CONOSCERE È VEDERE

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Ciò che merita di essere conosciuto, l’unico sapere per cui vale la pena soffrire è quello che ricerca la visione delle cose quali sono, la visione dell’essenziale. “La mia missione è di vedere le cose quali sono. Tutto il contrario di una missione…”, scrive Cioran in Confessioni e anatemi. Una missione richiede convinzioni, pregiudizi, scopi: richiede il rifugio di una fede.

 

La conoscenza, secondo Cioran, si colloca invece agli antipodi della missione in quanto si qualifica per il suo porsi allo scoperto, per il suo distruggere “il confortevole rifugio dell’esistenza falsa”, cioè per la sua portata negativa, per la sua distruzione dei simulacri con cui l’uomo commercia quotidianamente: “Conoscere, volgarmente, è ricredersi su qualcosa; conoscere, in assoluto, è ricredersi su tutto.

 

L’illuminazione rappresenta un passo oltre: è la certezza che non ormai non si sarà più vittime dell’inganno, è un ultimo sguardo sull’illusione”. Ricredersi, cioè abbandonare le proprie credenze, quelle credenze, quei dogmi che permettono all’esistenza di conservarsi, se non di prosperare. E che permettono all’uomo di prosperare in essa, di avere successo: abbiamo già visto come per Cioran solo il fallimento sia motivo di progresso spirituale, di un progresso in direzione dell’irrealtà.

 

Per colui che trionfa nell’esistenza, per il vincente – o più semplicementeper l’uomo comune, per il lavoratore – i simulacri che la conoscenza cioraniana fa saltare in aria sono la realtà, fuori da ogni discussione. La vita prospera all’ombra della mistificazione, del pregiudizio, della prospettiva, nel senso propriamente nietzschiano del termine: “Impossibile accedere alla verità tramite opinioni, giacché ogni opinione non è che un punto di vista folle sulla realtà”.

 

Pur considerando le opinioni preferibili alle convinzioni, tipiche del credente, del fedele, – del fanatico –, Cioran afferma che per cogliere l’essenziale è necessario estromettersi da tutto, non partecipare all’inganno che perpetua il mondo, negare il culto dell’atto e del lavoro. “Per scorgere l’essenziale non bisogna esercitare alcun mestiere. Restare tutto il giorno distesi, e gemere…”. Cercare cioè il bianco dei punti di vista: “È libero colui che ha riconosciuto l’inanità di ogni punto di vista, è liberato colui che ne ha tratto le conseguenze”.

 

Se Cioran è in grado di sfuggire agli equivoci connaturati all’umano, “lo deve a un’osservazione delle cose intatta non solo dall’ideologia ma anche dal semplice gioco delle idee, cioè all’assenza del punto di vista: questo significa, indubbiamente, porsi al di fuori di tutto, negarsi al conforto delle superstizioni umanistiche, condannarsi all’impossibilità d’una qualunque scelta; ma esiste un altro modo di decifrare, descrivere e giudicare, senza falsarlo quell’universo della contaminazione totale che sono la politica e la storia” – noi potremmo aggiungere, anzi riassumere, quell’universo della contaminazione totale che è la vita.

Ma cosa significa qui propriamente “assenza del punto di vista”? Coincide con l’assenza di prospettiva, intesa nell’accezione nietzschiana? Perché se fosse questo il caso non potremmo accettare tale affermazione. Crediamo, però, che il discrimine sia legato proprio alla differenza che incorre tra i due termini apparentemente sinonimici. Ricordiamo di aver già sottolineato questa scarto terminologico nel capitolo precedente. in merito all’azione frivola e funebre dello spirito: per ‘punto di vista’ intendevamo propriamente l’operazione metaforizzante messa in opera dallo spirito stesso all’interno del meccanismo del linguaggio, al fine di rendere condivisibile l’esperienza individuale, altrimenti e costitutivamente incomunicabile. È il meccanismo che presiede alla formazione innanzitutto del concetto, in secondo luogo della logica e infine dei valori che devono regolare l’esistenza e che regolano, al contempo, il gioco delle idee.

 

Per ‘prospettiva’ intendevamo, invece, il modo, personale e irriducibile, con cui ognuno di noi guarda al mondo come al proprio mondo – appunto dalla sua prospettiva – e che, al limite, può anche esulare dalla comunicazione. Prospettiva che è consapevole di essere tale, che non si arroga diritti di universalità, ma comprende la propria parzialità necessaria, la propria ingiustizia nei confronti del tutto.

 

Il punto di vista di contro, proprio perché metafora, guarda al mondo come se egli riassumesse l’insieme delle prospettive sul mondo, cioè come se fosse la prospettiva sul mondo, l’unica esatta, l’unica giusta, obliando in questo modo la sua verità – ossia la sua parzialità – e imparando “proprio attraverso questa incoscienza, proprio attraverso questo oblio: “Tutto ciò che distingue l’uomo dall’animale dipende da questa capacità di sminuire le metafore intuitive in schemi, cioè di risolvere un’immagine in un concetto. Nel campo di quegli schemi è possibile cioè qualcosa che non potrebbe mai riuscire sotto il dominio delle prime impressioni intuitive: costruire un ordine piramidale, suddiviso secondo caste e gradi, creare un nuovo mondo di leggi, di privilegi, di subordinazioni, di delimitazioni, che si contrapponga all’altro mondo intuitivo delle prime impressioni come qualcosa di più solido, di più generale, di più noto, di più umano, e quindi come l’elemento regolatore e imperativo”. ” la verità.

