IL LABIRINTO

 FRAMMENTOS

 

 

 

 

 

Le aspirazioni dello spirito e le elaborazioni dell’intelligenza rispondono al desiderio di colmare l’insufficienza degli esseri. Infatti, «alla base della vita umana esiste un principio di insufficienza».Bataille descrive i momenti in cui nella vita quotidiana avvertiamo la mancanza di essere nei nostri simili: «In ogni conversazione libera, maldicente, si ritrova, come un tema di animazione, la coscienza della vanità o del vuoto dei nostri simili: una conversazione apparentemente stagnante tradisce la fuga cieca e impotente di ogni vita verso un vertice indefinibile».

 

Si profila una vaga ansia di assoluto cui si accompagna una forma di scetticismo sulla realtà propria e altrui: «Perfino lo sguardo che esprime l’amore e l’ammirazione si attacca a me come un dubbio che sfiora la mia realtà. Uno scoppio di risa o l’espressione della ripugnanza accolgono ogni gesto, ogni frase o ogni mancamento per cui si tradisce la mia profonda insufficienza» . Votati alla solitudine «in una notte vuota» gli uomini scoprono che il loro essere «non si trova da NESSUNA PARTE».

 

La scappatoia a quest’insufficienza, all’impossibilità di afferrare l’essere, si risolve all’interno del linguaggio che a sua volta garantisce l’esistenza degli uomini ai loro stessi occhi; sono infatti i termini linguistici a fissare «i modi di apparizione» dell’esistenza stessa in ogni persona, che solo attraverso le parole «può rappresentare la sua esistenza totale» . Con un procedere puntuale Bataille pone il linguaggio in rapporto alla conoscenza e lega la conoscenza fondata sul linguaggio con la pretesa illusoria di arrivare all’essere. In realtà non si tratta che di un labirinto.

 

 

Le parole sorgono nella nostra testa «cariche della folla di esistenze umane o sovrumane», ed è solo «in rapporto» a questa folla che noi possiamo concepire la nostra esistenza privata. In altri termini, nulla di indipendente e di autonomo ma solo un complesso intricato di rapporti fondati sulle parole che costruiscono l’immanente e il trascendente. «Basta seguire per poco la traccia dei percorsi ripetuti dalle parole per scoprire, in una visione sconcertante la  Struttura labirintica dell’essere umano».

Non una percezione reale della propria e delle altrui esistenze, ma immagini del proprio e dell’altrui esistere fondato «su un numero limitato di frasi scambiate, per di più convenzionali».

L’unica possibilità per l’uomo è quella di un «fantasma smarrito»che continua a negare tragicamente tutto ciò che sfugge alla sua precarietà, mentre il linguaggio consueto stabilisce dei punti fermi che solo astrattamente consentono durata a ciò che di per sé è sfuggente.

Continuamente oscillante fra «la follia virulenta della sua autonomia» e la necessità della conoscenza di sé attraverso i suoi simili, l’uomo finisce per essere assorbito da questa conoscenza stessa, abdicando alla fine alla sua autonomia «nella notte totale del mondo». Si chiarisce a questo punto, anche nel linguaggio di Bataille, che cosa esattamente egli intenda per essere. «“Essere” – dice Bataille – è per eccellenza ciò che, desiderato fino all’angoscia, non può essere sopportato, che rigetta gli esseri umani nel labirinto brumoso formato dalla moltitudine delle “conoscenze” con le quali possono essere scambiate delle espressioni di vita e delle frasi».

 

 Il linguaggio quindi serve per dare consistenza apparente ad un esistere colto in superficie in quanto relazione e non nella sua essenza. La conoscenza, il linguaggio, sono il mezzo per sfuggire all’angoscia; ma la liberazione dall’angoscia significa per l’uomo un ritorno all’insipida insufficienza «a meno che non possa ritrovare fuori di sé l’esplosione accecante che non aveva potuto sopportare in se stesso ma senza l’intensità della quale la sua vita non è che un impoverimento di cui egli sente oscuramente la vergogna »

 

Il linguaggio è quello convenzionale della civiltà abituata a ridurre il pensiero ai procedimenti dell’analisi, come viene chiarito nello scritto La conjuration sacrée.

