spiega me¬tafisicamente il corso della storia occidentale, e precisamente come il sorgere e lo svilupparsi del nichilismo. L’esame della metafisica di Nietzsche diviene allora una meditazione sulla situa-zione e sullo stato dell’uomo contemporaneo il cui destino [Geschick] è an¬cora ben scarsamente compreso. Ogni riflessione di questo genere, quando almeno non voglia essere una vuota ripe¬tizione di nozioni, deve andar al di là di ciò intorno a cui riflette.

La nostra riflessione attuale sulla metafisica di Nietzsche non significa che — oltre alla sua etica, alla sua gnoseologia ed alla sua estetica — prendiamo in esame anche o prima di tutto la sua metafisica, ma significa semplicemente e sol¬tanto che noi cerchiamo per prima cosa di prendere sul serio Nie-tzsche come pensatore. Ma pensare significa, anche per Nietzsche: rappresentare l’ente in quanto ente. Ogni pensiero metafisico è ontologia e null’altro.

L’analisi che segue si mantiene, quanto al suo intento ed alla sua portata, nell’ambito di quell’esperienza di pen-siero in base alla quale fu pensato Sein und Zeit. Il pen¬siero è costantemente messo in moto da un solo fatto: che nella storia del pensiero occidentale, sin dall’inizio, si pensa, sì, l’ente rispetto al suo essere, ma senza che sia pensata la verità dell’essere, cosicché questa, non solo è rifiutata al pensiero come possibile apprensione, ma lo è in modo tale che il pensiero occidentale stesso, sotto forma di metafisica, nasconde il fatto di questo rifiuto, an-che se non ne è con¬sapevole.

Ciò che ora ci proponiamo è la riflessione sulla metafi¬sica di Nietzsche. Il suo pensiero vede se stesso sotto il segno del nichilismo. Si tratta del nome di una corrente storica riconosciuta da Nietzsche, che, dopo aver domi-nato i secoli precedenti, caratterizza ora il nostro secolo. Nietzsche ne riassume brevemente l’interpretazione con l’espressione: «Dio è morto».

Si potrebbe pensare che l’affermazione «Dio è morto» esprima un’opinione dell’ateo Nietzsche e che rifletta quindi soltanto un atteggiamento personale, perciò parziale e fa¬cilmente confutabile con l’osservazione che, un po’ dappertutto, esistono oggi uomini che frequentano le chiese e che affrontano le prove della vita con una fede cristiana in Dio.

Resta però sempre la questione se il detto di Nietzsche rispecchi la convinzione stravagante di un pensatore che si sa certamente esser finito pazzo, o se invece qui Nietzsche non faccia che pronunciare la sentenza che, inespressamente, fu già sempre alla base della storia dell’Occidente metafisi¬camente determinato. Per non dare una risposta precipitosa, è necessario sforzarci di pensare l’espressione «Dio è morto» così com’essa è intesa. Faremo dunque bene a sospen¬dere ogni giudizio avventato intorno a questa così tremenda afferma-zione.

Le riflessioni che seguiranno non cercano che di inter¬pretare il detto di Nietzsche secondo alcune prospettive es-senziali. Sia anche ribadito che il detto di Nietzsche qua¬lifica il destino [Geschick] di due millenni di storia oc-cidentale. Non possiamo certo pretendere di poter mutare, con un saggio su questo detto di Nietzsche, tale de-stino, o anche solo di comprenderlo pienamente. Tuttavia, una cosa è sin d’ora necessaria, cioè che dalla rifles-sione traiamo un insegna¬mento e che, nel corso di questo insegnamento, impariamo a riflettere.

Ogni delucidazione non può accontentarsi di ricavare il senso dal testo, ma deve anche, senza presunzione, for-nire impercettibilmente qualcosa di proprio, ricavato dalla cosa stessa. Questa aggiunta è ciò che il profano — in base a quello che è per lui il contenuto del testo — la¬menta come un costante forzamento e critica come un ar-bitrio, in base a regole che egli stesso ha prestabilite. Un’ana¬lisi adeguata non intende però il testo in modo migliore del suo stesso autore, bensì in modo diverso. Questo qual¬cosa di diverso dev’esser però tale da riguar-dare quel Me¬desimo su cui riflette il testo esaminato.

