LE IDEE POSTUME

POSTUMO

 

 

 

 

 

Come anticipato nel precedente paragrafo, puntiamo ora la lente d’ingrandimento sul processo del pensiero in Cioran: ciò a cui miriamo è mostrare come le sue idee possano qualificarsi come postume, essendo nient’altro che un riflesso del sangue, l’astrazione di una sensazione, il surrogato di un dolore. Il nostro punto di partenza è un’affermazione cioraniana contenuta in un’intervista:

“Tutto quello che ho scritto mi è stato dettato dai miei stati d’animo, dai miei accessi di tutti i tipi. Io non parto da un’idea, l’idea viene dopo. Di tutto quello che ho scritto potrei ritrovare la causa o il pretesto. Le mie sintesi, le mie formule sono frutto delle veglie. Di notte uno diventa un’altra persona, è completamente se stesso, simile al Nietzsche degli ultimi tempi, sofferente e impedito. Lui sì è la dimostrazione lampante che tutto, in fondo, è provocato dalle nostre « miserie »!”.

 

 “Le idee sono dei surrogati dei dolori”: questa citazione di Proust è stata posta da Cioran in epigrafe al poéme Il pensatore d’occasione, a cui faremo riferimento nel corso del presente paragrafo.

Come si può facilmente evincere dalla nostra citazione, faremo qui i conti con quella peculiare figura incarnata da Cioran – il Privatdenker – a cui abbiamo già accennato nel capitolo precedente. In realtà questa sorta di regolamento di conti ci accompagnerà, esplicitamente, per tutto questo capitolo ed era già in fieri nelle riflessioni da noi svolte nel capitolo precedente. Una costante infatti accomuna quelle riflessioni e queste; costante che assurge alla dignità di fil rouge del nostro percorso: si tratta del riferimento alla fisiologia.

 

In termini di fisiologia si qualificavano, almeno preliminarmente, tutte le esperienze che Cioran definiva capitale(“Ogni esperienza profonda si esprime in termini di fisiologia”) e che infatti si tramutano in idee, se è lecito parlare così, solo successivamente: si tratta quindi, come suggeriamo nel titolo, di idee postume. Probabilmente Cioran non gradirebbe la qualificazione di esse come idee, termine eccessivamente contaminato da una sorta di superstizione astraente, concettuale, impersonale. In un altro degli aforismi da noi posti in epigrafe Cioran, infatti, afferma: “Dovremmo parlare solo di sensazioni e di visioni: mai di idee – perché queste non emanano dalle nostre viscere, e non sono mai veramente nostre”.

 

Egli ribadisce questo concetto anche nella medesima intervista a cui abbiamo fatto riferimento poco sopra: “Il filosofo soggettivo parte da ciò che sente, da ciò che vive, dai suoi capricci e dai suoi turbamenti. Si può oggettivare ciò che si prova, si può mascherarlo. Ma perché dovrei? Quello che ho provato nel corso degli anni si è trasformato in libri, ed è come se quei libri si fossero scritti da sé”; ciò significa che egli si rifiuta di utilizzare la maschera dell’obiettività – cioè si rifiuta di trasformare in idee le sue sensazioni puramente soggettive: è come se fossero le sensazioni a parlare per lui. O meglio è come se quelle sensazioni necessitassero di sfogo, di sbocco e lo trovassero, nel caso di Cioran, nel pensiero e nell’espressione letteraria. Vedremo in uno dei paragrafi successivi502 come questo sia esattamente il meccanismo che spinge Cioran alla scrittura. Ora torniamo alla fisiologia, al nostro punto di partenza.

“Con Baudelaire la fisiologia è entrata nella poesia; con Nietzsche, nella filosofia. Grazie a loro le turbe organiche furono elevate al canto e al concetto: toccava ad essi, proscritti della salute, assicurare una carriera alla malattia”.

 

In questo aforisma, da noi già citato precedentemente, vengono citati due nomi molto significativi, sia per Cioran che per il nostro percorso. Abbiamo già incontrato sia Nietzsche che Baudelaire nei paragrafi precedenti e crediamo sia giunto il momento di enucleare il rapporto che intercorre tra Cioran e quelle che, a nostro avviso, si possono inserire nel novero delle maggiori personalità e dell’Occidente e del moderno.

