BAHNSEN:LA CONTRADDIZIONE E IL NICHILISMO

 

LA NATURA DELLA CONTRADDIZIONE E LA LOGICA

Una volta illustrate le linee fondamentali della metafisica di Bahnsen, si è nelle condizioni di approfondire il significato del concetto di contraddizione, che costituisce l’elemento più caratteristico – ma anche più problematico – della realdialettica di Bahnsen.

 

Si è visto che Bahnsen parla anzitutto di contraddizione in tutti i casi in cui ad un’unica realtà ineriscono determinazioni inconciliabili; una contraddizione di questo genere è costituita ad esempio dalla presenza in ogni individuo di un essere e di un divenire. Un altro esempio, che si riprenderà ancora in seguito, è offerto dal contrasto fra io volente ed io conoscente.

 

Poiché tuttavia per Bahnsen le singole realtà non sono altro che l’agire delle forze, questo tipo di contraddizione va ricondotto a quella costituita da tendenze opposte e inconciliabili delle varie forze o volontà. Ne è un esempio l’inerzia, e, in ambito etico, l’opposizione fra tendenze altruistiche e tendenze egoistiche. Nella filosofia naturale, caratteri analoghi posseggono anche la gravitazione e la polarità; su di esse, per la loro natura esemplare, conviene ora brevemente fermarsi.

 

La polarità di un corpo si manifesta nel fatto che esso insieme attrae e respinge gli altri corpi; essa non può essere spiegata attribuendo a parti diverse del corpo forze opposte: la polarità si ripropone negli stessi termini, anche quando il corpo viene diviso in parti sempre più piccole . Essa mostra quindi che alla base di qualsiasi manifestazione della forza magnetica si trova un’originaria scissione fra negativo e positivo all’interno del singolo corpo.

 

Così Bahnsen può concludere che « come non esiste alcun magnetismo al di fuori della autoattualizzazione in opposizione al proprio polo, così ogni volere è una vuota parola senza il riferimento ad un non-volere altrettanto potente ».

 

Un quadro analogo è offerto dal fenomeno della gravitazione che Bahnsen considera addirittura YUrtypus della realdialettica . Anche qui, l’attrazione e la repulsione non si possono far risalire a due forze diverse, ma al modo di esplicarsi contraddittorio di un’unica forza: « la gravitazione si mostra immediatamente come un inerire (ein Ineinander) di attrazione e repulsione » .

 

Questo tipo di contraddizione, in quanto specifica dell’individuo in sé, è denominata da Bahnsen « intra-individuale »; ad essa si affiancano le contraddizioni « interindividuali », che si riferiscono ai rapporti fra gli individui. Contraddizioni di questo tipo si producono quando una forza, che per sua natura tende ad espandersi all’infinito, trova un limite e quindi viene « negata » negli altri esseri. 

 

A un livello superiore lo stesso fenomeno si presenta nel contrasto fra le volontà degli esseri umani, quando si consideri sia il loro nesso necessario in generale, sia specifici rapporti interindividuali, ad esempio quello fra uomo e donna, sia il rapporto fra l’individuo e la collettività. 

 

 

Bahnsen in qualche caso sembra intenzionato a non considerare questi fenomeni come vere e proprie contraddizioni, ma piuttosto esempi di « conflitto » (Widerstreit, Gonfiici), o di « collisione » (Collision), che in tanto sono contraddittori in quanto hanno a loro fondamento la contraddizione intraindividuale. D’altra parte, con la precisa intenzione di sottolineare il carattere reale e non puramente logico della contraddizione, egli si serve del termine « conflitto » anche per indicare le contraddizioni intraindividuali.

 

Così, nell’insieme dell’opera di Bahnsen, « contraddizione », « scissione », « opposizione », « conflitto », « collisione » finiscono per essere utilizzati come sinonimi.

 

I caratteri del concetto di contraddizione – specie nell’ambito della filosofia naturale – rieccheggiano, almeno linguisticamente, analoghe trattazioni idealistiche e in effetti Bahnsen si richiama non raramente ad Hegel – ma egli cita spesso anche Dùhring. Bahnsen non dissimula infatti in alcun modo il legame della sua realdialettica con la dialettica hegeliana; ad esempio all’inizio del suo secondo pamphlet contro Hartmann afferma che, adifferenza dello stesso Hartmann, ciò che lo lega ad Hegel è precisamente l’elemento dialettico del suo pensiero . In realtà Bahnsen si distacca in molti punti essenziali da Hegel soprattutto perché egli sviluppa una concezione della logica assai diversa da quella hegeliana.

