IL MONDO È LA MIA RAPPRESENTAZIONE

EGOALTER

 

 

 

 

 

Adesso va innanzi tutto giustificata la vicinanza, sopra soltanto genericamente affermata, tra la confutazione della questione della realtà del mondo esterno condotta da Schopenhauer, e la nostra confutazione del solipsismo. Schopenhauer scrive nel II libro che l’istanza dell’egoismo teoretico è valsa in filosofia «non altrimenti che come sofisma scettico».

All’interno delle posizioni che dibattono sulla realtà mondo esterno, è quindi inparticolare allo scettico radicale del § 5 che bisogna riferire la sollevazione del problema dell’egoismo teoretico, per determinare come Schopenhauer lo affronti.

 

È stato precedentemente rilevato che dall’affermazione «Tutto è mia rappresentazione» può derivare il solipsismo, soltanto in quanto il «Tutto» che compare in essa sia non proprio “tutto”, ma lasci fuori di sé qualcosa che possa fungere da unità di misura per definire tutto il resto – a cui in realtà è da riferire il «Tutto» dell’affermazione – come “mera” rappresentazione. Come è noto, il testo del Mondo come volontà e rappresentazione incomincia:

 

«Il mondo è la mia rappresentazione»: è questa una verità che vale in rapporto ad ogni essere vivente e conoscente, sebbene l’uomo soltanto possa tradurla nella coscienza riflessa, astratta; e se ciò egli fa realmente, ecco che è cominciata in lui la riflessione filosofica. Allora si fa per lui chiaro e certo che egli non conosce né il sole né la terra, ma sempre e solo un occhio che vede un sole e una mano che sente la terra; che il mondo che lo circonda esiste sempre e solo in rapporto a un altro, al portatore della rappresentazione, che è egli stesso. […]

 

Nessuna verità dunque è più certa, più indipendente di tutte le altre e meno bisognosa di dimostrazione di questa: che tutto ciò che esiste per la conoscenza, quindi tutto il nostro mondo, è soltanto oggetto in rapporto al soggetto, intuizione dell’intuente, in una parola: rappresentazione. […] Tutto quello che in qualche modo appartiene e può appartenere al mondo è inevitabilmente affetto da questo suo essere condizionato dal soggetto ed esiste solo per il soggetto. Il mondo è rappresentazione

 

Si è appurato anche che il solipsista mantiene in segreto la distinzione tra la cosa e il proprio pensiero, pur asserendo di annullarla. E, per Schopenhauer, il presupposto da cui muove lo scettico radicale del § 5 è la distinzione realistica tra rappresentazione intuitiva e oggetto, distinzione che questi converte in quella tra esistenza e inesistenza. Ma quella distinzione, come Schopenhauer mette in luce, dipende in ultima analisi dall’ammissione della possibilità di un oggetto esterno alla rappresentazione, cioè di un oggetto non rappresentato, senza soggetto.

 

Per Schopenhauer un oggetto senza soggetto è impensabile: dunque oggetto e rappresentazione coincidono. Schopenhauer è consapevole che dalla coerenza del principio idealistico segue che la rappresentazione intuitiva è la “cosa stessa”. L’idealismo che Schopenhauer svolge nella sua coerenza non è certo l’idealismo storicamente (fichtianamente) inteso, che fa dell’oggetto un effetto del soggetto, ma è ladottrina idealistica in generale che insegna che «Il mondo è la mia rappresentazione», che non c’è nessun oggetto senza soggetto, insomma l’idealismo di Berkeley che recita esse est percipi.

 […] il cosiddetto essere di queste cose reali non è assolutamente nient’altro che un esser rappresentato, o, se si insiste nel nominare soltanto la presenza immediata nella coscienza del soggetto, un essere rappresentato κατ’εντελeχειαν, anzi soltanto un poter essere rappresentato κατa δuναμιν; non vede che l’oggetto, al di fuori del suo rapporto con il soggetto, non è più oggetto e che, quando si toglie questo rapporto e se ne astrae, è subito eliminata anche ogni esistenza oggettiva.

 

Su cio conviene ora ricordare a entrambi [il realista e lo scettico], innanzitutto, che oggetto e rappresentazione sono la stessa cosa; […] la pretesa dell’esistenza dell’oggetto fuori della rappresentazione del soggetto […] non ha nessun senso ed e una contraddizione […]

 

Sopra al par. 2 si è obiettato al solipsista che, se davvero tutto è soltanto sua rappresentazione, è soltanto sua rappresentazione anche la realtà in sé cui egli deve riferirsi per sostenere il suo credo, e quindi viene a mancare qualsiasi criterio per definire le cose “sue mere rappresentazioni”: esse ridiventano quindi cose stesse. Schopenhauer si muove esattamente su questa linea, obiettando appunto al realista che il suo preteso “oggetto in sé” è comunque prima di tutto “oggetto”, e dunque è anch’esso rappresentazione. “[…] un oggetto in sé, indipendentemente dal soggetto: qualcosa di assolutamente impensabile, giacché appunto già come oggetto presuppone sempre di nuovo il soggetto e rimane quindi sempre e solo la rappresentazione di quello.”