Ovviamente il luogo di questo confronto non è casuale: è evidente come sia anche in questo caso la fisiologia a stabilire le consonanze intime – prima di temperamento e di esperienze che tematiche o stilistiche – tra i nostri tre autori. Cominciamo da Baudelaire: il nostro primo incontro è avvenuto sotto il marchio della noiae per il tramite di Fondane. Ricordiamo inoltre come Mario Andrea Rigoni accomunasse Cioran e Baudelaire sotto il profilo dello stile, della prosa poetica e come Cioran riconosca in più luoghi le sue affinità con il poeta dello spleen. Per tutti, uno: in Qualche parola su Leopardi, Cioran scrive

A torto o a ragione immagino che Leopardi abbia dovuto affrontare lo stesso genere di sensazioni e di prove. E proprio a causa di questa illusione – o certezza – sono inadatto a parlare come si dovrebbe di qualcuno che ho tanti motivi di ammirare quanti di amare. Un’inibizione per eccesso di complicità… Parecchie volte sono stato sollecitato a scrivere su Pascal e su Baudelaire. Adesso mi rendo conto che, se non lo ho fatto, era per le stesse ragioni. Sono troppo legato ai tormenti di questi tre per poter esprimere su di loro il minimo giudizio obiettivo”.

Limitando, ovviamente, il discorso a Baudelaire siamo in grado di scovare una conferma alla nostra ipotesi: il rapporto Cioran-Baudelaire si declina nei termini di un “eccesso di complicità”, di un legame troppo stretto, fatto di comunanza di tormenti, di riconoscimento in essi. Non a caso Cioran, poco sopra, scriveva: “Non contano tanto per noi gli autori che abbiamo letto molto quanto quelli ai quali non abbiamo mai smesso di pensare, che ci sono stati presenti nei momenti essenziali e che, con il loro martirio, ci hanno aiutato a sopportare il nostro”.

Un altro nostro riferimento a Baudelaire è presente nel paragrafo del capitolo precedente dedicato alla noia: si tratta di una citazione tratta da La folie Baudelaire di Roberto Calasso in cui si affermava il patto che la fisiologia stringeva con la metafisica. Non reputiamo casuale che, nella medesima pagina da cui è tratta questa citazione, Calasso sottolinei come, in Baudelaire, “l’insistenza sulla fisiologia andava anche oltre, sino a una parola che non era ancora stata ammessa nel lessico poetico: cervello. […] O si parlava addirittura del cervelletto. « Nel laboratorio angusto e misterioso del cervello »… « Le misteriose avventure del cervello »… « Nella generazione di ogni idea sublime c’è una scossa nervosa che si fa sentire nel cervelletto ». […] Quasi contemporaneamente, Emily Dickinson scriveva: « I felt a Funeral, in my Brain »”.

 

Due degli aforismi da noi scelti come epigrafe sembrano quasi un’esatta ripetizione di questi versi: in uno è citato il medesimo verso di Emily Dickinson, poetessa molto amata da Cioran. E anche il parallelismo tra il verso di Baudelaire citato da Calasso e quelli citati da noi è evidente, seppur non completa. Si può apprezzare in Cioran una sorta di deterioramento, di aggravamento dei tormenti di queste anime a lui così affini. Aggravamento forse dovuto a quello status di grande epigonoche probabilmente è l’unica definizione in grado di cogliere nel segno e che Cioran, altrettanto probabilmente, avrebbe apprezzato. In ogni caso il patto stretto da fisiologia e metafisica – e rispettato dalla poesia – viene rispettato anche da Cioran che ha sempre incarnato, a nostro avviso, una sorta di oscillazione tra l’afflato lirico e il laconismo della prosa, se non, addirittura, dell’aforisma.

