EINZIGE

STIRNER 1

 

 

 

 

 

 

Nelle Risposte ai recensori dell’Unico e la sua proprietà, Stirner affronta una problematica principale, sorta soprattutto dall’interpretazione che i suoi contemporanei diedero della sua opera.

Nella parte iniziale di tale scritto, Stirner dà una triplice risposta che poggia sull’“accordo” dei suoi oppositori Szeliga, Feuerbach ed Hess; egli scrive, infatti, «Ueber diejenigen Worte, welche in Stirners Buche die auffälligsten sind, über den “Einzigen” nämlich und den “Egoisten”, stimmen die drei Gegner unter einander überein. Es wird daher am dienlichsten sein, diese Einigkeit zu benutzen und die berührten Punkte vorweg zu besprechen».

 

Precisando il significato del termine unico (Einzige), Stirner ha così l’opportunità di chiarire e di prendere le distanze da interpretazioni che a suo giudizio stravolgono le sue intenzioni ed il suo pensiero. Passando in rassegna molto velocemente le tre recensioni sotto quest’aspetto, Stirner pone in luce come in tutte e tre le critiche, l’unico appaia come «lo spettro di tutti gli spettri», come «l’individuo sacro, che ci si deve levare dalla mente», o ancora «un millantatore», come lo definisce M. Hess. La risposta alla domanda chi è l’unico Stirner risponde: « Der Einzige ist ein Wort, und bei einem Worte müßte man sich doch etwas denken können, ein Wort müßte doch einen Gedankeninhalt haben. Aber der Einzige ist ein gedankenloses Wort, es hat keinen Gedankeninhalt. – Was ist aber dann sein Inhalt, wenn der Gedanke es nicht ist? Einer, der nicht zum zweiten Male dasein, folglich auch nicht ausgedrückt werden kann; denn könnte er ausgedrückt, wirklich und ganz ausgedrückt werden, so wäre er zum zweiten Male da, wäre im “Ausdruck” da »

In realtà non credo che fosse necessario “spiegare” che cosa fosse l’unico, dal momento che nel Der Einzige non esiste altro soggetto che l’individuo esistente in carne ed ossa; certo, di esso si possono predicare molti attributi, tra i quali la forza, l’antistatalismo, l’ateismo, ma non l’esistenza. Volontà ed esistenza sono per l’unico (l’individuo) caratteri ultimi ed indivisibili che consentono la realizzazione della propria singolarità ed irripetibilità. Tali caratteri costituiscono in un certo senso la sub-stantia dell’unico e non l’essentia, in quanto su di essi poggiano gli attributi. Si predica dell’ateismo e dell’antistatalismo riferendosi non all’uomo come concetto, ma al singolo individuo, un individuo che vive e che vuole. Nell’unico, forma e contenuto dissolvono la dualità, come su di una tela dadaista; non esiste alcuna essenza esterna o interna all’individuo15, è bandito ogni tipo di dualismo metafisico, ma resta la consapevolezza della mancanza totale del proprio fondamento. Per Stirner, quindi, il fondamento dell’uomo è nullo, ma esso non è un niente, è bensì un nulla creatore dal quale l’individuo è nato. Il singolo, valutato da Stirner come un essere caduco, non può, a suo avviso, avere un fondamento eterno; tale riflessione ci conduce ad un aspetto fondamentale del suo pensiero: egli, infatti, sostituendo il genere con il singolo, pone in rilievo l’abissale aporia che si ritrova nel pensiero borghese-cristiano. Come ricorda Stirner nel principio della propria opera, lo stato e Dio servono la loro causa, ma essi, ideali oggettivizzati dagli uomini, esistono soltanto nella condizione in cui gli uomini servono la loro causa. « nicht Ich lebe, – scrive Stirner – sondern das Respektierte lebt in Mir! ».

