VERKEHR II

VERKEHR

 

 

 

 

 

 

 

 
Il guadagno teoretico della mossa stirneriana è evidente: egli è in grado, mediante la focalizzazione sul carcere, di enucleare con maggiore nitidezza l’entità che rimane sullo sfondo, ossia la società, caratterizzata dal ruolo della “terza cosa” – che altro non è che il nome della mediazione, lasciato volutamente indeterminato perché segno della pura sostituibilità

–che si rivela al contempo principio creatore-produttore della società, della forma di vita dei suoi membri, e quindi dei membri stessi come appartenenti ad essa, e delle complesse dinamiche interne ad essa, le quali incitano alla relazionalità (alla comunanza, alla comunità), ma regolandone lo svolgimento e impedendo, mediante la punizione, la deviazione, per dirla con Stirner la dimenticanza, del suo carattere sacrale.

Psarros sottolinea opportunamente il paradosso tra la ricchezza e la molteplicità apparente della vita sociale e il suo carattere reale, ossia la costitutiva vuotezza caratterizzante la sua essenza e lo stile di vita che impone ai suoi membri, ossia l’impossibilità che lo spazio della sala conosca un riempimento di senso:

“Per quanto ricca e molteplice la vita sociale possa sempre essere, essa non può riempire di senso la sala, la scatola della società – la vita in società rimane vuota (leer) perché essa per definitionem non ci corrisponde, perché essa ostacola i rapporti che sorgono da noi stessi. E questo vuoto non si lascia sopprimere, la sala non si lascia riempire di senso, perché altrimenti poi lì non ci sarebbe più la società

La scatola sociale non può conoscere riempimento, pena la sua soppressione: essa è e deve permanere un vuoto di senso, deve perpetuare la propria assenza di fondamento (Grund) e di forma (Form), ossia la propria estraneità, la propria separatezza rispetto a coloro che ne sono soggetti.
Proprio per questo motivo l’organismo sociale non può permettere rapporti non mediati da essa, ossia non riconducibili alla sua morale; e ugualmente essa auspica la collaborazione tra i suoi membri, la quale addirittura diventa obbligatoria, ma tale comunanza, tale comunità, anche di lavoro, come ben rimarca Stirner, non significa in alcun modo “reciprocità”, per non dire “unione”.
Infatti, al verificarsi di questi “rapporti immorali” l’autorità (che per Stirner è sempre santa e moralissima come la Camera francese) risponde con l’isolamento dei colpevoli. Perciò legge benissimo ancora Psarros quando rimarca che per Stirner l’isolamento non rappresenta la condizione di possibilità della società, quanto piuttosto esso è la conseguenza dell’insubordinazione ai divieti imposti da essa. E potrà forse stupire come Stirner sia in grado di tracciare in anticipo la parabola, totalmente interna alla dimensione sacrale, dell’interiorizzazione della pena nel passaggio dalla societànborghese, che elabora una teoria della pena, alla società comunista in cui essa si tramuta in teoria della salute:

Weitling deve però concedere che ci saranno «rimedi salutari contro i residui naturali delle malattie e delle debolezze umane» e i «rimedi salutari» fanno già capire che si continuerebbe a considerare i singoli come chiamati per «vocazione» a una certa «salute» e li si tratterebbe di conseguenza misurando il loro operato alla stregua di questa «vocazione umana».

I mezzi salutari o il risanamento non sono che il rovescio della medaglia della pena; la teoria della salute corre parallela alla teoria della pena: se questa vede in un’azione un’offesa al diritto, quella la considera un’offesa dell’uomo contro se stesso, una caduta dello stato di salute morale”

Stirner quindi fissa la propria critica sull’apparato sociale come struttura non solo di coercizione di coloro che vi sono contenuti, quanto piuttosto come struttura di contemporaneo svuotamento e informazione dell’essenza degli stessi e dei loro rapporti: per quanto possa apparire paradossale, è precisamente questo vuoto ad essere produttivo di quella che Stirner acutamente definisce forma di vita, ossia, propriamente, assenza di contenuto vitale.

La società esprime quindi, se ci è concesso esprimerci così, solo un valore di esposizione, una fantasmagoria di valore si potrebbe anche dire: essa è il nome della mediazione di fronte alla quale gli individui non possono intrattenere un vero commercium, ossia non possono conoscere reciprocità, cioè uso reciproco.

 

 

 

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