ANGST

ANGST

 

 

 

 

 

Continuamente siamo attraversati, o sprofondati, nello spettacolo che si squaderna in noi, attorno a noi, di fronte a noi. Ma questo spettacolo non è solo e semplicemente contemplato, osservato. E’ sempre pure innervato da tonalità affettive ed emotive che non solo si accompagnano ad esso, ma lo impregnano rendendolo in tal modo assolutamente, esclusivamente e innegabilmente nostro: il nostro vissuto.

In questo senso noi siamo mondo. Pienamente mondo, vivo di emozioni. Mondo (anche) affettivo.

 

Mondo inoltre a tutti gli effetti, cioè orizzonte cangiante e vario, come ogni mondo. Mutevole e sempre nuovo, ma purtuttavia strutturato, e in certo qual senso dunque definito (e quindi pure in tal modo in un certo senso chiuso) innanzitutto nella dinamica del gioco di alcune emozioni che più di altre o più a fondo di altre ne innescano le forme e articolano le giunture.

 

Alcune emozioni si delineano perciò in tal senso come fondamentali. Tra queste particolare pregnanza ha quel plesso emotivo (e semantico) costituito dall’insieme includente ansia, angoscia, paura. E le relative sfumature e sfaccettature di esse, tutte relative comunque a una Cosa che, nelle varie differenze formali e diverse intensità che ne individuano le forme specifiche, è uno dei nostri modi ineludibili di stare nel mondo.

 

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Ansia, angoscia, paura (con tutte le loro relative sfumature e intensità, anche assai diverse, tanto che nel caso, ad esempio, della paura possono andare dal timore velato al terrore) sono perciò esperienze originarie, fondamentali, direi pure inevitabili. Farne esperienza lascia il segno, un segno che ci accomuna rivelandoci inscalfibili verità (per lo meno il nostro essere esposti all’irrompere di questi sgraditi ospiti, il nostro stare sospesi sempre nella possibilità di un loro avvenire, il rischio di consegnarci inermi ad esse) e ci apre a un’attesa più circospetta.

 

Ansia, angoscia, paura sono esperienze, inoltre, originarie. Precoci perchè sicuramente anche infantili. E perciò anche costitutive della struttura in cui si dispiega tutta l’esperienza, ossia della struttura in cui consiste l’Autocoscienza.

 

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Che questa Cosa strutturi profondamente l’Autocoscienza ce lo dice d’altronde anche Hegel, in un luogo cruciale, là dove, nella “Fenomenologia dello Spirito”, descrive (o, forse meglio: costituisce) l’emergere della vera Autocoscienza quale coscienza del servo, nella dinamica per cui il signore si rivela nel suo essere in realtà il “servo del servo“, correlativamente svelando il vero volto e ruolo del servo quale reale “signore del signore“.

 

Il servo per Hegel è infatti la vera Autocoscienza perchè “tale coscienza non è stata in ansia [hat Angst gehabt] per questa o quella cosa e neppure durante questo o quell’istante, bensì per l’intera sua essenza; essa ha infatti sentito paura della morte, signora assoluta. E’ stata, così, intimamente dissolta, ha tremato nel profondo di sè, e ciò che in essa v’era di fisso ha vacillato. Ma tale puro e universale movimento, tale assoluto fluidificarsi di ogni momento sussistente, è l’essenza semplice dell’autocoscienza, è l’assoluta negatività, il puro esser-per-sè che, dunque, è in quella coscienza” (“Fenomenologia dello spirito”, p.162).

 

Ed è quindi lo stare in ansia (Angst) del servo che, quale paura della morte, va a costituire in tal modo, nell’ambito della dialettica del servo e il signore – accanto agli altri due momenti essenziali del servizio e del lavoro – la coscienza servile come la vera autocoscienza che si staglia nella sua essenza propria (disponibile ora, così strutturata, a tutte le ulteriori peripezie che su di essa si innestano e da essa dipartono).

 

L’Autocoscienza che ottiene davvero il riconoscimento e il costituirsi perciò come tale è dunque quella attraversata dallo scotimento assoluto dell’avere tremato nel suo intimo più profondo; dall’essere stata, attraversata dall’Angst, in ansia estrema. In un’impaurita (o terrorizzata) ansietà per tutta l’intera sua essenza, davanti alla signora assoluta: la morte. In un tremare fino al midollo di fronte al vacillare di tutto, in un faccia a faccia alla morte, nella certezza della possibilità e la realtà della morte, che porta al fluidificarsi di tutto, e innanzitutto al fluidificarsi del sè che fa dismettere ogni inutile orgoglio e indurre il servo, così sconfitto nella lotta, a soccombere e sottomettersi.

 

Questa situazione per Hegel è passaggio essenziale nella costituzione della coscienza di sè dell’Autocoscienza. Perciò quindi ansia, angoscia, paura (ossia ciò che il tedesco nomina Angst) sono per Hegel emozioni fondamentali.

 

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Allo stesso identico esito – ossia al riconoscimento della centralità per la costituzione del Sè di ansia, angoscia, paura – pervengono anche altri importanti approcci alla tematica antropologica, tanto che per esempio secondo Eugenio Borgna, psichiatra fenomenologo – come da lui esposto e spiegato in “Le figure dell’ansia” (A.Mondadori 1999) – l’ansia (intesa come plesso semantico includente anche angoscia e paura) è senz’altro una delle emozioni fondamentali dell’uomo, anche per il suo essenziale contributo alla maturazione emozionale complessiva di ciascuno. Tra l’altro essa “fra tutte le emozioni costituive della condizione umana è quella che ha la più vertiginosa linea diagrammatica” nel senso che “oscilla nei suoi modi di essere da un’ansia normale a un’ansia neurotica… da un’ansia che lascia le sue prime tracce indelebili nell’adolescenza a un’ansia che si nasconde nel cuore di alcune radicali situazioni psicologiche e umane” ( “Le figure dell’ansia” p.11).

