DISTINZIONE E RAPPRESENTAZIONE DELL’OGGETTO

SOLIP

 

 

 

 

 

E appunto insistendo sull’inseparabilità di soggetto e oggetto, che Schopenhauer prosegue il suo discorso.

Da una parte il dogmatismo realistico, considerando la rappresentazione un effetto dell’oggetto, vuole separare queste due cose, rappresentazione ed oggetto, che sono una cosa sola, e postulare una causa del tutto diversa dalla rappresentazione, un oggetto in se, indipendentemente dal soggetto: qualcosa di assolutamente impensabile, giacche appunto già come oggetto presuppone sempre di nuovo il soggetto e rimane quindi sempre e solo la rappresentazione di quello.

Ad esso lo scetticismo, in base allo stesso falso presupposto [l’essere la rappresentazione l’effetto dell’oggetto? O, più originariamente, la separazione tra rappresentazione e oggetto?], contrappone il fatto che nella rappresentazione si ha sempre e solo l’effetto, mai la causa, dunque non si conosce mai l’essere, ma sempre e solo l’agire degli oggetti: questo poi potrebbe forse non avere nessuna somiglianza con quello, anzi sarebbe in genere ammesso del tutto falsamente, dato che la legge di causalità sarebbe desunta solo dall’esperienza, la cui realtà dovrebbe per contro riposare su quella.

 

Su ciò conviene ora ricordare a entrambi, innanzitutto, che oggetto e rappresentazione sono la stessa cosa; poi, che l’essere degli oggetti intuitivi e appunto il loro agire, che appunto in questo consiste la realtà della cosa, e che la pretesa dell’esistenza dell’oggetto fuori della rappresentazione del soggetto, e anche di un essere della cosa reale diverso dal suo agire, non ha nessun senso ed e una contraddizione; che quindi la conoscenza del modo di agire di un oggetto intuito appunto esaurisce anche questo stesso in quanto e oggetto, cioè rappresentazione, dato che al di fuori dell’agire niente resta in esso per la conoscenza. In tanto anche il mondo intuito nello spazio e nel tempo, che si palesa come mera causalità, e perfettamente reale, ed e in tutto e per tutto ciò per cui si da, e si da completamente e senza riserve, come rappresentazione, ordinata secondo la legge di causalità.

 

Questo secondo punto rileva innanzi tutto che l’errore capitale che commettono coloro che sollevano il problema della realtà del mondo esterno, consiste nel distinguere la rappresentazione dall’oggetto che ne sarebbe la causa; ora tale oggetto-causa della rappresentazione – come in generale qualsiasi oggetto che fosse per definizione esterno alla rappresentazione – sarebbe appunto un oggetto senza alcuna relazione ad un soggetto, il che e impensabile.

La confutazione prosegue precisando che, anche ammesso che la rappresentazione sia un effetto dell’oggetto sul soggetto, non si può sostenere che perciò al di la della rappresentazione vi sia una qualche essenza sconosciuta: l’essere delle cose si riduce al loro agire, e quindi, al di fuori di quel loro agire sul soggetto che e la rappresentazione, non bisogna ipotizzare nulla.

A questo riguardo conviene pero notare due cose.

 

1) Se per ≪lo stesso falso presupposto≫ che lo scetticismo raccoglie dal realismo si intende l’essere la rappresentazione un effetto dell’oggetto, lo scetticismo di cui parla Schopenhauer e auto contraddittorio, poiché , in base a tale presupposto, giunge a mettere in dubbio l’esistenza dell’oggetto: ossia mette in dubbio l’esistenza della causa, pur non potendo dubitare di quello che continua a definire, per presupposto, come suo effetto. Lo scettico che riprende dal realismo la definizione della rappresentazione come effetto di un oggetto al di la della rappresentazione, può mettere al massimo in dubbio la conformità dell’effetto rispetto alla causa, ma non può dubitare della causa e della causalità, mantenendo l’effetto in quanto tale (la rappresentazione).

 

Lo scettico che dubita invece della stessa legge di causalità, e perciò dubita che vi sia qualcosa di esterno alle rappresentazioni come loro causa, farebbe capo ad un altro tipo di scetticismo, diverso e incompatibile rispetto al primo.

Se, invece, per quel presupposto si intende la distinzione dell’oggetto dalla rappresentazione – che e la premessa necessaria per poi definire l’uno come causa, l’altra come effetto –, allora in effetti si tratta della medesima posizione teorica colta in suo sviluppo possibile. Allo scettico che, presupponendo quella distinzione, la converte nella distinzione tra essere e agire dell’oggetto, e quindi ipotizza un qualcosa al di la della rappresentazione differente e incommensurabile rispetto ad essa – incommensurabile quanto lo sono tra loro essere e agire –, Schopenhauer, rivolgendosi anche al realismo, può obiettare che essere e agire della cosa coincidono.

