L’ACÈPHALE E L’ ÜBERMENSCH

lacephale

 

 

 

 

 

 

Riferendosi inoltre alla non asservibile tra svalutazione nietzscheana dei valori Bataille afferma:

 «Che i valori rovesciati non possano essere ridotti al valore di utilità, è un principio d’importanza vitale così bruciante da suscitare con esso tutto ciò che la vita comporta di volontà tempestosa da vincere.

Al di fuori di questa precisa risoluzione, questo insegnamento dà luogo soltanto alle incoerenze o ai tradimenti di coloro che pretendono di tenerne conto. L’asservimento tende a inglobare l’intera esistenza umana ed è il destino di questa esistenza libera che è in causa».

 

 

Questa esistenza è libera, secondo lo scrittore francese, non nella misura in cui è progetto utile, politico, non nella misura in cui è mezzo per un fine ma nella misura in cui è labirinto, intersecarsi di infinite possibilità in cui la linearità è spezzata in vista di una vertigine sovrana. L’intellettuale francese sottolinea quindi l’anti-dottrinalità della filosofia di Nietzsche; aspetto fondamentale in quanto anche il contrario, il contraddittorio e il non razionale sono da Nietzsche stesso messi in gioco al fine di tentare l’abbraccio e la valorizzazione di tutto l’essere.

Di conseguenza, un’interpretazione mirante alla sistematizzazione di tale pensiero (come per esempio fu il tentativo di Baeumler) non farebbe altro che distruggerlo, abolendo quegli elementi contraddittori, ambiziosi della totalità che tale pensiero tempestoso fondano. L’accostamento batailleano tra superumano e carattere acefalo dell’esistenza consente quindi a Bataille non solo di porsi sulla strada della decapitazione del soggetto politico bensì anche del suo fondamento filosofico: il soggetto metafisico. Esposito, riferendosi all’orientamento nietzscheano di Bataille, si esprime così:

 

«Ma nella rivendicazione del carattere impolitico di quel pensiero non c’è solo una riserva negativa contro ogni traduzione politica di una filosofia volutamente inattuale. C’è anche l’implicito richiamo alla destrutturazione nietzscheana del soggetto metafisico. A questo allude la metafora dell’«acefalità», della caduta del capo».

 

L’Übermensch e l’acéphale quindi sono chiamati in causa come liberatori dall’asservimento metafisico, politico e teleologico, come liberatori figli di questa terra in quanto ne proseguono il movimento sovrano di rivolta al cielo. La rivolta batailleana suona così:

 

«Dio, i re e la loro sequela si sono frapposti fra gli uomini e la Terra – allo stesso modo in cui il padre dinnanzi al figlio è un ostacolo allo stupro e al possesso della Madre».

 

Dio, i padri, i re misconoscono, secondo questa sorta di prospettiva psicoanalitica ribaltata, il nietzscheano «senso della terra»che, secondo Bataille, risiede in una rivolta contro Dio, contro l’Uno, contro l’eterno, salvifico e celeste regno dei fini che vorrebbe impedire il godimento terrestre. L’acéphale è quindi volto ad estendere il senso di questa rivolta proveniente dalle profondità della mater-materia. Il nietzscheano senso della terra e la morte di Dio sono, da Bataille, messi sulla stessa linea di una rivolta erotica al regno del calcolo, delle patrie, dei grandi fini e dei grandi ideali. L’acéphale, uomo superato, vuole essere ebbro della terra e dei suoi frutti esperendo l’unica vera sacralità: la definitiva morte di Dio – «Dio è morto! Dio resta morto!», l’inesistenza di orizzonti determinati, la vertigine, l’«eterno precipitare»:

 

«La ricerca di Dio, dell’assenza di movimento, della tranquillità, è la paura che ha fatto fallire ogni tentativo di comunità universale».

 

Ancora:

 

«L’esistenza universale, eternamente incompiuta, acefala, un mondo simile ad una ferita che sanguina, che crea e che distrugge senza fine gli esseri particolari finiti: è in questo senso che l’universalità vera è morte di Dio».

 

 

Ecco cosa vorrebbe essere Acèphale: una comunità tragica dell’uccisione di Dio, della distruzione dei principi primi e del loro strumento, ovvero il capo, la testa.