 

Anzitutto per Bahnsen la logica è uno strumento del sapere e il sapere, come ogni realtà, non può avere fondamento che nella volontà: il sapere, deriva da un’originaria tendenza della volontà che al sapere è « predisposta » e « preformata » . Il logico ha dunque origine dall’illogico, né può essere altrimenti se non si vuole ammettere, come Hartmann, un’originaria coordinazione di logico ed illogico, di idea e volontà.

 

Bahnsen si rende ben conto che una tale tesi ha in sé dei caratteri paradossali, giacché obbliga a supporre che la volontà voglia sapere senza sapere di sapere, una tendenza del volere che Bahnsen chiama senz’altro un « enigma fondamentale » (Urràthsel). Questa derivazione della logica della volontà, se da una parte garantisce alle leggi della logica un solido fondamento naturalistico , dall’altra è di per sé indizio del carattere subordinato e « accidentale » del logico nei confronti dell’essenza della realtà, una posizione questa di chiara derivazione schopenhaueriana.

 

L’essenza della logica è indicata da Bahnsen nel suo operare mediante concetti. Per Bahnsen concetti contraddittori non esistono o comunque non possono essere pensati; una logica dialettica, che includa cioè in sé la contraddizione, è qualcosa d’impossibile: le critiche rivolte da Hartmann al metodo dialettico hegeliano sono da condividersi pienamente. In positivo i concetti derivano per astrazione dalle intuizioni, un procedimento che Bahnsen, ancora d’accordo con Schopenhauer, ritiene non creativo in senso proprio .

 

Il procedere dell’astrazione è poi condizionato dal linguaggio o, meglio, dai linguaggi nel loro divenire storico e nelle loro diversità geografiche, per cui è ingiustificato supporre che la logica riproduca con esattezza la realtà delle cose. « In conseguenza di ciò la comprensione logica del mondo che ci fornisce l’astrazione non è in grado di offrire nient’altro che, per così dire, una visione provvisoria o una propedeutica essoterica, che si rapporta alla piena verità come gli inganni dei sensi di un selvaggio si rapportano al sistema copernicano – un livello elementare di comprensione del mondo che deve essere superato da più elevate ed adeguate forme di conoscenza, come la semplice percezione sensibile del calore o altre simili devono essere superate dalla corretta e completa analisi scientifica della vera essenza degli oggetti di tali percezioni ». Si deve quindi distinguere fra ciò che è pensabile e ciò che è rappresentabile e non si deve supporre che solo ciò che è pensabile sia possibile .

 

 

Logicamente possibile è per Bahnsen solo il non-contraddittorio. Nel definire il principio di contraddizione Bahnsen non si distacca di molto dalle formulazioni tradizionali; egli dice ad esempio che « l’essenza della contraddizione consiste nell’ affermare che qualcosa – non importa se proprietà, soggetto o predicato – al tempo stesso è e non è » .

 

Altrove, polemizzando contro non meglio precisati critici che consideravano ingiustificata l’attribuzione del carattere di « antilogicità » al principio della realtà, egli si difende affermando che tale attribuzione è giustificata se si intende per contraddittorio « il coesistere (das Zusammen) di sì e no » .

 

Su queste basi Bahnsen ritiene di poter respingere le accuse mosse da più parti alla realdialettica di essere una « filosofia dell’assurdo » (Unsinn). Al contrario la realdialettica si sforza di essere la più chiara e precisa possibile nell’uso dei concetti e nello svolgimento delle argomentazioni.

 

Se essa abbandona la logica, non lo fa per partito preso, ma semplicemente perché constata la sua inadeguatezza a comprendere e a riprodurre la realtà: « Là dove la natura realdialettica dell’essenza metafisica fondamentale produce fenomeni che non si lasciano ordinare nella congruenza logica, oppure dove al contrario ai postulati logici capita un’indiscutibile smentita da parte della realtà, là il pensiero – questa è la nostra richiesta dogmatica di fondo – si deve piegare di fronte all’essere e non pretendere che esso bon gré mal gré si faccia rinserrare nel rigido macchinario delle sue formule schematiche».

 

 

L’asserita contraddittorietà del reale non deriva dunque da una presa di posizione aprioristica o speculativa ma è imposta dalla osservazione empirica della realtà stessa: « L’autoscissione (se. l’intrinseca contraddittorietà) di questa volontà originaria è un dato di fatto come la costituzione di fatto dell’intelletto formale ». Il punto dunque è sempre quello di verificare se effettivamente nella realtà esistono contraddizioni ed in che misura esse possono essere considerate dati di fatto empirici.

 

 

 

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