CADUTI NEL TEMPO

CADUTI NEL TEMPO

 

 

 

 

 

 

 

Non ci resta che seguire le indicazioni del nostro pensatore e assumere tale breve saggio come mappa per districarci all’interno della nostra questione. Preveniamo le obiezioni dichiarandoci cattivi navigatori: non seguiremo l’ordine del testo, ma piuttosto quello del nostro discorso. Non si può comunque sfuggire all’obbligo dell’incipit:

 

“Per quanto mi aggrappi agli istanti, gli istanti si sottraggono: non ve n’è neppure uno che non mi sia ostile, che non mi ricusi, e non mi significhi il suo rifiuto di compromettersi con me. Tutti inabbordabili, essi proclamano uno dopo l’altro il mio isolamento e la mia disfatta. Noi possiamo agire soltanto se ci sentiamo condotti e protetti da loro. Quando ci abbandonano, manchiamo della molla indispensabile alla produzione di un atto, sia esso capitale o insignificante. Sguarniti, senza sostegni da nessuna parte, affrontiamo allora una sventura inusitata: quella di non avere diritto al tempo”

 

 

Righe molto significative: gli istanti si rifiutano di compromettersi, non garantiscono più la loro protezione, rifiutando così il diritto al tempo. Si dà qui, in termini negativi, la conferma di quanto asserito in precedenza riguardo alla prima caduta: solo sotto la protezione del tempo, si può vivere, si può agire, si può morire: all’esterno di esso non si può né vivere né morire. In un altro luogo Cioran infatti scrive:

 

 

“Come ho potuto equipararlo [il tempo] all’inferno? L’inferno è quel presente che non si muove, quella tensione nella monotonia, quell’eternità rovesciata che non si apre su niente, nemmeno sulla morte, mentre il tempo, che scorreva, che si svolgeva, offriva almeno la consolazione di un’attesa, sia pure funebre. […] Quando l’eterno presente cessa di essere il tempo di Dio per diventare quello del Diavolo, tutto si guasta, tutto diventa rimuginazione dell’Intollerabile, tutto precipita in questo baratro dove si aspetta invano l’epilogo, dove si marcisce nell’immortalità. Colui che vi cade si gira e si rigira, si agita senza risultato e non produce niente. Ecco perché ogni forma di sterilità e di impotenza partecipa dell’inferno

 

 

Abbiamo sottolineato con il corsivo la nozione di eternità rovesciata, in quanto la reputiamo fondamentale per comprendere il luogo dove si trova Cioran: si tratta di un’eternità rovesciata, di un eterno presente che cessa di essere il tempo di Dio per diventare quello del demonio, dell’Inferno. La nozione di eternità è sempre stata presente nella riflessione cioraniana: già in Al culmine della disperazione si ritrovano due capitoli194 in cui essa è al centro della riflessione; si tratta, però, dell’eternità dritta, non rovesciata, di una vittoria sul tempo e sulla sua drammaticità, di una deviazione e trasfigurazione della vita su “un piano differente, dove le antinomie e la dialettica delletendenze vitali risultano purificate”: “[…un’] eternità in cui non si desidera né rimpiange più niente”. L’eternità di cui, invece, si parla ne La caduta non è una vittoria sul tempo, ma bensì una sconfitta patita nei suoi confronti: eternità cattiva, in cui si rimpiange il tempo197, in cui si brama un reintegro in esso:

 

“Gli altri cadono nel tempo: io invece sono caduto dal tempo. All’eternità che si ergeva al di sopra di esso succede quest’altra che si pone al di sotto, zona sterile dove non si prova più che un solo desiderio: reintegrare il tempo, innalzarsi ad esso a ogni costo, appropriarsene una particella per insediarvisi, per darsi l’illusione di una dimora propria. Ma il tempo è chiuso, il tempo è fuori portata: e proprio dell’impossibilità di penetrarvi è fatta questa eternità negativa, questa cattiva eternità

 

 

Non è indebito estendere la peripezia cioraniana all’uomo: come dice lo stesso Cioran “non è affatto improbabile che una crisi individuale diventi un giorno la crisi di tutti e acquisti così un significato non più psicologico, ma storico. Non si tratta di una semplice ipotesi; vi sono segni che bisogna abituarsi a leggere

 

“Dopo aver sciupato l’eternità vera, l’uomo è caduto nel tempo, dove è riuscito, se non a prosperare, per lo meno a vivere: la cosa certa è che vi si è adattato. Il processo di questa caduta e di questo adattamento si chiama Storia. Ma ecco che lo minaccia un’altra caduta, di cui è ancora difficile valutare l’entità.