 

Essa vuole una sacralità dissacrante e una politica impolitica. Essa è una «comunità della perdita», come la definisce Roberto Esposito, una comunità che esaspera i contrasti a tal punto da ricondurre il politico all’impolitico mediante una mitologizzazione che oppone al senso gerarchico, monocefalo, monoteistico, una sacralità che è negazione dell’Uno, azzeramento dell’unità in vista della dualità, della pluralità e delle opposizioni insanabili. La glorificazione della terra va di pari passo con l’esaltazione dell’eterogeneo, del plurale e del particolare non assimilabile al generale e quindi di tutti quegli aspetti della vita non riconducibili a principi primi, immutabili.

 

Il carattere acefalo e rivoltoso dell’esistenza viene espresso nella rivista anche grazie ai disegni di André Masson raffiguranti un uomo privo di testa, tratto da una iscrizione gnostico-manichea trovata da Bataille, rappresentante un dio acefalo di probabile origine egizia.

 

Ma al di là dell’origine di tale divinità, ciò che conta è il modo in cui Bataille e i suoi collaboratori se ne servono, ciò che conta è la «semantica sacrificale»a cui tale rappresentazione è ricondotta. Il sacrificio che è sempre anche un auto-sacrificio va riferito a tutto ciò che è monocefalo, a tutto ciò che è unità e totalità nel senso dell’olon, del tutto strutturato e ordinato, a tutto ciò che domina sotto il segno dei padri, delle patrie e del Dio celeste. L’acéphale esprime così la volontà ribelle delle divinità della terra e dell’informe. Il demoniaco, caratteristico di tali divinità telluriche, riconduce al dionisiaco, all’erotismo e all’estasi tragica, ad una totalità nel senso di un inconciliabile scontro tra forze, ad una totalità nel senso del pan, del tutto disordinato, orgiastico e vertiginoso.

 

Il fulcro dello sguardo batailleano sembra essere quello di una vera e propria guerra tra due diverse concezioni della vita e del sacro: la prima, monocefala, concepisce l’universo come una totalità ordinata secondo i principi primi, semplici e immutabili a cui la stessa forzata volgarizzazione politica di Nietzsche ad opera di Baeumler è riconducibile; la seconda, acefala/policefala vede l’universo come teatro di una danza panica, terreno di gioco tra forze in cui l’uomo, nel piacere e nel dolore, vuole essere ebbro ed estasiato. In questo senso quindi il riferimento al pensiero di Nietzsche è fondamentale. 

 

Il tragico, mediante la figura di Dioniso, in entrambi i pensatori, si presenta come una smentita della civiltà, come un’evidenziazione della natura illusoria dei valori della civiltà stessa. Il satiro del corteo dionisiaco, sia in Nietzsche che in Bataille, è colui «dinanzi al quale ogni civiltà si svela come menzogna, in quanto si edifica sull’occultamento del dolore».

 

La pratica della liberazione da questo occultamento civile e politico del dolore spetta quindi alla pluralità delle teste che si incontrano e che si scontrano. Pluralità che, come si è detto, è conseguenza diretta dell’annullamento acefalo dell’Uno. Tale liberazione vive del dramma erotico rappresentato dal dionisiaco, spetta infatti a Dioniso questa trasgressione sacra. Afferma al riguardo Jean-Michel Rey:

 

«Dyonisos libera infatti la vita dalla servitù – e questo, come è noto, è uno dei temi dominanti de La Nascita della Tragedia, e forse anche uno dei punti chiave di tutta la problematica di Nietzsche -, cioè della punizione del passato; egli la affranca sia dall’autorità religiosa che da ogni forma di romanticismo. In tal senso, Nietzsche esige da coloro che detengono i valori della tragedia che divengano dominatori: una specie di imperativo che, allo stesso tempo, lascia l’avvenire sgombro da qualsiasi impregnazione da parte del presente, una esigenza radicale che trascina, che è cioè all’origine di nuovi valori, che prescrive senza asservire, che indica una direzione senza implicare in ciò una qualsiasi utilità».

 

È in questa direzione che ha proceduto infatti la ricerca batailleana di una «comunità della perdita», della negazione, della sottrazione della vita al principium individuationis delle esistenze monocefale, di una comunità che ha voluto l’esuberanza della tragedia e che, tramite un’importantissima lettura di Nietzsche, ha espresso tutta la potenza e l’irriducibilità di un pensiero che ha saputo contrastare qualsiasi tipo di asservimento teologico, politico e finalistico senza necessariamente schierarsi dalla parte di un cieco utilitarismo di segno razionalistico.

 

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