A parere di Stirner, Dio e lo stato vivranno fin quando l’uomo spenderà la propria vita per servirli, e parimenti morranno soltanto quando l’individuo servirà la sua propria causa, quella che Stirner definisce come causa egoistica.

Sembra che il groviglio da cui deve liberarsi l’individuo sia tutta la costruzione che il genere umano, in quanto eterno, ha compiuto, tutto ciò che la razza umana ha creato come bisogno tanto esterno come lo stato, quanto interno come la morale e la religione. L’io si ritrova il solo padrone di se stesso, in una relazione col mondo che egli non ha voluto; si scopre, quindi, scaraventato nel mondo, in una condizione ben più radicale, problematica e paradossale dell’EsserCi heideggeriano. Buttato a caso tra il groviglio di tutte le altre cose del mondo, allo stesso modo in cui si gettano dei dadi (herumgewürfelt), l’unico deve cercare di emergere da tutto ciò.

Le pagine della sua opera hanno a mio avviso un duplice significato: esse si presentano come il risultato di riflessioni ed elaborazioni avute, da un lato, su di un piano socio-politico, dall’altro, su di un terreno individualistico-esistenziale.

Entrambe, a loro volta, formano una riflessione complessiva ed unitaria, che accoglie in sé sia l’aspetto sociale, sia quello individuale. Se, da una parte, Stirner parla dell’individuo, teorizzando l’egoismo, dall’altra trova nella Verein l’assetto migliore che una “società”, a suo modo di vedere, possa avere, anche se non si preoccupa di ciò che può avvenire dopo l’associazione. Certo, lui pone in evidenza come lo stato e la religione del suo tempo siano i principali responsabili della schiavitù individuale, e se in un suo scritto precedente pone l’importanza di un’educazione libera, ora, nella sua opera maggiore, mostra come l’esistenza del singolo si possa liberare da questa schiavitù.

Di differente avviso furono i suoi recensori, e soprattutto Feuerbach, il quale, come è noto, preferì porre la sua critica nei riguardi di Stirner, trasformando l’unico in un ente generico, universale, sacro. Feuerbach, d’altronde, era stato attaccato aspramente da Stirner, e proprio in virtù di questo “rapporto”, i due pensatori ebbero l’opportunità di scontrarsi, arricchendo le loro rispettive posizioni. I punti significativi della critica stirneriana si trovano nella sezione sul liberalismo umanitario, riguardante la critica del concetto di uomo. Il mascheramento del pensiero cristianoteologico, diventato pensiero umanitario dal medioevo all’età moderna, trovava la sua voce, secondo Stirner, nel pensiero feuerbachiano, riassunto nella formula “per l’uomo essere supremo è l’uomo stesso”, che Stirner riporta nel principio della sua opera.

In questo contesto polemico nei confronti del pensiero stirneriano, prende posizione Franz Zychlinski, meglio conosciuto come Szeliga. Ponendo in luce, come Feuerbach, il significato del termine Einzige, sottolinea anch’egli la sua dimensione santa.

La risposta stirneriana è come al solito molto tagliente, oltre che ben ponderata. È importante, a mio avviso, tenere ben presente che sono soprattutto le sue risposte alle critiche che legittimano un’interpretazione in chiave esistenziale del suo pensiero, dal momento che è in questa sede che Stirner pone esplicitamente la domanda capitale del suo pensiero, ovvero, la domanda del chi, del soggetto, del pensante rispetto al pensato.