La prima volta che incontriamo, il detto di Nietzsche «Dio è morto», è nel terzo volume dell’opera comparsa nel 1882 col titolo La gaia scienza. quest’opera in¬comincia il movimento di -Nietzsche verso l’elaborazione della sua posizione metafisica fondamentale. Fra quest’opera e gli sforzi inutili di elaborazione dell’opera fondamentale progettata, cade la pubblicazione di Cosí parlò Zaratustra. L’opera fondamentale non venne mai portata a termine. Provvisoriamente venne intitolata La volontà di potenza col sottotitolo: «Saggio di rovesciamento di tutti i valori».

La concezione singolare della morte d’un Dio e del morire degli Dei era già familiare al giovane Nietzsche. In una annotazione del tempo in cui stendeva la sua prima opera La nascita della tragedia , Nietzsche scrive: «Io credo al detto del germanesimo primitivo: tutti gli Dei debbono morire». Alla fine del suo scritto Fede e Scienza , il giovane Hegel parla del «sentimento su cui riposa la religione della nuova era, il sentimento che Dio stesso è morto… ». L’affermazione di Hegel non si riferisce alla stessa cosa di quella di Nietzsche. Sus-siste però fra le due cose una connessione fondamentale, che si radica nell’essenza di ogni metafisica. Nella me-desima sfera rientra — anche se per ragioni opposte — la frase di Pa¬scal, desunta da Plutarco: Le gran Pan est mort (Pensées, 695).

Leggiamo innanzitutto per disteso il passo n. 125 dell’opera La gaia scienza. Esso porta il titolo: «L’uomo paz-zo» e dice:

 

Non avete mai sentito parlare di quell’uomo pazzo che, in pieno mattino, accesa una lanterna, si recò al Mercato e inco¬minciò a gridare senza posa: «Cerco Dio! Cerco Dio!» Tro¬vandosi sulla piazza molti uomini non credenti in Dio, egli suscitò in loro grande ilarità. Uno disse: «L’hai forse per¬duto? », e altri: «S’è smarrito come un fanciullo? Si è na¬scosto in qualche luogo? Ha forse paura di noi? Si è im¬barcato? Ha emigrato?». Cosí gridavano, ridendo fra di loro…

L’uomo pazzo corse in mezzo a loro e fulminandoli con lo sguardo gridò: «Che ne è di Dio? Io ve Io dirò. Noi l’ab¬biamo ucciso — io e voi! Noi siamo i suoi assassini! Ma come potemmo farlo? Come potemmo bere il mare? Chi ci diede la spugna per cancellare l’intero orizzonte? Che facemmo sciogliendo la terra dal suo sole?

Dove va essa, ora? Dove an¬diamo noi, lontani da ogni sole? Non continuiamo a precipi¬tare: e indietro e dai lati e in avanti? C’è ancora un alto e un basso Non andia-mo forse errando in un infinito nulla? Non ci culla forse lo spazio vuoto? Non fa sempre piú freddo? Non è sempre notte, e sempre piú notte? Non occorrono lanterne in pieno giorno? Non sentiamo nulla del rumore dei becchini che stanno seppellendo Dio? Non sentiamo l’odore della putrefa¬zione di Dio? Eppure gli Dei stanno decomponendosi!

Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo uc-ciso!

Come trove¬remo pace, noi piú assassini di ogni assassino? Ciò che vi era di piú sacro e di piú potente, il padrone del mondo, ha perso tutto il suo sangue sotto i nostri coltelli. Chi ci monderà di questo sangue? Con quale acqua potremo rendercene puri? Quale festa sacrificale, quale rito purifi-catore dovremo istituire? La grandezza di questa cosa non è forse troppo grande per noi? Non do-vremmo divenire Dei noi stessi per esserne all’altezza? Mai ci fu fatto piú grande, e chiunque nascerà dopo di noi apparterrà per ciò stesso a una, storia piú alta di ogni altra trascorsa ».

 

A questo punto l’uomo pazzo tacque e fissò nuova¬mente i suoi ascoltatori; anch’essi tacevano e lo guardavano stupi-ti. Quindi gettò a terra la sua lanterna che andò in pezzi spegnendosi. «Vengo troppo presto, disse, non è ancora il mio tempo. Questo evento mostruoso è tuttora in corso e non è ancor giunto alle o-recchie degli uomini. Per esser visti e rico¬nosciuti lampo e tuono hanno bisogno di tempo, la luce delle stelle ha bisogno di tempo, i fatti hanno bisogno di tempo anche dopo esser stati compiuti.

