UNHEIMLICHKEIT

VIANDANTEOMBRA

 

 

 

 

 

 

 

Il viandante apostrofa la sua ombra chiamandola “cara matta, buffona”(lieber Narr).

Se si esamina attentamente il fenomeno del parlare a se stessi, si nota che esso contiene un elemento perturbante di assurdità, di stranezza al confine della follia. La stranezza del parlare a se stessi emerge con evidenza quando osserviamo per esempio qualcuno parlare da solo. Ne ridiamo e pensiamo subito che sia affetto da una patologia psichica. Ridiamo del folle, senza accorgerci che il pensare, la nostra attività prevalente che ci sembra tanto normale è una specie di follia abituale: niente altro che un parlare continuamente a noi stessi.

Siamo abituati a sentire parlare noi stessi, ad ascoltarci. In certe circostanze tuttavia, quando ci ritroviamo soli, in luoghi deserti, o nella notte, immersi nel silenzio, sentire la nostra stessa voce, di solito familiare, può produrre spavento e anche terrore: è come se sentissimo di diventare improvvisamente estranei a noi stessi, come se percepissimo di avere dentro di noi qualcun altro oltre noi stessi. L’effetto che ne consegue è un effetto di sdoppiamento. Il parlare con la propria ombra esprime dunque l’aspetto perturbante del parlare a se stessi.

Il viandante produce l’ombra come sua proiezione e suo sosia, figura perturbante per eccellenza. Ricordiamo di passaggio con Freud lo scritto di Otto Rank in cui si indagano le relazioni tra il sosia e l’ombra.

Già  ha descritto i pericoli che possono correre i viandanti che viaggiano su strade solitarie. Essi possono essere presi dal terrore per un’apparizione improvvisa e inattesa. I viandanti nel deserto e i nomadi rimangono spesso vittime di allucinazioni: ad essi capita di vedere spettri, ombre, figure di animali e di sentire voci che non ci sono. Freud spiega con chiarezza nel noto saggio sul perturbante le condizioni tipiche della perturbanza (Unheimlichkeit):

ci troviamo esposti a un effetto perturbante quando il confine tra fantasia e realtà si fa labile, quando appare realmente ai nostri occhi qualcosa che fino a quel momento avevamo considerato fantastico, quando un simbolo assume pienamente la funzione e il significato di ciò che è simboleggiato, e via di questo passo.

Come emerge da alcuni frammenti nietzscheani, la condizione stessa dell’erranza, del viaggio è una condizione che produce Unheimlichkeit, da intendersi in questo caso come ‘non sentirsi a casa’, provare straniamento, irrequietezza: “Si diventa viaggiatore, «viandante», quando non si è di casa (heimisch) in nessun luogo (…)”. In un frammento dello Zarathustra dove compare la figura dell’Europeo, da intendersi come altro nome dell’ombra, come spiega Marco Brusotti, l’Europeo si chiede: “dove posso sentirmi a casa mia (wo darf ich heimisch sein)? Questa fu la mia più lunga ricerca, cercare questo rimane la mia più lunga tribolazione (Heimsuchung)”. Ancora, nello Zarathustra l’ombra afferma:

Io sono un viandante, che fu già molto a lungo dietro le tue calcagna: sempre in cammino, ma senza una meta (ABER OHNE ZIEL) e anche senza una casa (AUCH OHNE HEIM) (KSA 4.339, Za IV, L’ombra).

All’inizio del dialogo, la constatazione che l’ombra parli suscita lo stupore e l’incredulità del viandante che infatti esclama: “Per Dio e per tutte le cose a cui non credo, la mia ombra parla, la sento, ma non ci credo.”Comincia qui un curioso scambio di battute. L’ombra infatti risponde: “Accettiamolo e non ci pensiamo più, e in un’ora tutto è passato.”E il viandante replica: “Così io pensai, allorquando in un bosco presso Pisa vidi prima due, poi cinque cammelli.”

L’ombra poi, sembra voler rassicurare il viandante e lo invita alla rassegnazione davanti al prodigio. Il viandante da parte sua paragona il prodigio dell’ombra parlante con un altro avvenimento assurdo che gli è capitato durante un viaggio: l’improvvisa visione presso Pisa prima di due e poi di cinque cammelli. L’attenzione del lettore è subito attratta dal numero dei cammelli, dapprima due e poi cinque. Se vedere due cammelli poteva essere l’effetto di un miraggio, vederne cinque convince il testimone del fatto che la visione è vera.

Attraverso il raffronto tra le due situazioni, Nietzsche pone sullo stesso piano un evento immaginato e uno reale: da una parte per infondere realtà all’evento immaginato, dall’altra per sottolineare quanto la realtà stessa possa essere fantastica e imprevedibile. Nietzsche sembra voler dire che tra realtà e visione onirica non c’è un’effettiva differenza. Come spiega Giuliano Campioni nelle note all’edizione italiana dell’Epistolario, la visione dei cammelli avrebbe un’origine biografica: in viaggio tra Livorno e Pisa, Nietzsche avrebbe visto ‘i cammelli di san Rossore’, effettivamente allevati da quelle parti, nelle tenute dei Granduchi di Toscana.

La visione dell’ombra è paragonata nella sua straordinarietà di natura magica con la singolare visione di animali in un ambiente che non è il loro. Nietzsche ribadisce il dominante senso del perturbante attraverso la moltiplicazione degli elementi di straniamento: viandante straniero, animali stranieri in terra straniera.

 

 

 

 

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