«Es war die Speculation – procede Stirner – darauf gerichtet, ein Prädicat zu finden, welches so allgemein wäre, daß es Jeden in sich begriffe. Ein solches dürfte doch jedenfalls nicht ausdrücken, was Jeder sein soll, sondern was er ist. Wenn also “Mensch” dieß Prädicat wäre, so müßte darunter nicht etwas verstanden werden, was Jeder werden soll, da sonst Alle, die es noch nicht geworden, davon ausgeschlossen wären, sondern etwas, was Jeder ist. Nun, “Mensch” drückt auch wirklich aus, was Jeder ist. Allein dieses Was ist zwar Ausdruck für das Allgemeine in Jedem, für das, was Jeder mit dem Andern gemein hat, aber es ist nicht Ausdruck für den “Jeder”, es drückt nicht aus, wer Jeder ist ». Questo è il terreno sul quale poggia la riflessione stirneriana, che non è una mera speculazione sull’essere e i suoi attributi, né una filosofia che si pone come scienza delle cause ultime, ma è filosofia, nella misura in cui la filosofia viene a coincidere con l’esistenza del singolo.

Ed ogni filosofia che fa del singolo astratto un concetto si presenta, secondo Stirner, nel baratro del pensiero, mentre egli pone la domanda: « Erfüllt jenes Prädicat “Mensch ” – prosegue Stirenr – die Aufgabe des Prädicats, das Subject ganz auszudrücken, und läßt es nicht im Gegentheil am Subjecte gerade die Subjectivität weg und sagt nicht, wer, sondern nur, was das Subject sei? Soll daher das Prädicat einen Jeden in sich begreifen, so muß ein Jeder darin als Subject erscheinen d. h. nicht bloß als das, was er ist, sondern als der, der er ist».

Nell’Unico, come d’altronde negli scritti minori, un’interpretazione “rivoltosa” si affianca a quella esistenziale: l’individuo giunge alla consapevolezza della propria esistenza soltanto quando, a parere di Stirner, si riconosce come individuo essenzialmente libero, non accettandosi né come cittadino né come cristiano, ma unicamente come singolo.

L’esistenzialismo stirneriano poggia quindi, a mio avviso, su di una base particolarmente problematica: il singolo riesce ad esprimere tutte le sue potenzialità soltanto a patto che nessuno tenda a limitarlo; egli deve poter liberamente dare il proprio valore a tutto ciò che lo circonda, e diventa il creare centro del suo dominio.

Il terreno del creare esclude qualsiasi limitazione; beninteso, egli non intende creare oggetti tramite un’intuizione intellettuale, ma distruggere i rapporti esistenti tra gli uomini, i quali sono prevalentemente rapporti di sudditanza; gli uomini, infatti, a parere di Stirner, non hanno più rapporti diretti tra loro, ma sono estraniati da sé stessi a causa del diritto e dello stato. Il diritto, che Stirner definisce come la volontà della società, regola i rapporti tra gli uomini in quanto volontà del dominatore; tramite la legge e quindi il diritto, lo stato, sotto la maschera di mediatore, imprime la sua stessa volontà, e il suo dominare è un tenere sotto controllo, per cui il suo nemico più pericoloso è la volontà personale. Stirner incita a creare, dunque, nuovi rapporti tra gli individui, “Mann gegen Mann”, messi l’uno di fronte all’altro, instaurando rapporti che non hanno bisogno di intermediari o di enti superiori; proponendo nuovi rapporti interpersonali, Stirner teorizza l’unione dei liberi, cioè di uomini che non vogliono più farsi governare, ma che vogliono governarsi.

Fermo restando che a nessuna interpretazione del pensiero stirneriano spetti una posizione privilegiata, ritengo, tuttavia, che un’interpretazione che poggi su un duplice piano – ovvero quello esistenziale-politico, o meglio, quello di una fenomenologia del singolo e dei suoi rapporti – possa far luce su quel complesso susseguirsi di pensieri che è il filosofare stirneriano. E’ importante a tal proposito ricordare che la figura di Stirner è stata per lungo tempo accostata al pensiero anarchico e, tramite la lettura di Marx ed Engels, ad un’ideologia tipicamente borghese. In un certo senso, sia i teorici dell’anarchismo sia gli intellettuali di sinistra hanno contribuito alla conoscenza di Stirner pubblicando molteplici volumi, ma, ricordando la riflessione di Penzo posta in luce nel suo studio su Stirner, è significativo che, nell’introduzione di C. Luporini all’edizione italiana dello scritto di Marx ed Engels Die Deutsche Ideologie, l’autore abbia cura di far notare che si deve ripensare «la parte di Stirner stesso oggi che siamo ormai lontani da quella discussione con l’anarchismo che le fu successivamente aggregata».

