LA NEGAZIONE DEL VOLERE

LA NEGAZIONE DEL VOLERE

 

 

 

 

 

Per quanto paradossale possa apparire, l’opera in cui per la prima volta Frauenstàdt si dichiara apertamente schopenhaueriano e che propriamente precede ancora la fase di più attiva « militanza », è quella in cui egli appare più vicino al pessimismo. In particolare in essa si sostiene che il fine ultimo e l’unica, vera salvezza sono per l’uomo la negazione del volere:

« Non v’è alcun altra salvezza, che la totale negazione della volontà di vita » (Frauenstàdt 1848, p. 95).

Se si guarda infatti agli altri scritti del periodo schopenhaueriano si ha la sorpresa di incontrare un Frauenstàdt sostanzialmente avverso al pessimismo.

 

Lo stesso Frauenstàdt, nella tarda Einleitung all’edizione complessiva delle opere di Schopenhauer, dichiara di aver spesso combattuto il pessimismo e addirittura, rifiutando un luogo comune della critica schopenhaueriana allora corrente, afferma che Schopenhauer ha avuto successo non per il suo pessimismo ma, al contrario, nonostante esso (ESW, p. CHI). In effetti l’avversione di Frauenstàdt a questo aspetto del pensiero del suo maestro risale quantomeno alle Lettere – lo scritto che nelle sue intenzioni, fin dal titolo, doveva svolgere nei confronti della filosofia di Schopenhauer la stessa funzione a suo tempo esercitata nei confronti della filosofia di Kant dalle Lettere di Reinhold 13 . In particolare, commentandoin una nota un passo dell’articolo di Oxenford in cui l’autore inglese caratterizza Schopenhauer come un « dichiarato pessimista » che propugna la liberazione dal mondo, egli afferma che una tale interpretazione è « assolutamente unilaterale » (BSP, p. 10 s.).

 

Più esplicitamente, in un articolo del 1860, sostiene la necessità di purgare la filosofia di Schopenhauer dal pessimismo e dal conseguente quietismo, che anche nell’antologia del 1862 sono presentati come ostacoli per la diffusione del pensiero del « saggio di Francoforte » (Frauenstàdt 1860, p. 873 s. e 1862, p. XXII).

 

Frauenstàdt tuttavia mostra una notevole incertezza circa la reale natura del pessimismo schopenhaueriano, di cui egli parla spesso, ma senza mai affrontare a fondo il problema I4 . In una prima serie di passi Frauenstàdt sembra preoccupato di rivendicare la positività delle disposizioni personali che avrebbero condotto Schopenhauer al pessimismo. Così, polemizzando ancora con Gutzkow, egli rifiuta la tesi che sia stato l’odio verso il mondo a condurre Schopenhauer al pessimismo: è piuttosto l’amore per il mondo a far rifiutare a Schopenhauer il mondo così come è e, al limite, a far sorgere in lui disprezzo nei suoi confronti (BSP, p. 41).

 

Altrove, nel rifiutare che il pessimismo dipenda da una determinata situazione storica, Frauenstàdt sostiene che la causa del pessimismo è da porsi piuttosto nel genio di Schopenhauer che, valutando il mondo con una misura troppo grande, come tutti i geni, ha sviluppato in sé un certo grado di malinconia (NBS, p. 271).

 

Per quanto concerne invece il valore specificamente filosofico del pessimismo, in conformità alla sua convinzione di una derivazione pratica della metafisica, Frauenstàdt tenta in prima istanza d’interpretare il pessimismo come l’estrapolazione di una morale di rinuncia al mondo, mentre l’ottimismo deriverebbe da un atteggiamento positivo verso il mondo, ovvero, in termini schopenhaueriani, dall’affermazione della volontà (Frauenstàdt 1863, p. 323). Questa interpretazione è rifiutata da Schopenhauerdurante un colloquio con lo stesso Frauenstàdt e non viene più ripresa altrove (Frauenstàdt 1863, p. 181).

 

Frauenstàdt avanza allora l’ipotesi che, da un punto di vista teoretico, il pessimismo di Schopenhauer abbia la sue radici nella contrapposizione platonico-kantiana fra sensibile/fenomenico e intelligibile/cosa in sé: Schopenhauer avrebbe dato a tale contrapposizione una valenza morale, identificando il sensibile con il male e l’intelligibile con il bene (Frauenstàdt 1863, pp. 305 s.). Questa spiegazione, che indubbiamente coglie alcuni aspetti del pessimismo schopenhaueriano, non sembra tuttavia conciliabile con la lettura complessiva che Frauenstàdt offre della dottrina della volontà.

 

 

Anche in questo caso sono compresenti in Frauenstàdt prospettive contrastanti. Dopo aver tentato un recupero speculativo della filosofia di Schopenhauer, stroncato dal maestro, Frauenstàdt infatti sembra abbandonare ogni preoccupazione teologica e farsi paladino di una teoria naturalistica della volontà: la volontà è infatti vista semplicemente come un’attività inconscia che dall’interno plasma ed organizza la realtà.