Lo scettico che arriva poi a dubitare della legge di causalità e quindi del mondo inteso come causa delle rappresentazioni, oltre che ignorare l’apriorità e quindi l’indubitabilità della legge di causalità, non fa altro che radicalizzare la distinzione presupposta tra rappresentazione e oggetto, al punto da convertirla in quella tra esistenza e inesistenza. Scetticismo e realismosi basano quindi su quella distinzione originaria, che non esprime altro che la fiducia nella possibilità di un oggetto senza soggetto. Difatti Schopenhauer scrive: ≪Su cio conviene ora ricordare a entrambi [il realista e lo scettico], innanzitutto [corsivo mio], che oggetto e rappresentazione sono la stessa cosa […]≫.

Sull’equivalenza di rappresentazione intuitiva e oggetto e anche detto nella Dissertazione (nella sua seconda edizione):

 

Ma il realismo non vede che il cosiddetto essere di queste cose reali non è assolutamente nient’altro che un esser rappresentato, o, se si insiste nel nominare soltanto la presenza immediata nella coscienza del soggetto, un essere rappresentato κατ’εντελeχειαν, anzi soltanto un poter essere rappresentato κατa δuναμιν; non vede che l’oggetto, al di fuori del suo rapporto con il soggetto, non e più oggetto e che, quando si toglie questo rapporto e se ne astrae, e subito eliminata anche ogni esistenza oggettiva.

 

 

2) Bisogna in secondo luogo notare che dall’equivalenza tra l’essere e l’agire della cosa, non segue che la rappresentazione sia necessariamente tutto l’agire, cioè  tutto l’essere, della cosa: potrebbe infatti rimanere un residuo di agire (ossia di essere) della cosa non compreso nella rappresentazione, la quale dunque non esaurirebbe l’oggetto. Invece, solo se e posto che non c’e alcun oggetto senza soggetto, e allora necessario che tutto l’agire della cosa sia compreso nella rappresentazione (perche altrimenti l’agire non compreso sarebbe un essere – un oggetto – senza soggetto); dunque soltanto in congiunzione con il principio di inseparabilità di soggetto e oggetto, l’equivalenza tra l’essere e l’agire della cosa vale a dimostrare che, anche ammesso che la rappresentazione sia l’effetto dell’oggetto, non esiste comunque niente di esso che sia “al di fuori” della rappresentazione.

Ma allora l’assunzione dell’equivalenza di essere e agire, al fine di dimostrare che la rappresentazione esaurisce la realtà della cosa, diventa un pleonasmo, bastando a ciò , analiticamente, l’inseparabilità di soggetto e oggetto; la quale anche in questo passo rappresenta il cardine dell’argomentazione. Che l’essere e l’agire della cosa siano identici serve solo a mostrare che – tenuta ferma la contraddittorietà di un qualsiasi oggetto senza soggetto – anche ammesso che la rappresentazione sia un’azione dell’oggetto sul soggetto, al di fuori di questa non vi e comunque da ricercare alcunché . Schopenhauer scrive appunto:

 

Su ciò conviene ora ricordare a entrambi, innanzitutto [corsivo mio], che oggetto e rappresentazione sono la stessa cosa; poi [corsivo mio], che l’essere degli oggetti intuitivi e appunto il loro agire, che appunto in questo consiste la realtà della cosa, e che la pretesa dell’esistenza dell’ oggetto fuori della rappresentazione del soggetto, e anche di un essere della cosa reale diverso dal suo agire, non ha nessun senso ed e una contraddizione […].

 

Il testo prosegue a questo punto con un intermezzo sulla distinzione tra idealità trascendentale del mondo, e sua realtà empirica, la quale sarà da noi analizzata a parte, ma pur sempre in relazione a questo contesto in cui si trova inserita. Veniamo quindi al terzo argomento contro la legittimità della questione circa l’esistenza del mondo esterno.

 

 

Se si indaga ancor più a fondo sull’origine di codesta questione circa la realta del mondo esterno, si trova che, oltre alla suddetta falsa applicazione del principio di ragione a cio che si trova fuori del suo dominio, si aggiunge ancora una particolare confusione delle forme, cioe quella forma, che esso ha solo in relazione ai concetti o alle rappresentazioni astratte, viene riferita alle rappresentazioni intuitive, agli

oggetti reali, e viene pretesa una ragione di conoscenza degli oggetti, che non possono avere se non una ragione di divenire. Sulle rappresentazioni astratte, i concetti congiunti in giudizi, il principio di ragione domina comunque in modo tale che ognuno di questi ha il suo valore, la sua validità, tutta la sua esistenza, chiamata qui verità, unicamente e soltanto per il riferimento del giudizio a qualcosa fuori di esso, alla sua ragione di conoscenza, a cui si deve sempre risalire. Invece sugli oggetti reali, sulle rappresentazioni intuitive, il principio di ragione domina non come principio di ragione del conoscere, bensì del divenire, come legge di causalità: ciascuno di essi, per il fatto di essere divenuto, cioè  di essere risultato come effetto di una causa, gli ha già pagato il suo debito.