Interessante è notare in che modo Stirner, dopo la sua opera maggiore, si ripresentò nel dibattito filosofico del tempo: una risposta, formulata con l’intento di rendere chiare le sue riflessioni ai propri critici, attraverso un’accessibilità migliore e un’ulteriore nitidezza rispetto a quella “romanzata” usata nel Der Einzige. Stirner non aggiungerà altro alla sua filosofia, e la replica a Kuno Fischer, che è stata scritta nel 1847, sarà la conclusione della sua attività filosofica. In riferimento a tale replica, Calasso scrive che è stata «l’ultima coda di parole che proviene dal cerchio dell’Unico».

Attraverso il dibattito critico con Fischer, Stirner pose in rilievo ancora una volta aspetti fondamentali del suo pensiero e concluse la sua opera in una forma tanto polemica quanto estremamente esplicita. Nel saggio intitolato “Die modernen Sophisten”, pubblicato per la prima volta nella Rivista di Lipsia (Leipziger Revue), Fischer presentava Stirner come un sofista e la sofistica era per lui una sorta di filosofia rovesciata, posta da un soggetto che pretendeva di distinguersi dal proprio pensiero, diventando quindi un “soggetto particolare”, oggettivando in un certo senso il pensiero e considerandolo soltanto un mezzo per i propri scopi, accogliendo sotto al suo “rozzo cuore” sia la scienza morale che quella naturale. Nello stesso anno pubblicava “Die philosophiscen Reaktionäre”, dove Stirner era considerato come un filosofo reazionario. Questa considerazione porta Fischer sulle orme critiche di Feuerbach, Szeliga ed Hess, anche perché Fischer, come i critici dell’Unico, si sofferma sulla tematica dell’egoismo.

Fischer insieme a Erdmann, con Rosenkranz e Haym furono definiti da Löwith come coloro che riuscirono a «mantenere storicamente l’impero fondato da Hegel», definendoli «i veri e propri conservatori della filosofia hegeliana tra Hegel e Nietzsche, ed in particolare Fischer fu proprio il mediatore per il rinnovamento dell’hegelismo nel secolo XX».

Stirner e Fischer rappresentano intenzioni ed approcci diversi nel modo di far filosofia, e la discussione Stirner-Fischer non è da interpretarsi come esempio chiarificatore dello scontro allora in corso tra gli hegeliani di destra e quelli sinistra. Certo, nell’attacco di Fischer si possono scorgere le critiche dei conservatori del pensiero hegeliano, ma tale critica è comunque riferita a Stirner e alla sua filosofia.

Ritengo particolarmente importante soffermarsi sulle ultime righe stirneriane.

La replica di Stirner ha un tono simile agli altri suoi scritti, ma è mia opinione che tra le righe ci sia un insolito senso di tristezza; non manca, tuttavia, il suo stile pungente.

E’ lo stesso autore del Der Einzige e delle risposte ai critici che replica a Kuno Fischer di non aver compreso il suo pensiero come i suoi precedenti critici, ma mi sembra che il tono cambi quando non è più Fischer il suo nemico, ossia quando il nemico dell’unico si presenta chiaramente nascosto tra le parole di Fischer sotto forma di ideale, o, volendo usare la terminologia stirneriana, di fissazione, “ Die fixe Ideen”. E’ opportuno, quindi, un diretto riferimento al testo. A Fischer Stirner risponde in questi termini: «Ho già fatto spesso osservare che quei critici, che con grande talento e acume d’ingegno hanno vagliato e analizzato gli oggetti della loro critica, si sono certamente sbagliati nei riguardi di Stirner, che ognuno di essi fu trascinato alle conseguenze più diverse del suo abbagli e spesso a vere e proprie sciocchezze. Così Kuno Fischer si dà l’inutile pena di sviluppare l’egoismo e l’Unico di Stirner come conseguenza dell’auto-coscienza di Bauer e della “critica pura”. […]