Questo fatto è per loro ancor piú lontano della piú lontana delle stelle e tuttavia sono loro stessi ad averlo compiuto!» Si racconta anche che l’uomo pazzo, in quel medesimo giorno, entrò in molte chiese per recitarvi il suo Requiem aeternam Deo. Condotto fuori e interrogato non fece che rispon-dere: «Che sono ormai piú le chiese se non le tombe e i sepolcri di Dio?»

 

Quattro anni dopo Nietzsche aggiunge ai quattro libri della Gaia scienza un quinto dal titolo Noi i senza paura. Il primo passo di questo libro (Af. 343) è intito¬lato: «Ciò che ne è della nostra serenità». Esso incomin¬cia così: «Il piú importante degli eventi recenti, che “Dio è morto”, che la fede nel Dio cristiano è divenuta inatten-dibile, comincia già a gettare le sue prime ombre sul¬l’Europa».

Da questo passo risulta chiaro che l’affermazione di Nietzsche circa la morte di Dio riguarda il Dio cristiano. Ma è altrettanto certo, e da tener presente fin d’ora, che le espressioni «Dio» e «Dio cristiano» sono usate nel pensiero di Nietzsche per indicare il mondo sovrasensibile in generale. «Dio» è il termine per designare il mondo delle idee e degli ideali. Questo mondo del sovrasensibile vale da Platone — o, meglio, dalla tarda interpre-tazione greca e da quella cristiana della filosofia platonica — come il mondo vero, l’autenticamente reale. In opposizione ad esso, il mondo sensibile è semplicemente il mondo di qua, il mondo mutevole, apparente e irreale. Il mondo di qua è la valle di lacrime, contrapposta all’eterna beatitudine ul¬traterrena. Se intendiamo, come ancora fa Kant, il mondo sensibile come mondo fisico nel senso piú ampio, il mondo sovrasensibile diverrà il mondo metafisico.

Così l’espressione «Dio è morto» significa che il mondo ultrasensibile è senza forza reale, non dispensa vita al-cuna. La metafisica, cioè — per Nietzsche — la filosofia occiden¬tale intesa come platonismo, è alla fine. Nie-tzsche intende la sua filosofia come la controcorrente della metafisica, cioè, per lui, del platonismo.

Ma, in quanto semplice controcorrente, essa resta neces¬sariamente conforme, come ogni «anti-», alla natura di ciò contro cui si volge. L’antimetafisica di Nietzsche, in quanto semplice capovolgimento della metafisica, è un irretimento nella metafisica stessa, siffatto che questa, divorziando dalla sua stessa natura, non è piú in grado, in quanto metafisica, di pensare la propria essenza; perciò, alla metafisica e in virtú sua, resta nascosto ciò che ef-fettivamente succede in essa in quanto è se stessa.

Se Dio, come causa ultrasensibile e come fine di ogni realtà, è morto, se il mondo ultrasensibile delle idee ha perduto la sua forza normativa, e soprattutto la sua forza di risveglio e di elevazione, non resta piú nulla a cui l’uomo possa attenersi e secondo cui possa regolarsi. per questo che nel passo che abbiamo citato è scritto: «Non andiamo forse errando in un nulla infinito?». La espressione «Dio è morto», è la constatazione che questo nulla dilaga. « Nulla » significa qui: assenza di un mondo ultrasensibile e vincolante. Il nichilismo, «il piú inquie¬tante degli ospiti», batte alla porta.

Il tentativo di interpretare il significato dell’espressione di Nietzsche «Dio è morto», è equivalente alla delucida-zione di ciò che Nietzsche intende per nichilismo; e quindi alla determinazione dell’atteggiamento di Nietzsche di fronte al nichilismo. Poiché, per lo piú, questo nome è usato come termine ad effetto e, di solito, è pregiudi-zialmente assunto in senso riprovatorio, è necessario chiarirne il significato. Non tutti quelli che fanno appello alla loro fede cristiana o a una qualsiasi convinzione metafisica sono per ciò stesso al di fuori del nichilismo. Parimenti non tutti coloro che sono pensosi del nulla e della sua natura sono senz’altro nichilisti.

Questo termine è usato volentieri in un’accezione tale per cui la designazione di nichilista — e al termine non fa riscontro alcuno sforzo di pensiero — sia già sufficiente a dimostrare che la semplice riflessione sul nulla con-duce come tale alla caduta nel nulla e all’instaurazione della sua dittatura.