 

Per concludere, potremmo sostenere che sia in Baudelaire che in Cioran l’elevare la fisiologia al rango del canto significa assumersi la responsabilità della soggettività, significa – come abbiamo già detto in precedenza– farsi carico dell’io. Passiamo ora al lato del concetto, quindi a Nietzsche. Anche in questo caso i riferimenti cioraniani e i nostri sono, finora, stati molteplici: ne abbiamo parlato riguardo all’esordio letterario di Cioran, in merito alle affinità a nostro avviso esistenti fra i due nei termini della paradossalità della concezione dell’io, li abbiamo ancora associati nel postulare la necessità vitale dell’oblio e abbiamo, infine, sottolineato anche le divergenze tra i due in merito alla possibilità di un superamento della condizione umana. Nella riflessione cioraniana, in particolare nelle interviste, il confronto con Nietzsche prosegue, anche se in termini che esulano, momentaneamente, dal nostro discorso.

Rintracciamo, pertanto, solo le citazioni cioraniane riguardanti il nostro terreno di confronto. Come già affermato da Cioran nella citazione tratta da Un apolide metafisico Nietzsche rappresenterebbe il simbolo stesso di come tutto, in ultima istanza, sia riconducibile alle nostre miserie. Tutta la riflessione di Nietzsche è, secondo Cioran, “una somma di atteggiamenti”, di atteggiamenti personali e costitutivamente incoerenti in quanto espressione dei molti che egli è stato. Nei Sillogismi dell’amarezza uno dei pochi brani (lunghi più di una pagina) – confuso in una bufera di aforismi – riguarda proprio Nietzsche. Prima di svolgere alcune osservazioni, leggiamo il testo:

 

“Da giovani ci si cimenta nella filosofia per cercarvi più uno stimolo che una visione, ci si accanisce sulle idee, si intuisce il delirio che le ha prodotte, si sogna di imitarlo e di accrescerlo. L’adolescenza si compiace nel virtuosismo delle altitudini; in Nietzsche amiamo Zarathustra, le sue pose, la sua buffoneria mistica, vera fiera delle cime… La sua idolatria della forza dipende, più che da uno snobismo evoluzionista, da una tensione interiore che egli ha proiettato al di fuori, da una ebbrezza che interpreta il divenire e lo accetta. Ne doveva risultare un’immagine falsa della vita e della storia.

Ma bisognava passare da lì, dall’orgia filosofica, dal culto della vitalità. Coloro che vi si sono rifiutati non conosceranno mai la ricaduta, l’antipode e le smorfie di quel culto; essi rimarranno chiusi alle fonti della delusione. Noi abbiamo creduto con Nietzsche alla perennità dell’angoscia; grazie alla maturità del nostro cinismo ci siamo spinti più lontano di lui. L’idea del superuomo non ci appare nient’altro che un’elucubrazione; ci sembrava esatta come un dato dell’esperienza. Così svanisce l’incantatore della nostra giovinezza. Ma chi di lui, se egli fu molti, rimane ancora?

 

L’esperto di decadenze, lo psicologo, uno psicologo aggressivo, non un semplice osservatore come i moralisti. Egli scruta come un nemico e si crea dei nemici. Ma i suoi nemici egli li trae da sé, al pari dei vizi che denuncia. Si accanisce contro i deboli? Fa dell’introspezione, e quando attacca la decadenza, descrive la propria condizione. Tutti i suoi odi si volgono indirettamente contro di lui. I suoi cedimenti, egli li proclama e li innalza a ideale; se esecra se stesso, sono il cristianesimo o il socialismo a soffrirne. La sua diagnosi del nichilismo è irrefutabile: il fatto è che lui stesso è nichilista e lo riconosce.

 

Libellista innamorato dei suoi avversari, non avrebbe potuto sopportarsi se non avesse combattuto con se stesso, contro se stesso, se non avesse messo le sue miserie altrove, negli altri: si è vendicato su di loro di ciò che egli era. Avendo praticato da eroe la psicologia, egli propone agli appassionati dell’Inestricabile una molteplicità di vie senza uscita. Misuriamo la sua fecondità dalle possibilità che egli ci offre di rinnegarlo continuamente senza mai esaurirlo. Spirito nomade, è abile nel variare i suoi squilibri. Di ogni cosa ha sostenuto il pro e il contro: è il metodo di coloro che si danno alla speculazione non potendo scrivere tragedie, non potendo disperdersi in molteplici destini. Fatto sta che, ostentando le sue isterie, Nietzsche ci ha sbarazzato del pudore delle nostre; le sue miserie ci sono state salutari. Egli ha inaugurato l’èra dei «complessi»

 

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