 

 

Tuttavia il punto in cui Frauenstàdt si distacca in modo più marcato dalla dottrina del maestro è costituito dall’interpretazione realistica della teleologia, un punto decisivo anche per la questione del pessimismo.

 

I presupposti di questo sviluppo si trovano nel rifiuto via via sempre più deciso dell’idealismo di Schopenhauer a favore del realismo: già nelle Lettere Frauenstàdt sostiene l’opportunità di dare al termine fenomeno due significati diversi, secondo che lo si intenda come semplice rappresentazione/ contenuto di coscienza o come quel qualcosa in più della rappresentazione, che non è vero essere, cosa in sé, ma pure sussiste come reales Ding anche indipendentemente dal suo essere percepito (BSP, pp. 270-M274). Tale interpretazione conduce fatalmente all’abbandono della idealità di spazio e tempo: anch’essi dovranno essere necessariamente concepititeleologia è evidente a questo punto che lo sviluppo di un organismo secondo un fine non è solo un modo del soggetto di rappresentarsi la realtà, ma è qualcosa di reale, che sussiste indipendentemente dal soggetto conoscente.

 

L’assenza di un’intelligenza ordinatrice non costituisce per Frauenstàdt un problema, giacché anzi un principio immanente come la volontà – a quanto pare in grado di volere finalisticamente pur mancando di coscienza – gli pare in grado di superare le difficoltà lasciate insolute tanto dalla fisicoteologia quanto, specialmente, dal materialismo . Inevitabilmente, l’affermazione dell’esistenza del finalismo pone le premesse per la critica di un aspetto decisivo del pessimismo schopenhaueriano, critica che però Frauenstàdt articola a fatica, fra contraddizioni ed incertezze.

 

 

Frauenstàdt sembra anzitutto ritenere che si possa parlare di finalismo per singoli aspetti della realtà, ma non per il mondo nel suo complesso. Ciò risulta dalle obiezioni che nei Eliche egli rivolge alla tesi schopenhaueriana secondo cui, a prescindere dal finalismo riscontrabile all’interno del mondo, è l’universo nel suo complesso ad essere ateleologico. Prendendo in considerazione la natura formale del pessimismo e dell’ottimismo, Frauenstàdt osserva che entrambe le dottrine pretendono di dare un giudizio divalore sul mondo in base alla sua conformità o non conformità ad un fine.

 

Ma – obietta Frauenstà’dt – l’uomo non può sapere né se il mondo abbia un fine né tanto meno quale esso sia: « che cosa ti da il diritto di applicare la tua misura morale alla volontà universale e di pretendere che essa debba conformarsi ad essa? In base a quali ragioni tu, essere limitato e finito, fai del tuo ideale l’ideale del mondo e ti elevi a giudice sopra la volontà universale?

 

Non è una pretesa fuori luogo? ». Con questo tipo di argomentazione Frauenstàdt pare prendere partito per una posizione agnostica circa la possibilità di fondare per questa via il pessimismo o l’ottimismo, ma subito dopo egli presenta un’altra argomentazione completamente diversa, di tipo speculativo che contraddice la posizione precedentemente assunta.

 

Secondo Frauenstàdt, posto che la volontà è illimitata ed « onnipotente », è difficile immaginare che essa possa non raggiungere il fine che si prefigge.

 

Finché essa vuole il mondo, esso esiste così come è voluto dalla volontà e, in quanto tale, deve essere necessariamente buono. Se così non fosse la volontà lo distruggerebbe (Frauenstàdt 1869, pp. 301-304).

 

Nella più tarda Einleitung ci si trova di fronte ad un quadro ancora diverso. Qui Frauenstàdt, nel replicare a quanti, specie fra gli hegeliani, vedevano una contraddizione fra l’ammissione della finalità e della legalità del mondo e il pessimismo, sostiene che finalità e legalità sono unicamente caratteri formali, che lasciano impregiudicato il valore intrinseco dell’universo: Frauenstàdt – che qui pare avvicinarsi ad Hartmann – afferma che un cosmo perfettamente finalizzato potrebbe dare luogo comunque a un sovrappiù di dolore e d’infelicità per i suoi abitanti (ESW, p. XCI). Sembra allora che un mondo finalisticamente organizzato non necessariamente debba essere buono.

 

Nelle Nuove Lettere infine, dove la questione è ancora una volta ripresa, Frauenstàdt si impegna a fondare in positivo un finalismo universale. Posto infatti che tra la volontà e i singoli fenomeni sussiste un rapporto analogo a quello esistente fra la specie e gli individui, è impossibile che ogni fenomeno abbia un fine e che invece la volontà ne sia priva. Se la finalità non si trova nella specie, tanto meno potrebbe trovarsi negli individui.

 

È necessario quindi ammettere anche per la volontà un fine. Tale fine, dato che la volontà è l’in sé, si troverà al suo interno e sarà costituito dalla soddisfazione del suo volere, il che, di nuovo, sembra implicare che il mondo, in quanto soddisfa la volontà, sia buono .

 

 

 

 

 

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