Nel libro di Stirner non si trova nulla di tutto questo. Anzi il libro di Stirner era già terminato, prima che Bruno Bauer voltasse le spalle alla sua critica teologica come a cosa liquidata». Successivamente, all’accusa di Fischer là dove sostiene che l’egoismo stirneriano si presenta come un egoismo dogmatico, in quanto l’egoismo è diventato un’entità teoretica, Stirner risponde: «Se il Signor Fischer avesse letto quel saggio, non sarebbe arrivato al comico abbagli di trovare nell’egoismo di Stirner un “dogma”, “un’imperativo categorico” strettamente inteso, un “dovere” strettamente inteso, come lo suscita l’umanesimo dicendo:<Tu devi essere ‘uomo’ e non ‘nonuomo’>, costruendo secondo questo principio il catechismo morale dell’umanità. Là lo stesso Stirner ha definito “l’egoismo” come una “frase”; ma come un’ultima frase “frase” possibile, che è adatta a mettere fine al dominio delle frasi».

Si ripresenta quindi uno Stirner energicamente determinato a “bacchettare” un critico come Fischer non particolarmente attento e impreciso nei suoi riguardi; il suo linguaggio polemico, a mio avviso, muta istantaneamente allorquando Stirner fa delle osservazioni sulla condizione sociale e sull’operato della propria fatica.

L’indecisione che c’è tra gli studiosi su questo saggio è senza dubbio giustificata, ma ritengo che il contenuto del saggio sia in pieno accordo con lo spirito stirneriano e dunque credo sia di grande interesse riflettere su di esso, non soltanto perché Stirner non ha mai preso le distanze da tale scritto, ma soprattutto perché in esso viene presentata una riflessione esistenzialmente coerente e politicamente determinata.

A mio giudizio risalta subito un tono dimesso laddove Stirner esprime certe sue considerazioni. Credo che sia stata amara la consapevolezza di Stirner riguardo alla risonanza ricevuta dalla sua opera, non perché egli era desideroso di avere una cattedra universitaria, ma in quanto la sua opera non è stata compresa. Il 1847 è considerato dagli studiosi di Stirner come l’ultimo anno della notorietà del filosofo in questione. La mancata risposta sociale determina a mio giudizio tali passi: «Il vostro “mondo morale” ve lo lascia volentieri: ab immemorabili esso è esistito soltanto sulla carta; è l’eterna menzogna della società e si infrangerà sempre contro la ricca varietà e inconciliabilità dei singoli uomini di forte volontà. Lasciamo ai poeti questo ”paradiso perduto”»; «Il mondo ha fin troppo languito sotto la tirannia del penero, sotto il terrorismo dell’idea». E’ il ripresentarsi, o meglio l’assoluta esistenza dell’“idea fissa”, non scalfita dall’opera di Stirner il motivo, a mio parere, del tono dimesso del nostro filosofo. Accanto a questa considerazione del reale nel saggio si trovano anche alcune considerazioni sull’operato del nostro filosofo: si ripresenta la problematica rispetto al linguaggio già affrontata in precedenza, e una considerazione quasi auto-biografica della sua esistenza: «Stirner stesso ha definito il suo libro come un’espressione in parte “maldestra” di ciò che voleva. Esso è l’opera faticosa degli anni migliori della sua vita; eppure lo chiama in parte “maldestra”. Tanto egli dovette lottare con una lingua, che era stata corrotta dai filosofi, maltrattata dai devoti dello Stato, della religione e di altre fedi. E resta capace di un’immensa confusione di concetti».

