AUFLÖSUNG STIRNERIANA DELLA QUESTIONE VALORIALE

VALORESTIRNERIANO

 

 

 

 

 

 

 

 

E ancora, e in maniera più incisiva, il denaro crea me stesso, il suo possessore:

“Ciò ch’è mio mediante il denaro, ciò che io posso, cioè può il denaro, comprare, ciò sono io, il possessore del denaro stesso. Tanto grande la mia forza quanto grande la forza del denaro. Le proprietà del denaro son proprietà e forze essenziali mie, del suo possessore. Ciò ch’io sono e posso non è, dunque, affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi le più belle donne.

Dunque non sono brutto, ché l’effetto della bruttezza, il suo potere scoraggiante, è annullato dal denaro. Io sono, come individuo, storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe: non sono dunque storpio. Io sono un uomo malvagio, infame, senza coscienza, senza ingegno, ma il denaro è onorato dunque lo è anche il suo possessore.

Il denaro è il più grande dei beni, dunque il suo possessore è buono; il denaro mi dispensa dalla pena di esser disonesto, io sono, dunque, presunto onesto; io sono senza spirito, ma il denaro è lo spirito reale di ogni cosa: come dovrebbe esser senza spirito il suo possessore? Inoltre, questi può comprarsi la gente ricca di spirito, e chi ha potere sulla gente ricca di spirito non è egli più ricco di spirito dell’uomo ricco di spirito? Io che mediante il denaro posso tutto ciò che un cuore umano desidera, non possiedo io tutti i poteri umani? Il mio denaro non tramuta tutte le mie impotenze nel loro contrario? […]

Ciò che io non posso come uomo, ciò che non possono dunque tutte le mie sostanziali forze individuali, lo posso mediante il denaro. Il denaro fa di ognuna di queste forze essenziali qualcosa ch’essa non è, il suo contrario.

Se io desidero un cibo o voglio servirmi della diligenza, perché non sono abbastanza in forze per far la strada a piedi, il denaro mi procura così il cibo e la diligenza, cioè trasforma i miei desiderirappresentazioni, traduce la loro esistenza pensata, rappresentata, voluta, nella loro esistenza sensibile, reale, la rappresentazione in vita, l’essere rappresentato nell’essere reale. In quanto è questa mediazione, il [denaro] è la forza veramente creatrice”.

 

Il denaro, simbolo della mediazione, è creatore perché è l’essenza, “lo spirito reale di ogni cosa”: è ciò che attribuisce a me, suo possessore – o meglio suo contenitore, sua dimora, direbbe Stirner – la mia dignità, la mia stessa essenza, il mio valore. Io valgo solo in quanto possessore dello spirito, del denaro, e non per quanto concerne me stesso, nella mia unicità. È chiaro che questo è la cuspide della tematica della reificazione alienante l’essenza umana – in cammino, nel percorso intellettuale di Marx, almeno dai Dibattiti sui furti di legna in cui era appunto la legna rubata (o raccolta) a qualificare l’uomo come ladro –, ma a nostro avviso appare chiaro che l’equipollenza di determinazione (materiale o spirituale), anzi il predominio dello spirituale come elemento discriminante, anzi massimamente qualificante l’uomo è un innegabile influsso della speculazione stirneriana.

Questo ci permette di scorgere, ancora una volta, la valenza anche economica, naturalmente in senso allargato, della riflessione di Stirner. Quindi Stirner è in grado di mostrare come

l’alienazione originaria e più cogente sia quella del valore d’uso che, nell’astrazione della mediazione, subisce il più totale annichilimento, la più estrema negazione in favore del valore di scambio.