La pretesa di una ragione di conoscenza dunque non ha qui nessuna validità e nessun senso, ma appartiene a tutt’altra classe di oggetti. Quindi anche il mondo intuitivo, finche ci si ferma ad esso, non suscita nello spettatore ne scrupoli ne dubbi: qui non c’e ne errore ne verità […].

 

 

Secondo Schopenhauer, chi solleva la questione della realtà  del mondo esterno confonde il principio di ragion sufficiente del conoscere con il principio di ragion sufficiente del divenire, poiché  applica la prima forma al dominio che e invece proprio ed esclusivo della seconda. La ragione del divenire, che poi altro non e che la causalità , viene cosi esposta nella Dissertazione: “[…] quando, in uno o più oggetti reali, sorge un nuovo stato, un altro deve averlo preceduto, al quale esso succede secondo una regola, cioè  tutte le volte che si presenta”.

 

La ragion sufficiente del conoscere e li invece espressa: La verità e la relazione di un giudizio con qualcosa che si trova al di fuori di esso.

Chi solleva quella questione, come si e visto, distingue la rappresentazione dall’ oggetto che ne sarebbe la causa; quindi fa come se la rappresentazione avesse un qualcosa rispetto a cui doversi adeguare e conformare – onde poi si può  essere scettici su tale conformità : ma per Schopenhauer sono le rappresentazioni astratte (i concetti) congiunte in giudizi, e non le rappresentazioni intuitive ad essere in relazione, quanto alla loro verità, con qualcosa che si trova al di fuori di esse (nel caso più  semplice questo qualcosa sono proprio le rappresentazioni intuitive: i giudizi hanno il vincolo di adeguazione rispetto alle intuizioni da cui sorgono).

 

Il motivo per cui le rappresentazioni intuitive non possono avere una ragione di conoscenza e che rappresentazione intuitiva e oggetto coincidono: di conseguenza, posto che la verità e adeguazione a qualcosa, con esse ≪non c’e ne errore ne verità≫, e ≪quindi anche il mondo intuitivo, finche ci si ferma ad esso [cioè  finche non venga concettualizzato], non suscita nello spettatore ne scrupoli ne dubbi≫; scrupoli e dubbi da cui invece si lascia assalire chi solleva la questione della realtà del mondo esterno.

 

Anche qui, il punto essenziale e che non può esistere un oggetto senza soggetto, come sarebbe un’eventuale ragione di conoscenza delle rappresentazioni intuitive, ad esse esterna.

 

Ricapitolando: le tre irregolarità che Schopenhauer rileva nella posizione del problema dell’esistenza del mondo esterno (applicazione trascendente del principio di ragione; distinzione tra rappresentazione intuitiva e oggetto; attribuzione della ragione di conoscenza alla categoria di oggetti su cui vige la ragione del divenire) hanno come denominatore comune e fondamentale la separazione di soggetto e oggetto, che sono invece, per il Nostro, termini reciprocamente dipendenti. Su ciò Schopenhauer e molto chiaro:

 

Queste meta [soggetto e oggetto, in cui consta il mondo come rappresentazione] sono […] inseparabili, anche per il pensiero, giacche ciascuna delle due ha significato ed esistenza solo attraverso e per l’altra, esiste con essa e sparisce con essa. Esse si limitano direttamente tra loro: dove comincia l’oggetto, cessa il soggetto.

Quel che e sorprendente e che Schopenhauer ritiene, nel I libro, di essere riuscito a dimostrare definitivamente che quel problema non può e non deve essere posto.

 

Cosi come l’abbiamo fin qui considerata, la questione della realtà del mondo esterno era sempre sorta da un traviamento della ragione, che giungeva sino a fraintendere, e perciò la questione si poteva risolvere solo con la delucidazione del suo contenuto. Dopo che era stata indagata tutta l’essenza del principio di ragione, la relazione fra oggetto e soggetto e la vera natura dell’intuizione sensibile, essa doveva eliminarsi da se, poiché  appunto non le rimaneva più nessun significato.

 

La questione, attraverso ≪la delucidazione del suo contenuto≫, e stata ≪risolta≫ ed anzi ≪s e eliminata da se≫. La posizione del problema e stata rigorosamente dimostrata come illegittima. Ma allora per quale motivo, nel II libro, Schopenhauer dichiara che «l’egoismo teoretico non si potrà mai confutare con prove»?

 

 

 

 

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