Ora, è impossibile che ognuno di noi sfugga alla propria prospettiva in quanto corrispondere ad essa, in qualche maniera, significa incarnare il proprio destino, la propria legge: non è in nostro potere sottrarci, almeno nella visione cioraniana, ad essa. Altrettanto impossibile è compiere un salto all’esterno della metafisica, cioè estromettersi completamente da quel meccanismo di formazione di concetti e di gerarchie assiologiche, in quanto connaturate all’uso della parola. Non è però impossibile – seppur difficile – opporsi ad essa.

In Cioran questa resistenza si declina in svariati modi: abbiamo già visto come la lucidità sia, ad esempio, un modo per smascherare gli artifici messi in opera dallo spirito al fine di conservare la vita e di non permettere che si ponga in dubbio la realtà anch’essa metaforica dell’identità personale; vedremo come l’opposizione cioraniana all’astrazione si declinerà in una negazione spasmodica del sistema o come egli inoculi il germe del silenzio all’interno della parola al fine di minacciarla, per non parlare dell’accesso a modi di comunicazione insospettabili e esterni alla gabbia del concetto. Nel caso specifico, invece, Cioran si oppone al gioco delle idee – gioco di guerra, gioco che cela in sé la violenza (ci torneremo fra poco) – cercando appunto, dalla sua prospettiva, l’assenza dei punti di vista, esercitando quella che egli chiama facoltà di indifferenza.

 

Ora sì che possiamo concordare con quanto scritto da Mario Andrea Rigoni in Contaminazione totale. Cerchiamo di spiegare cosa, a nostro avviso, sostiene qui Cioran. In un’intervista

Cioran sostiene che la degenerazione del pensiero sia:

 

“Inevitabile. Perché non appena si concepisce un’idea, le ci si affeziona, si è contenti di averla avuta. È il lato salottiero delle idee. Ma per il pubblico, per la massa, in fondo per tutti un’idea inevitabilmente si anima. Vi si proietta tutto, dato che tutto è affettivo. A Parigi c’è un filosofo rumeno, che si chiama Lupasco, il quale identifica l’affettività con l’Assoluto. Dal momento che c’è l’affettività, e la si proietta nelle idee, ogni idea rischia di diventare passione, e quindi un pericolo. È un processo assolutamente fatale. Non esistono idee completamente neutrale, perfino i logici sono passionali. A questo proposito devo fare una piccola osservazione.

Tutti i filosofi che ho conosciuto nella mia vita erano persone profondamente passionali, impulsive ed esecrabili. Da loro ci si aspetterebbe, per l’appunto, una sorta di neutralità. Invece posso affermare […] che tutti erano dei passionali, e segnati dall’affettività. Quindi, se quelli che dovrebbero rimanere in uno spazio ideale o concettuale contaminano l’idea, se scivolano nella passione proprio quelli che dovrebbero esserne distaccati, come vuole che faccia la massa? Che cos’è l’ideologia, in fondo? La congiunzione dell’idea con la passione. Da qui deriva l’intolleranza. Perché l’idea in se stessa non sarebbe pericolosa. Ma non appena vi si aggiunge un po’ di isteria è la fine. Su questo si potrebbe parlare all’infinito, senza approdare a nulla”.

 

 

 

Il problema dunque è il “lato salottiero delle idee”, è il considerarle come una propria opera, è il proiettarvi l’affettività. Quell’affettività che Cioran, seguendo Lupasco, identifica con l’Assoluto e da cui nessuno, nemmeno coloro che si pretendono tali – cioè i filosofi – è immune. Cioran ribadisce queste affermazioni nel poéme con cui apre il Sommario intitolato genealogia del fanatismo:

 

“In se stessa ogni idea è neutra, o dovrebbe esserlo; ma l’uomo la anima, vi proietta i propri ardori e le proprie follie; impura, trasformata in convinzione, essa si inserisce nel tempo, assume forma di evento: il passaggio dalla logica all’epilessia è compiuto… Nascono così le ideologie, le dottrine e le farse cruente”

 

Ricordiamo cosa sosteneva lo stesso Cioran riguardo alle convinzioni: “Opinioni, sì; convinzioni, no. Questo è il punto di partenza dell’orgoglio intellettuale”. Le opinioni, infatti, pur non accedendo all’essenziale, come abbiamo sottolineato poco sopra, sono pur sempre preferibili alle convinzioni che intaccano, imputridiscono la presunta purezza originaria di ogni idea. Sono poi le convinzioni, quindi le idee contaminate dagli ardori e dalle follie dell’uomo ad assumere “forma di evento”, ad inserirsi nel tempo, a compiere il passaggio dalla logica (idealizzata, in quanto nemmeno tra i logici è possibile la neutralità assoluta) all’epilessia, alle convulsioni di “una razza che scoppia di ideale”.

 “Idolatri per istinto, noi convertiamo in Incondizionato gli oggetti dei nostri sogni e dei nostri interessi. La storia non è che una sfilata di falsi Assoluti, una successione di templi innalzati a dei pretesti, un avvilimento dello spirito dinanzi all’Improbabile. […] Perda l’uomo la propria facoltà di indifferenza: diverrà virtualmente assassino; trasformi la sua idea in dio: le conseguenze saranno incalcolabili. […] Quando ci si rifiuta di ammettere l’intercambiabilità delle idee, scorre il sangue… Sotto le risoluzioni ferme si leva un pugnale. Gli occhi ardenti preannunciano l’assassinio. Lo spirito esitante, preso da amletismo, non è mai stato dannoso

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