Il valore di scambio è infatti l’epifenomeno della privazione ontologica degli oggetti e dei soggetti, ossia l’astrazione dalla loro realtà sostanziale, l’astrazione di tutte le loro proprietà e della loro eterogeneità per renderle completamente sostituibili l’una con l’altra, perfetti oggetti di scambio. Scrive significativamente Marx:

 

“La scambiabilità di tutti i prodotti, attività, rapporti, con un terzo, con qualcosa di reale che può a sua volta essere scambiato indifferentemente con tutto – dunque lo sviluppo dei valori di scambio (e dei rapporti di denaro) – si identifica con la generale venialità e corruzione. La prostituzione generale appare come una fase necessaria dello sviluppo del carattere sociale delle disposizioni, capacità, abilità e attività personali. Esprimendosi più compitamente: l’universale rapporto di utilità e di utilizzabilità. [Cioè] il porre come uguale ciò che uguale non è”.

 

Ma è qui che le direzioni dei due pensieri divergono insanabilmente: per Marx (che qui risponde a Stirner) l’universale rapporto di utilità e utilizzabilità è soltanto una “fase”, per quanto “necessaria” dello sviluppo delle “disposizioni, capacità, abilità, attitudini personali”, in una parola delle proprietà, a livello sociale che coincide con la totalizzazione della scambiabilità, con la posizione dell’universale uguaglianza – io direi addirittura con la posizione dell’universale identità – tra  elementi tra loro eterogenei. Per Stirner, di contro, l’universale utilità e utilizzabilità è precisamente la negazione sia del valore di scambio sia di quello che abbiamo definito “valore d’esposizione” in quanto negazione della loro astrazione fondativa (e unilaterale), in favore non tanto di una rinnovata, perché questo implicherebbe che essa fosse già stata possibile, quanto piuttosto di una nuova modalità, anzi realtà, d’uso.

Modalità che, come si vedrà, può darsi solo come effetto della pratica profanatoria messa in atto da Stirner, mentre nella società senza classi di Marx l’organizzabilità, ossia la scambiabilità e l’equipollenza di tutti i membri della società, resta il criterio sacro e unilaterale, per quanto occulto, dell’organismo sociale, dato che è la società a fungere da polo mediatore dei rapporti, anzi come creatrice dei rapporti, che possono svilupparsi liberamente solo in determinate guise, pena, appunto, l’esclusione e l’isolamento. È ovviamente da scongiurare l’ingenuità di un monito sentimentale all’integrazione del diverso, all’eliminazione filantropica dell’intolleranza sociale: tutto questo per Stirner rientrerebbe nella definizione di “romanticismo” e sarebbe bollato come “mongolesimo”.

Il superamento della situazione di “generale venalità e corruzione” legata all’universale scambiabilità creata dall’astrazione non risiede quindi nell’abolizione della stessa, ma precisamente nella consumazione della mediazione che ne costituisce il cuore, ossia, in altri termini, nell’appropriazione di una produttività ben più radicale di quella dei mezzi di sussistenza, cioè l’appropriazione della propria condizione di Eigner, di individuo

proprietario, in quanto creatore e distruttore, delle stesse astrazioni e di se stessi in quanto unici.

Stirner quindi è a nostro avviso in grado di mutuare da Smith la teoria del valore, leggendone tutta la contraddittorietà e di anticipare sia la concezione marxiana del valore di scambio sia quella benjaminiana del “valore di esposizione” con una radicalità sconosciuta a entrambi, per i quali la fantasmagoria riguardava solo la merce e il suo carattere di feticcio, mentre per Stirner essa concerneva in maniera intrinseca l’intero ingranaggio sociale e la sua declinazione costitutivamente e irrimediabilmente coercitiva.

 

L’Auflösung stirneriana della questione valoriale si presenta quindi come indifferenza alla logica del valore di scambio e d’esposizione e come opposta insistenza sul valore d’uso; ma essa, lungi dall’essere un gesto antieconomico, indica piuttosto la sanzione del passaggio a un’economia altra che, non ingenuamente, si potrebbe definire generale. Tale transito necessita però ed evidentemente di una prassi operativa che ne garantisca la riuscita e, con essa, l’apertura di una dimensione relazionale realmente reciproca, assoluta cioè dalle coercizioni dell’astrazione reale. Tale prassi si connota come profanazione (Entheiligung).

 

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