CHAOS E KOSMOS

KAOSMOS

«Avremo acquistato molto per la scienza estetica, quando saremo giunti non soltanto alla comprensione logica, ma anche alla sicurezza immediata dell’intuizione che lo sviluppo dell’arte è legato alla duplicità dell’apollineo e del dionisiaco».

Con questa frase, tanto perentoria quanto sconcertante, si apriva nel 1872 la nuova pubblicazione di un giovane e geniale filologo, professore a Basilea, e autore, tra l’altro, di importanti articoli su Teognide, Simonide e sulle fonti di Diogene Laerzio – Friedrich Nietzsche. Il libro, che avrebbe dato alle generazioni future una nuova potentissima immagine del mondo ellenico – ma che avrebbe anche praticamente segnato, per il suo autore, la fine dell’attività di filologo classico – era La nascita della tragedia.

Con l’eccezione, pressoché unica, di Erwin Rohde, la corporazione dei dotti accolse il volume con scarso consenso, o anche con sdegno. Celebre è la recensione polemica che ne scrisse il giovanissimo Wilamowitz, ma anche Friedrich Ritschl, il grande latinista che aveva Nietzsche come allievo prediletto, non andò oltre una fredda diffidenza. Altri furono i lettori entusiasti di quell’opera e, sopra tutti, il musicista a cui essa era stata dedicata, Richard Wagner.

Per noi, che leggiamo la Nascita della tragedia a quasi centotrent’anni della sua pubblicazione, la polarità di apollineo e dionisiaco costituisce sicuramente il motivo più celebre nella visione nietzscheana della civiltà greca. Nella scoperta di questa opposizione viene ormai usualmente individuato il peculiare contributo di Nietzsche alla nostra immagine del mondo antico: egli mise fine all’idea classica dell’armonia e della serenità greche, scoprendo nella cultura ellenica un conflitto tra due tendenze “spirituali” opposte, le quali facevano capo alle divinità artistiche di Apollo e Dioniso. Ad Apollo, il Dio olimpico della forma e del limite – si potrebbe dire, del kosmos –, Nietzsche contrappose Dioniso, il Dio orgiastico del chaos, dell’ebbrezza, della sofferenza e della musica. Così Nietzsche trovò nella Grecia una polarità corrispondente a quella messa in luce dalla filosofia di Schopenauer – il grande ispiratore, insieme a Wagner, della Nascita della tragedia –: la polarità della volontà e della rappresentazione.

È noto come Nietzsche abbia riportato la nascita della tragedia alla forza dionisiaca che si manifestò, all’inizio, nel coro esaltato dei Satiri, i seguaci di Dioniso.

L’origine della tragedia sta nello spirito musicale, nel canto in cui trova espressione immediata – senza cioè lo “specchio” di immagini e di concetti – la volontà; il sostrato profondo dell’esistenza. La tradizione antica ci dice «con piena risolutezza che la tragedia è sorta dal coro tragico, e che originariamente essa era soltanto coro e nient’altro che coro […]». Ora, i cori degli invasati non sono un esclusivo possesso della civiltà greca. Nietzsche ne osserva la presenza nella cultura popolare tedesca medievale. Le schiere dei danzatori di San Giovanni e di San Vito gli paiono portatrici dello stesso potere dionisiaco che animava i danzatori bacchici dei Greci «con la loro preistoria in Asia Minore, sino a Babilonia e alle Sacee Orgiastiche».

Proprio il paragone con la civiltà asiatica fa però risaltare l’unicità della creazione greca. Soltanto in Grecia, infatti, il canto corale degli invasati non si risolse in un semplice culto orgiastico, ma diede origine a una espressione artistica straordinariamente alta, come fu quella della tragedia. Questa evoluzione unica del canto popolare greco è dovuta all’equilibrio del dionisiaco con il genio di Apollo, il dio delle belle immagini, del sogno, del limite e della forma. È l’“azione suprema” della grecità: «L’aver domato la musica orientale di Dioniso, e averla preparata per un’espressione figurata».

Il canto ditirambico non è infatti esso stesso tragedia: quest’ultima nasce quando l’azione della forza dionisiaca si “scarica” in un mondo di visioni9, ossia in un mondo apollineo di apparenze, nel quale hanno sede i dialoghi e le azioni. La tragedia è costituita da questa oggettivazione dello stato dionisiaco in un universo apollineo, e proprio grazie a tale oggettivazione l’espressione greca della volontà assunse forma artistica. Allo stesso tempo, però, in questo equilibrio, è il dionisiaco che ha il sopravvento. Esso rende viva la forma apollinea, impedendole di irrigidirsi «in egiziana durezza e freddezza». E se, da un lato, l’elemento formale apollineo riesce a dominare il dionisiaco dandogli forma, nell’economia generale del dramma musicale antico è comunque il dionisiaco a prevalere: il dramma raggiunge nel suo complesso un effetto che è «al di là di ogni effetto artistico apollineo». Così, il rapporto tra apollineo e dionisiaco nella tragedia può essere simboleggiato dalla fratellanza di Apollo e Dioniso: «Dioniso parla la lingua di Apollo, ma alla fine Apollo parla la lingua di Dioniso». Con questo, afferma Nietzsche, «è raggiunto il fine supremo della tragedia e dell’arte in genere»: l’arte come «lieta speranza» che possa essere spezzato il dominio dell’individuazione, come «presentimento di una ripristinata unità».

 

 

 

 

 

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