UNICA-IRRIDUCIBILE CAOTICITÀ

ABSURDO

 

 

 

 

 

 

 

La prima difficolta che si incontra nel tematizzare l’assurdo e quella di stabilirne lo statuto. Camus, infatti, ne parla à la fois in termini di ≪sentimento≫, di ≪passione≫ e di ≪concetto≫.

Tale multivocita, lungi dal dover essere ricostituita in unita, e in realta una caratteristica costitutiva, che va salvaguardata in quantotale: l’assurdo e, infatti, prima di tutto un sentimento inconscio, a partire dal quale solo successivamente sorgera il rispettivo concetto, grazie ad un’improvvisa presa di coscienza.

 

Camus precisa infatti che il senso (sentiment) dell’assurdo non equivale alla nozione dell’assurdo: la fonda e basta; e non e contenuto in quella, se non il breve istante in cui esso pronuncia il proprio giudizio sull’universo.

 

Non si possono trascurare, dunque, ne l’uno ne l’altro aspetto, soprattutto quando si comprende che, ≪come le grandi opere, i sentimenti profondi significano sempre piu di quanto non abbiano coscienza di esprimere≫

In ogni caso, per definire l’assurdo in Camus occorre inserirsi prima di tutto nella sua opera, della quale esso non e che la terza tappa. Prima di esso, infatti, Camus tematizzo altre due condizioni esistenziali, gia citate in precedenza: la mediterraneità e l’estraneità. Riassumendo all’essenziale, possiamo affermare che, se la prima condizione e definibile come l’armonico equilibrio fra uomo e mondo, inteso qui come natura, la seconda e invece proprio la rottura di questo legame: l’uomo che possedeva il mondo, che viveva in armonia con esso, lo perde, diventando ad esso estraneo.

Ma questa perdita e questa estraneita, avvertite come mere accidentalità, sono in realta definitive, per quanto l’uomo non lo sappia ancora. La condizione assurda comincia proprio nel momento in cui quest’uomo estraniato si pone il problema di come riappropriarsi del mondo:

 

Qual e, dunque, quell’imponderabile sensazione che priva lo spirito

del sonno necessario alla vita? Un mondo che possa essere spiegato,

sia pure con cattive ragioni, e un mondo familiare; ma viceversa, in un

universo subitamente spogliato di illusioni e di luci, l’uomo si sente un

estraneo, e tale esilio e senza rimedio, perche privato dei ricordi di

una patria perduta o della speranza di una terra promessa. Questo

divorzio tra l’uomo e la sua vita, fra l’attore e la scena, è

propriamente il senso dell’assurdo.

 

Si intravede sin da ora come il sentimento fondante dell’assurdo siaproprio il bisogno impellente di familiarità, la necessita di trovare nell’universo freddo e sconclusionato delle cose e degli eventi un volto umano, simile al nostro. Camus chiama questo sentimento con piu nomi: ≪esigenza di familiarita≫, ≪brama di chiarezza≫ e ≪di assoluto≫, ≪nostalgia di unita≫.

 

In sostanza, si tratta dell’ineliminabile bisogno di ridurre il mondo alla misura umana, cosi da poter ritrovare in esso quell’accoglienza e quell’equilibrio perduti a seguito di determinati eventi estranianti. Ma il disincanto avviluppa l’uomo, facendolo sprofondare a poco a poco in un vortice di passivita e di scetticismo, ostacolando cosi questa riappropriazione: per quanto egli si sforzi, con una convinzione decrescente, di occultare il volto ostile del mondo mediante maschere antropomorfiche (teologiche, metafisiche, scientifiche, poetiche, etc.), la millenaria ostilita del mondo riemerge sempre, con rinnovata potenza:

 […] ecco l’estraneita: accorgersi che il mondo e “denso”, intravedere

fino a che punto una pietra sia estranea e per noi irriducibile, con

quale intensita la natura, un paesaggio possano sottrarsi a noi. Nelfondo di ogni bellezza sta qualcosa di inumano, ed ecco che le colline,

la dolcezza del cielo, il profilo degli alberi perdono, nello stesso

momento, il senso illusorio di cui noi li rivestivamo, piu distanti ormai

che un paradiso perduto. L’ostilita primitiva del mondo risale verso di

noi, attraverso i millenni. Per un secondo non lo comprendiamo piu,

[sia] perche per secoli non avevamo capito in esso [nient’altro] che le

figure e i disegni che gli avevamo antecedentemente attribuiti, sia

perche ormai ci mancano le forze per servirci di tale artificio. Il

mondo ci sfugge poiche ritorna se stesso. Le scene travisate

dall’abitudine, ridiventano cio che sono e si allontanano da noi.

 

Abbiamo evidenziato in corsivo il passaggio su quella che potremmo definire la ≪stanchezza metafisica≫ dell’uomo assurdo, ovvero la sopraggiunta incapacita di adoperare con efficacia gli strumenti concettuali del passato – le argomentazioni scolastiche, il rinvio a sostanze invisibili e a trascendenze salvifiche, etc.

Ora, dall’articolazione congiunta degli elementi finora entrati in scena – l’uomo, il mondo, l’estraneita, la nostalgia di unita, la stanchezza metafisica – e possibile ricavare una prima soddisfacente definizione dell’assurdo come tensione implacabile che si origina tra l’uomo e il mondo nel momento in cui l’uomo estraniato – sospinto dalla sua esigenza di familiarita e, al tempo stesso, frenato dalla sua stanchezza metafisica – tenta invano di riappropriarsi del mondo attraverso la creazione di maschere concettuali. Si capisce, dunque, perche Camus descriva l’assurdo come

 

un divorzio, che non consiste nell’uno o nell’altro degli elementi

comparati, ma nasce dal loro confronto. Nella fattispecie, sul piano

dell’intelligenza, posso dunque dire che l’Assurdo [nel testo originale

in minuscolo, n.d.A.] non e nell’uomo (se una simile metafora potesse

avere un senso), e neppure nel mondo, ma nella loro comune

presenza.

 

Uomo e mondo si trovano cosi paradossalmente ≪uniti nella loro inconciliabilità ≫: l’assurdo e ora l’unico legame che intercorre tra di loro. Per millenni il mondo era invece apparso all’uomo familiare e trasparente: da una parte, la teologia, affermandone la diretta discendenza dalla volonta divina, ne salvaguardava il primo aspetto; dall’altra la metafisica e ogni tipo di filosofia speculativa – nonche, nel suo campo meramente descrittivo, la scienza– ne garantivano la piena intelligibilita. Ma ora, essendo morto Dio e con lui qualsiasi possibile approccio metafisico, all’uomo assurdo non restano che due uniche evidenze: da una parte, il suo disperato e inappagabile appello all’unita; dall’altra, il mondo in tutta la sua irriducibile caoticita.

Posso tutto confutare, in questo mondo che mi circonda, mi urta o mi

trasporta, salvo questo caos, questo caso imperante e questa divina

equivalenza, che nasce dall’anarchia. Non so se il mondo abbia un

senso che lo trascenda; ma so che io non conosco questo senso e che,

per il momento, mi e impossibile conoscerlo. Che valore ha per me unsignificato al di fuori della mia condizione? Io posso comprendere

soltanto in termini umani. Cio che tocco e che mi resiste, ecco quanto

comprendo. E queste due certezze, la mia brama di assoluto e di unita

e l’irriducibilita del mondo a un principio razionale e ragionevole, so

anche che non posso conciliarle. Quale altra verita posso conoscere

senza mentire, senza far intervenire una speranza che non ho e che non

significa nulla entro i limiti della mia condizione?

 

 

 

 

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