In linea di massima occorre vedere se il termine ni¬chilismo, rigorosamente pensato nel senso conferito ad esso dalla filosofia di Nietzsche, abbia soltanto un significato nichilistico, cioè negativo nel senso di un nulla radicale. Di fronte all’uso indeterminato e arbitrario del termine « nichilismo », si rende perciò necessario, prima ancora d’una esatta determinazione di ciò che Nietzsche affermò sul nichilismo, il raggiungimento di una prospettiva ade¬guata alla stessa posizione del problema.

Il nichilismo è un movimento [Bewegung] storico e non un modo di vedere o una dottrina qualsiasi sostenuta da qualcuno. Il nichilismo muove la storia in seno al de¬stino [Geschick] dei popoli occidentali, e la muove come un processo fondamentale appena avvertito. Il nichilismo non è dunque neppure un fenomeno storico fra altri, non è solo una corrente spirituale che si presenti nella storia oc¬cidentale accanto ad altre: accanto al cristianesimo, all’umanesimo, all’illuminismo.

Il nichilismo, pensato nella sua essenza, è piuttosto il movimento fondamentale della storia dell’Occidente. Esso rivela un corso così profondamente sotterraneo, che il suo sviluppo non potrà determinare che catastrofi mon-diali. Il nichilismo è il movimento storico universale dei popoli della terra, nella sfera di potenza del Mondo Moderno. Non è quindi un fenomeno dell’epoca attuale e neppure un prodotto del secolo XIX, anche se in que-sto secolo si destò una consapevolezza piú acuta nei riguardi di esso e il ter¬mine incominciò ad essere usato. Né si può dire che il ni¬chilismo sia soltanto il prodotto delle singole nazioni i cui pensatori e scrittori parlano e-spressamente di esso. Quelle che se ne ritengono esenti, ne determinano lo sviluppo forse in modo piú radicale. Fa parte dell’inquietudine che circonda questo ospite estremamente inquietante il fatto che esso non possa rive-lare la sua provenienza.

Il nichilismo non prende inizio soltanto là dove il Dio cristiano è negato, il cristianesimo combattuto, o dove è predicato un ateismo volgare su basi di libero pensiero. Finché guardiamo esclusivamente alla miscredenza come distacco dal cristianesimo e alle sue manifestazioni, non andiamo al di là degli aspetti piú estrinseci e accidentali del nichilismo. Il discorso dell’uomo pazzo sta appunto a dimostrare che l’espressione «Dio è morto» non ha nulla in comune con le opinioni, di quanti lo circondavano discor¬rendo fra di loro, di quanti «non credevano in Dio». Nei miscredenti in questo senso, il nichilismo non è ancora pe¬netrato come destino della loro storia.

Fin che noi intendiamo l’espressione « Dio è morto » soltanto come la formula della miscredenza, non facciamo che pensare in modo teologico-apologetico, rinunciando a ciò verso cui mirava il pensiero di Nietzsche, e preci-samen¬te alla riflessione che tende a pensare ciò che è già accaduto alla verità del mondo sovrasensibile e al suo rap¬porto col mondo sensibile.

Il nichilismo, nel senso di Nietzsche, non coincide nep¬pure con l’idea di uno stato di fatto meramente negativo, caratterizzato dalla non credenza nel Dio cristiano della rivelazione biblica; del resto Nietzsche non intendeva per cristianesimo la vita cristiana quale sussistette per breve tempo prima della composizione degli Evangeli e della propaganda missionaria di Paolo. Per lui il Cristianesimo è l’apparizione storica e politico-mondana della Chiesa e delle sue pretese di potenza nella formazione dell’umanità oc¬cidentale e della sua civiltà moderna. Il cristianesimo in questo senso e la cristianità della fede neotestamentaria non sono la medesima cosa.

Anche una vita non cristiana può aderire al cristianesimo e utilizzarlo come fattore di po¬tenza; come, al contrario, una vita cristiana non richiede necessariamente il cristianesimo. Perciò una polemica sul cristianesimo non è assolutamente una lotta contro ciò che è cristiano, allo stesso modo che una critica della teologia non è di per sé una critica della fede di cui la teologia do¬vrebbe essere l’interpretazione. Non si esce dalla sfera delle polemiche fra visioni del mondo [Weltanschauungen] fin che non si tien conto di queste distinzioni fondamentali.