 

L’uscita dal labirinto non è consentita da un razionale filo d’Arianna, ma da uno stato estatico: «La vita si svolge sempre in un tumulto senza coesione apparente, ma essa non trova la sua grandezza e la sua realtà che nell’estasi e nell’amore estatico. Chi tiene ad ignorare o a misconoscere l’estasi, è un essere incompleto il cui pensiero è ridotto all’analisi. L’esistenza non è soltanto un vuoto agitato, è una danza che forza a danzare con fanatismo».

 

Non un ragionamento ma un sentimento forte, un esser fuori di sé porta all’uscita dal labirinto; non però una volta per sempre perché, non solo la vita è tumulto e quindi sommovimento continuo, ma perché, cosa ancor più difficile da accettare, la stessa esistenza del mondo della civiltà viene da Bataille messa in dubbio. Non c’è intorno a noi un mondo stabile. Sotto quest’aspetto il momento estetico-estatico privilegiato da Bataille, così come la traduzione del mondo in opera d’arte, rispecchia una verità paradossalmente più oggettiva, più vera dell’apparente stabilità delle forme linguistiche e architettoniche con cui siamo soliti rappresentarci il mondo. Non a caso Dalí afferma che è finito il tempo diMondrian, con la sua smania di geometrizzazione tesa a riportare tutto alla misura platonica e all’essenza stabile dell’essere.

 

 

Di fronte a coloro che credono nell’esistenza del mondo Bataille afferma che mentre li si guarda è possibile vedere soltanto «ciò che esiste lontano dietro di loro. Bisogna rifiutare la noia e vivere solamente di ciò che affascina […] bisogna avanzare senza guardare indietro e senza tener conto di quelli che non hanno la forza di dimenticare la realtà immediata». È il chiudere sovranamente gli occhi di cui parla René Char per seguire ciò che affascina: è uno dei tanti modi per proclamare la via estetica all’esistere e non la via conoscitiva, tanto più che ormai «la vita umana è stremata di servire da testa e da ragione all’universo».

 

Usiamo la testa per interpretare e capire l’universo, ma contro la vita; abbiamo inoltre dato una testa ad un universo che di fatto non ne ha e non ne ha bisogno. Si tratta di una posizione tesa a rovesciare radicalmente la rappresentazione consueta che sembrerebbe sfociare in uno scetticismo teorico. Qui l’antecedente batailliano è l’illusione di nietzscheana connotazione: non esiste un ordine e nemmeno un qualche finalismo, questo è il mondo che non esiste e al quale abbiamo prestato esistenza con il linguaggio. Esiste invece un mondo volta per volta, il mondo dell’istante, della passione, della lacerazione. La congiura sacra si profila così come congiura di pochi contro la schiavitù di interpretare un mondo già dato. Infatti: «Se non è libera, l’esistenza diventa vuota o neutra e, se è libera, è un gioco».

 

Di questa giocosa libertà viveva la terra stessa: «Finché non generava che cataclismi, alberi o uccelli era un universo libero: il fascino della libertà si è offuscato quando la terra ha prodotto un essere che esige la necessità come una legge al di sopra dell’universo». Noi abbiamo dato leggi all’universo diventando schiavi a nostra volta di queste leggi.

 

Ma questo ci fa prigionieri di un’esistenza piatta e noiosa. E tuttavia l’uomo, uscendo dal labirinto con un colpo d’ala improvviso, mostra ancora la possibilità di sottrarsi allo stato di necessità, è «libero di assomigliare a tutto ciò che non è lui nell’universo».Affermazione questa d’importanza capitale, che anticipa le basi di un contatto con l’universo possibile soltanto in chiave poetica, e presuppone un salto (le saut déraisonnable) nel modo di vedere dell’uomo che deve uscire dalla via maestra delle categorie.

 

La libertà intesa in questo senso riacciuffa l’aspetto primordiale dell’impulso mimetico nei confronti di ciò che siamo soliti chiamare natura o cosmo. Non potendo comunicare (più volte Bataille insisterà sulla distanza fra noi e il cosmo) abbiamo la possibilità di imitare, di trattare i nostri occhi come se fossero il sole, i nostri organi sessuali come se fossero il centro oscuro dell’universo.