I migliori anni spesi alla sua opera, una lotta estenuante contro il linguaggio corrotto, il difendersi da interpretazioni errate e tendenziose della sua filosofia si trasformano in un sfogo personale. Stirner recide ogni legame con il mondo.

Non ritengo questa una posizione irrazionale, anzi, a mio giudizio è razionalissima. Stirner è un pensatore che non fa filosofia estraniato dalla realtà, e forse quel reale non era pronto per le sue riflessioni, come si mostrerà pronto successivamente per quelle marxiane. Restano con tono amaro e deciso le ultime parole di Stirner: «Il sono “Unico”. Ma questo tu non lo vuoi proprio. Tu non vuoi che io sia un uomo reale; alla mia unicità tu non dai alcun valore. Tu vuoi che io sia “l’uomo” come tu l’hai costruito, quale modello per tutti. Tu vuoi rendere norma della mia vita il “plebeo principio dell’uguaglianza”. Principio per principio! Esigenza per esigenza io ti oppongo il principio dell’egoismo. Io voglio essere soltanto io. Io disprezzo la natura, gli uomini e le loro leggi, la società umane e il suo amore; e tronco ogni rapporto obbligatorio con essa, perfino quello del linguaggio. A tutte le pretese del vostro dovere, a tutte le indicazioni del vostro giudizio categorico io oppongo l’”atarassia” del mio io. Sono già arrendevole se mi servo della lingua. Io sono l’”indicibile”, “io semplicemente mi mostro”».

3. Indicibiltà ed esistenza, l’appartenenza a se stessi

Stirner scrive al termine della sua opera: «Man sagt von Gott: “Namen nennen Dich nicht”. Das gilt von Mir: kein Begriff drückt Mich aus, nichts, was man als mein Wesen angibt, erschöpft Mich; es sind nur Namen»; questo periodo contiene a mio avviso una posizione cardine del suo pensiero.

Qualche anno più tardi, nelle risposte ai critici, scrive: «Was Stirner sagt, ist ein Wort, ein Gedanke, ein Begriff; was er meint, ist kein Wort, kein Gedanke, kein Begriff. Was er sagt, ist nicht das Gemeinte, und was er meint, ist unsagbar »; dopo questa affermazione stirneriana, solo una riflessione privata nel silenzio può a mio parere aiutare a comprendere ciò che egli sosteneva.

Di solito in filosofia non capita che un pensatore ponga delle differenze tra quello che dice e quello che in realtà sostiene, soprattutto quando quelle differenze sono in realtà invalicabili. Nelle pagine iniziali ho esposto brevemente che cosa sia l’esistenza, ma ciò che ho scritto, in fondo, non sono altro che parole, concetti espressi, idee, mentre, per Stirner, l’esistenza o l’essere caduco non è né una parola né un concetto, ma il centro su di cui ruota tutto ciò che è. La centralità dell’individuo sia in sede ontica che ontologica è non soltanto un presupposto del pensiero stirneriano, ma è anche il suo punto d’approdo, in quanto Stirner, esulando dalla creazione di qualsiasi architettonica del pensiero, fa della filosofia non una questione accademica, ma una questione di vita.

La sua posizione a proposito è decisamente nuova e le categorie del pensiero, a suo giudizio, non sono in grado di cogliere questa realtà, che a mio avviso può essere definita come una sub-realtà; infatti, anche se il singolo individuo appartiene ad una determinata cultura, è egli stesso una sub-cultura, dal momento che ogni individuo porta con sé tutto un tessuto esistenziale fatto della propria esperienza, che viene inevitabilmente compromesso allorquando lo si generalizza nella specie; l’unico è un nome indeterminato, vuoto da qualsiasi determinazione, e soltanto l’individuo può colmare la sua assenza di significato, in quanto egli è colui che vive.

 

 

 

 

image_pdfScaricare PDFimage_printStampare testo
(Visited 58 times, 1 visits today)