 

Per Schopenhauer, siccome “dietro” la rappresentazione non può esserci nulla, rappresentazione e oggetto coincidono; viceversa per lo scettico, siccome rappresentazione e oggetto non coincidono, “dietro” la rappresentazione potrebbe non esserci nulla.

 

Definendo l’oggetto al di fuori della rappresentazione un nulla, Schopenhauer conclude che oggetto e rappresentazione sono la stessa cosa; egli è perfettamente conseguente. Lo scettico, invece, pur ipotizzando che al di là delle rappresentazioni possa non esserci nulla, mantiene al tempo stesso la presupposta differenza tra oggetto e rappresentazione – e anzi, addirittura presenta l’ipotesi come una conseguenza di quel presupposto.

 

Ora è evidente che l’ipotesi si pone in diretto contraddittorio rispetto al proprio presupposto; la distinzione dovrebbe cioè, a seguito di quell’ipotesi, sopprimersi. Se non c’è alcun oggetto al di là della rappresentazione, che senso ha continuare a dire che la rappresentazione differiscedall’oggetto? L’unica differenza che infatti potrebbe sussistere tra rappresentazione e oggetto, consisterebbe appunto nell’essere l’oggetto al di là della rappresentazione: che è ciò che lo scettico arriva a negare per ipotesi.

 

Egli dunque, mantenendo la distinzione, mantiene suo malgrado l’oggetto al di là della rappresentazione: e non può essere diversamente, perché, come scrive Schopenhauer, egli è erede del realismo. Per lo scettico e per Schopenhauer esistono soltanto rappresentazioni: tuttavia per lo scettico esse, in quanto non sono l’oggetto, rimangono comunque una dimensione parziale.

Su ciò conviene ora ricordare a entrambi [il realista e lo scettico], innanzitutto, che oggetto e rappresentazione sono la stessa cosa; […] la pretesa dell’esistenza dell’oggetto fuori della rappresentazione del soggetto […] non ha nessun senso ed è una contraddizione […]

 Per Schopenhauer, chi mette in dubbio l’esistenza del mondo esterno può farlo solo in quanto deriva la propria posizione dal realismo, che, sostenendo l’indipendenza dell’oggetto dal suo essere conosciuto, è costretto a distinguerlo dalla rappresentazione; sicché al realista ingenuo e allo scettico Schopenhauer può rivolgere la medesima controbbiezione. Dunque, secondo il Nostro, chi mette in dubbio l’esistenza del mondo esterno intanto lo fa, in quanto continua a presupporre realisticamente che qualcosa non sia oggetto per un soggetto; che è esattamente quanto sopra si è mostrato.

L’incoerenza del solipsista rispetto al principio «Tutto è mia rappresentazione», che sopra si è rilevata come interna al suo argomentare, è per Schopenhauer incoerenza rispetto al principio fondamentale della filosofia, secondo cui appunto «tutto ciò che esiste per la conoscenza, quindi tutto il nostro mondo, è soltanto oggetto in rapporto al soggetto, intuizione dell’intuente, in una parola: rappresentazione», e rispetto al quale «nessuna verità dunque è più certa, più indipendente di tutte le altre e meno bisognosa di dimostrazione.

 

Il nucleo della confutazione sopra proposta del solipsismo è dunque perfettamente noto a Schopenhauer.

 

Eppure, tutto ciò non è sufficiente per il Nostro, il quale dichiara nel II libro che della «questione circa la realtà del mondo esterno» si è già trattato «nel libro precedente», e che tuttavia «l’egoismo teoretico non si potrà mai confutare con prove».

Esiste un unico modo per evitare di attribuire una contraddizione palese (troppo palese) a Schopenhauer: ipotizzare che l’egoismo teoretico che nel II libro è detto «inespugnabile» non sia lo stesso egoismo teoretico che egli ha confutato nel I libro; cioè che, nonostante l’indiscutibile somiglianza, l’istanza scettica, relativamente alla quale è collegata nel I libro la questione circa la realtà del mondo esterno, differisca dall’ «ultima fortezza dello scetticismo» di cui si tratta nel II libro. Se si accoglie questa ipotesi, non ci si può esimere dal cercare di determinare questa differenza.

 

 

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