 

Per cui “ansia” è dunque tra tutte le emozioni – al pari forse solo alle diverse configurazioni della gioia – l’emozione più pervasiva poichè essa si dà in ogni fase della vita, così come si dà in intensità acute, ma anche in presenza sorda. Può invadere. O esplodere. O essere annidata, nascosta; ma in quest’ultimo caso non per questo è meno presente, meno capace di effetti e di determinare il tono tutto di un umore, di un’esistenza.

 

Anche gli studi (psicologici, psichiatrici) sulla psiche riconoscono quindi all’ansia tutta la sua importanza, in tutte le sue sfumature e sfaccettature.

 

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Ma se dentro il plesso semantico che la psichiatria chiama “ansia” si configurano forme varie e diverse, anche assai diverse, ci si deve perciò pure chiedere in quali figure specifiche e modi particolari dunque essa fondamentalmente si dia. Nonchè cosa sia ciò che accomuna tutte queste differenti forme .

 

La psicologia e la psichiatria, soprattutto di tipo fenomenologico (o umanistico-esistenziale), hanno perciò distinto, classificato vari tipi di ansia. Ma al di là della preziosa individuazione di tali forme e classi nosologiche, e al di là delle oscillazioni del lessico specifico di ciascuno studioso o ciascuna scuola; ciononostante, ciò che tutte le varie sfaccettature individuate indicano e i vari termini nominano è comunque considerato purtuttavia sempre un che di unitario.

 

Comunque, cioè, il termine “ansia” è e resta un concetto in sè sufficientemente definito nela sua specificità e identità, non decostruibile oltre un certo livello: l’ansia è unità di un molteplice con propria definita figura.

 

Perciò la parola “ansia” (e il concetto cui essa rimanda, l’esperienza in cui essa consiste) è dunque termine sufficientemente chiaro e preciso.

 

Ma purtuttavia, se non adeguatamente articolato, forse anche troppo generale, troppo generico.

 

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Nel pensiero filosofico tedesco Angst, fosse anche solo per il ruolo e lo spicco che ne dà Hegel nel passo sopra citato, è inoltre – abbiamo visto – termine pregno di profondo senso filosofico. Rimandante a esperienza fondamentale e fondamentalmente riconducibile nel suo complesso al senso di questa parola. Ma anche alludentevi in un modo che tende a ricondurre questa esperienza, così complessa e varia nelle sue diverse espressioni, a un unico concetto, una sola parola: Angst appunto.

 

Ma perciò quindi, in questo caso, la lingua tedesca rivela pure una semantica diversa, e forse anche meno ricca e flessibile, di quella italiana perchè, circa questo plesso semantico, è la lingua italiana a esprimere sfumature che in tedesco – lingua reputata, a volte, concettualmente più filosoficamente articolata e articolabile dell’italiano – non ci sono con la stessa immediatezza lessicale.

 

La lingua italiana ha infatti in questo caso a disposizione più termini (per lo meno, in prima battuta, sia il termine ansia che il termine angoscia), ognuno con differenti sfumature di significato, per rendere differenti aspetti dell’ambito concettuale che in tedesco è indicato da un unico termine: Angst (cui corrisponde, ad esempio, tra l’altro, pure in inglese un unico termine: Anxiety) e ciò porta in tal modo immediatamente a distinguere e differenziare tra loro almeno l’ansia e l’angoscia, laddove il tedesco usando solo Angst tende a identificarle.

 

Ma non solo: Angst in tedesco può voler dire pure paura e perciò – anche se per paura si usa in tedesco pure il termine Furcht (magari proprio quando la si vuol specificatamente distinguere da ansia ad angoscia) – pure la paura, nel mondo tedesco, in fondo è tendenzialmente ricondotta ad un’assimilazione con ansia ed angoscia. In italiano invece paura è termine distinto del tutto a sè stante. E se l’etimologia del termine paura sembra essere abbastanza incerta, comunque essa non è l’ansia e neppure l’angoscia, pur avendo parentela con esse. Ma neanche angoscia e ansia si configurano come sinonimi, ma bensì come termini e concetti differenti e distinti, seppure in qualche senso fondamentale annodati come indica pure la loro rispettiva etimologia per cui angoscia deriva dal latino “angustia” che significa “strettezza” e ansia deriva da “angere” che vuol dire “stringere“. Per cui ansia e angoscia sono sostanzialmente immediatamente significate come attinenti a dimensioni distinti ma affini. Dimensioni peraltro sostanzialmente diverse da quella della paura.

 

In fondo dunque, in italiano in modo esplicito e in tedesco in modo più tendenziale, il plesso semantico ansia-angoscia (articolato nella  sua interna distinzione in italiano dove sembra perciò immediatamente arricchirsi di una maggiore ricchezza di sfumature linguistiche; considerato fondamentalmente nella sua unitarietà in tedesco) sembra emergere come nettamente o tendenzialmente distinto da quello della paura.

 

 

 

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