Nell’espressione «Dio è morto», il termine Dio, pen¬sato fino in fondo, sta per il mondo ultrasensibile degli ideali che costituiscono il fine della vita terrena, concepito come sussistenza al di sopra della vita terrena stessa e come tale da determinarla dall’alto e, quindi, in certo modo, dal di fuori. Se la fede genuina in Dio, intesa nel senso proprio della Chiesa, va dileguando, e se, in particolar modo, la dot¬trina della fede, la teologia, è sempre piú limitata e addi¬rittura rifiutata nel suo ruolo di fondamento esplicativo dell’ente nel suo insieme, non ne risulta per ciò stesso com¬promesso quell’ordinamento in virtú del quale un fine riposto nell’ultrasensibile domina la vita terrestre sensibile.

Al posto dell’autorità di Dio dileguata e dell’ammaestra¬mento della Chiesa subentra l’autorità della coscienza, si impone l’autorità della ragione. Contro di questa si leva l’istinto sociale. L’evasione nel mondo sovrasensibile è surrogato dal progresso storico. Il fine ultraterreno della bea¬titudine eterna si trasforma nella felicità terrena u-niversale. Le cure del culto religioso sono sostituite dall’entusiasmo per le creazioni culturali e per la diffusione della civiltà. La creatività riservata un tempo al Dio biblico, caratterizza ora l’agire umano. Il suo fare finisce per risolversi nell’affare.

Ciò che in tal modo vuol prendere il posto del mondo ultrasensibile non è costituito che da derivati dell’interpre-tazione del mondo cristiano-chiesastica e teologica, la quale, a sua volta, ha desunto il suo schema dell’ordo, dell’or¬dinamento gerarchico dell’ente, dal mondo ellenistico-ebraico, la cui struttura fondamentale venne stabilita da Platone agli albori della metafisica occidentale.

Il dominio in cui sono possibili così l’essenza come l’esi¬stenza del nichilismo è la metafisica stessa, purché noi ve-diamo in essa non una dottrina, o addirittura una partico¬lare disciplina filosofica, ma quell’ordinamento dell’ente nel suo insieme in virtú del quale esso viene suddiviso in mondo sensibile e ultrasensibile, facendo dipendere quello da questo. La metafisica è l’ambito storico in cui diviene destino [Geschick] che il mondo ultrasensibile, le idee, Dio, la legge morale, l’autorità della ragione, il progresso, la felicità del maggior numero, la cultura, la civiltà per¬dano la loro forza costrittiva, e si annullino. Noi designamo questa rovina essenziale del sovrasensibile come la sua dis¬soluzione. La miscredenza nel senso di allontanamento dalla dottrina cristiana della fede, non è perciò mai l’essenza e il fondamento del nichilismo, ma semplicemente una sua conseguenza; potrebbe infatti darsi che lo stesso cristia¬nesimo non costituisca che un derivato ed un momento dello sviluppo del nichilismo.

È così possibile rendersi conto anche dell’estrema aber¬razione a cui si va incontro nella interpretazione e nella presunta lotta contro il nichilismo. Poiché non si compren¬de che il nichilismo è un movimento storico che dura da molto tempo e che ha il suo fondamento essenziale nella metafisica, si cede alla funesta tentazione di assu-mere come nichilismo alcune manifestazioni che sono già sue conse¬guenze, o di definire come sue cause origi-narie quelle che sono già suoi effetti e sue derivazioni.

 

L’accettazione incon¬sapevole di questo modo di vedere ci ha abituati da de¬cenni a considerare il predominio della tecnica e la rivolta delle masse come cause della si-tuazione storica del nostro tempo e ad analizzare instancabilmente la situazione spiri¬tuale del nostro tempo da questo punto di vista. Ma tutte queste analisi raffinate e onniscienti dell’uomo e della sua situazione nell’ente sono prive di forza di pensiero e non provano che la superficialità di una riflessione che non pone il problema del luogo dell’essenza dell’uomo e del suo si¬tuarsi nella verità dell’essere.

Fin che continuiamo a scambiare le manifestazioni este¬riori del nichilismo per il nichilismo stesso, la nostra presa di posizione nei suoi confronti resterà condannata alla su¬perficialità. Tale presa di posizione non cambia anche se trae un certo pathos antinichilista dallo scontento per la situazione generale, da una disperazione appena confessata, dallo sdegno morale o dalla presuntuosa superiorità del credente.

A tutti questi atteggiamenti bisogna contrapporre la riflessione. Incominciamo con l’interrogare Nietzsche per stabilire ciò che egli intendeva per nichilismo, lasciando per ora impregiudicato se egli coglieva, e poteva co-gliere, nel suo pensiero l’essenza del nichilismo.

 

 

 

 

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