Come si è visto, in quest’imitazione c’è generalmente qualcosa di degradato che non testimonia tanto della provocatoria passione batailliana per la soillure, quanto della tenacia nel riproporre la nostra origine materica, l’unica che in fondo consenta la mimesi dell’universo.

 

Da questo punto di vista si saldano anche la visione del mito e la visione dell’arte. Il mito viene liberato, senza dubbio con storica inesattezza, da ogni registro cognitivo – se non da una confusa presa d’atto di una qualche realtà che ci trascende. Del resto, nel suo aspetto di ambiguità e doppiezza non categorizzabile, il mito dà ragione a Bataille, e assomiglia a qualcosa nato dall’immaginazione e dal sentimento – anche dalla violenza cieca –, più che da un tentativo di elaborazione dell’intelligenza nelle varie fasi della vita dell’uomo; l’arte ridiventa mimesi nel senso antico del termine, che implica non una forma, un eidos, ma un ritmo interno.

 

 

Come ha messo in evidenza Denis Hollier, il labirinto è in Bataille immagine e scrittura, modo di procedere inevitabile dal momento che «non sono gli uomini gli autori del labirinto», né esso è un prodotto della natura; «né opera del padre né ventre materno il labirinto è lo spazio dove le opposizioni si distruggono e si complicano, dove le coppie diacritiche sono sfasate, pervertite etc., dove si polverizza il sistema sul quale riposa il funzionamento linguistico, ma si disgrega da se stesso, inceppato dal suo stesso procedere ».

 

Hollier sottolinea insieme il rovesciamento del mito da parte di Bataille rispetto alla tradizione che vede nel labirinto la metafora del desiderio di uscire da esso. «Bataille al contrario – scrive Hollier – denuncia l’uscita (“icariana”)».

 

Nel termine “icariano” Hollier comprende tanto la via scientifica quanto la via utopica; il labirinto si rivela nel suo scritto come la situazione esistenziale imprescindibile dell’uomo, situazione da cui non si può, e secondo il testo batailliano non si deve, tentare di uscire tramite il progetto che di per sé riporta alla prigione discorsiva.

Hollier sembra però sottovalutare la forza con cui Bataille, negli stessi testi presi in considerazione, insiste sulla possibilità estatica di uscire dal labirinto, visto non come incidente momentaneo capitato all’uomo – com’è nella mitologia e nell’interpretazione classica di essa –, ma come esistenza normale che rischia di appiattirsi nella chiacchiera della realtà

 

Il problema per l’uomo non è sfuggire al labirinto, dal quale si emerge senza volerlo con la poesia, il riso o l’estasi, ma sfuggire «alla sua testa come il condannato alla prigione».

L’importante è rendere le cose alla loro assurdità, infatti, assomigliando all’universo l’uomo «può allontanare il pensiero che è lui o Dio che impedisce al resto delle cose di essere assurdo» .

 

In un’immagine finale abbiamo il totale stravolgimento del mito,di Icaro, che evidentemente Bataille vede asservito ad un’interpretazione funzionale all’ordine, mentre l’assurdo, la casualità momentanea sembrano essere il vero nocciolo dell’esistenza: «Al di là di ciò che io sono, io incontro un essere che mi fa ridere perché è senza testa, che mi riempie di angoscia perché è fatto di innocenza e di crimine: tiene un’arma di ferro nella mano sinistra, delle fiamme simili a un sacro cuore nella mano destra […] Non è me, ma è più di me: il suo ventre è il dedalo nel quale lui stesso si è perduto, mi perdo con lui nel quale io mi ritrovo essendo lui, cioè un mostro» . Vediamo qui lo sfondamento delle coppie diacritiche di cui parla Hollier, ma soprattutto l’identificazione dell’assurdo col mostruoso; alla fine l’uomo libero in quanto liberato della testa non è Teseo ma il Minotauro.

 

Il mito nel pensiero di Bataille assume un segno di alterità rispetto alla conoscenza, è l’ambito dello scatenamento in cui si lacera l’illusoria integrità del proprio essere per ridiventare elemento del cosmo. È all’interno di questa concezione che bisogna leggere i due scritti su Van Gogh del 1930 e del 1937 di cui Il Labirinto (1935-36) e La congiura sacra (1936) costituiscono il risvolto teorico.

 

 

 

 

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