Questa volta non si tratterà più per lui di cadere dall’eternità, ma dal tempo; e cadere dal tempo significa cadere dalla storia; significa, una volta sospeso il divenire, arenarsi nell’inerzia e nel languore, nell’assoluto della stagnazione, dove il verbo stesso si arena, non potendo sollevarsi fino alla bestemmia o all’implorazione. Imminente o no, questa caduta è possibile, anzi inevitabile. Quando toccherà in sorte all’uomo, egli cesserà di essere un animale storico. Allora, avendo perduto finanche il ricordo della vera eternità, della sua prima felicità, egli volgerà lo sguardo altrove, verso l’universo temporale, verso quel secondo paradiso da cui sarà stato bandito

 

 

La peripezia di Cioran potrebbe pertanto essere una sorta di anticipazione di ciò che sarà il destino dell’uomo? Egli non lo esclude, ma nemmeno lo postula. Del resto, l’idea di caduta è inscindibile dall’idea di condanna: che la fine dell’uomo sia qualcosa del genere? Ad ogni modo tale impossibilità, tale distanza incolmabile si declina in Cioran in un’attenzione esasperata al tempo stesso, vissuta, come si è detto, nel tono della nostalgia:

 

“Se non sento il tempo, se nessuno ne è più distante di me, in compenso lo conosco, lo osservo senza posa: esso occupa il centro della mia coscienza. […] Io, ne sono certo, fui estromesso dal tempo al solo scopo di farne la materia delle mie ossessioni. A dire il vero, io mi identifico con la nostalgia che esso mi ispira. […] Credo addirittura che mi sarebbe più agevole radicarmi nella vera eternità che reinsediarmi in esso”.

 

Ossessione che diventa lucidità – una lucidità assassina:

 

“Ho desiderato troppo il tempo per non falsarne la natura, l’ho isolato dal mondo, ne ho fatto una realtà indipendente da ogni altra, un universo solitario, un succedaneo dell’assoluto. […] Esso non ha tuttavia previsto che un giorno sarei passato, nei suoi confronti, dall’ossessione alla lucidità, con tutto quello che ciò implica di minaccioso per lui. É così fatto che non resiste all’insistenza con cui lo spirito lo sonda. […] Questo avviene perché non è fatto per essere conosciuto, ma vissuto; scrutarlo, frugarlo, significa avvilirlo, trasformarlo in oggetto”.

 

 

 

Sondare il tempo, scrutarlo, significa vederlo nella sua realtà essenziale, svuotarlo del senso arbitrario che necessariamente immettiamo in esso; significa sfatare anche l’ultima superstizione – significa perdere la magia del possibile:

 

“Io accumulo passato, non cesso di fabbricarne e di precipitarvi il presente, senza dargli la possibilità di esaurire la sua stessa durata. Vivere significa subire la magia del possibile; ma quando si scorge nel possibile un passato a venire, tutto diventa virtualmente passato, e non vi è più né presente né futuro. Ciò che distinguo in ogni”.

 

 

E abbandonare la magia del possibile, elaborare tempo morto significa, come abbiamo già notato, estromettersi dall’esistenza, partecipare dell’inferno della sterilità e dell’impotenza – significa raggiungere il punto estremo della solitudine.

 

“Finché rimaniamo all’interno del tempo, abbiamo dei simili con i quali intendiamo rivaleggiare; non appena cessiamo di esservi, tutto ciò che essi fanno e tutto ciò che possono pensare di noi non ci importa più tanto, perché siamo così distaccati da loro e da noi stessi che produrre un’opera o anche solo pensarvi ci sembra ozioso o strampalato. L’insensibilità al proprio destino appartiene a colui che è decaduto dal tempo e che, via via che questa decadenza si accentua, diviene incapace di manifestarsi o di voler anche solo lasciare una traccia”.

 

Essere assolutamente soli corrisponde a essere completamente insensibili al proprio destino: fuori dal tempo l’altro non esiste, neppure come termine di confronto, neppure come punto di riferimento. E nemmeno noi esistiamo: siamo talmente distaccati da tutto che produrre un’opera o anche solo pensarci è inconcepibile. Ci troviamo nella condizione diametralmente opposta a quella del resto del mondo, dei non-caduti: anche il feticcio del fare, dell’operare è annullato e con esso il soggetto operante. Il decaduto non è più capace di manifestarsi, di lasciare la minima traccia di sé, anzi scompare la volontà di lasciare segni della propria esistenza. Forse è qui, in questa decadenza misteriosa205 che va cercata la radice dell’anonimato, così presente nella riflessione cioraniana: a mano a mano che la decadenza avanza, si indebolisce sempre più la volontà di far segno e di lasciar segno, di farsi un nome, una fama.

E, dato che ci si incaglia nell’immortalità, nella contemporanea impossibilità di vivere e morire, si, non potrebbe, anzi non dovrebbe pertanto risolversi in un monologo? Un monologo fuori dal tempo e dalla storia? Sarebbe questo il segreto della sua inattualità? Ci ritorneremo. Concludendo, vorremmo citare ancora Cioran, che può fungere sia da sintesi per tutto ciò che è stato detto finora, sia da ponte per le nostre successive scorribande:

 

 “Il tempo, bisogna pur convenirne, costituisce il nostro elemento vitale; quando ne siamo spossessati, ci troviamo senza appoggio in piena irrealtà o in pieno inferno. O in entrambi contemporaneamente: nella noia, nostalgia inappagata del tempo, impossibilità di riafferrarlo e di inserirvisi, frustrazione di vederlo scorrere lassù, al di sopra delle nostre miserie. Aver perduto insieme l’eternità e il tempo! La noia è la rimuginazione di questa duplice perdita. Vale a dire lo stato normale, il modo di sentire ufficiale di un’umanità finalmente espulsa dalla storia”.

 

Inevitabile, pertanto, il nostro rivolgere l’attenzione alla noia.

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