CONOSCI TE STESSO

NIETZSCHE VI

 

 

 

 

 

Umano troppo umano segna un punto d’inizio del filosofa­re di Nietzsche che si lascia definitivamente alle spalle ogni opzione metafisica e dichiara la necessità della filosofia storica legata alle scienze della natura.

 

Nel primo periodo, all’ombra di Schopenhauer e di Wagner, storia e scienze della natura erano state insieme combattute per il loro carattere disgregante, pericoloso per la vita. Contro Schopenhauer che contrapponeva filosofia e storia, Nietzsche non rinuncerà più al tentativo di un filosofare storico : “la sola filosofia che ha per me ancora valore è la forma più generale della storia,il tentativo di descrivere in qualche modo e di abbreviare con segni il divenire eracliteo…”.

 

 

 Questa riflessione trova i frutti più maturi nella Genea­logia della morale che radicalizza  le posi­zi­oni e la direzione indicata da  Umano  troppo  umano : si tratta di illuminare le macchine che stanno dietro la menzogna dell’immediatezza e della metafisica, di andare contro l’opi­nione di “un’origine miracolosa” per le cose stimate superiori “che scaturirebbero immediatamente dal nocciolo e dall’es­senza della ‘cosa in sé'”.

 

Il  metodo genea­logico ama il ‘grigio’  “il docu­men­tato, l’effettivamente veri­fi­cabile, l’effettivamente esistito”. Ciò che era posto come primum, come origi­-nario, adesso è costretto a dire la sua storia, come sia divenuto e si sia formato attraverso scontri di forze, come null’altro sia che momentanea solidificazione, equi­­librio di potenze. Genealogia della morale è forse  il risul­ta­to più maturo e articolato dello scavare di Nietzsche nei mec­canismi di  violenza e repressione che formano, in tempi lunghissimi, la comunità ‘naturale’.

 

Ciò che nei primi scritti era ‘natura’, istinto primitivo adesso é posto come risultato di una lunga e dura disciplina. Genealogia della morale  raccoglie e organizza, per molti aspetti, il lavoro ‘storico’ iniziato con  Umano troppo umano.

 

Vi si mostrano gli effetti produttivi  del potere, le macchine che non appaiono, con quali spaventosi mezzi l’animale libero e senza memoria cosciente divenne l’in­dividuo capace di far promesse, di vivere in società. Nietzsche si rifiuta ora ad ogni semplificazione: sa che la ‘parola’  è spes­so stru­men­to per nascondere l’ignoranza del processo e perpetuare errori vantaggiosi per il dominio dato.              

 

     Ma, rispetto alla successiva direzione critica e nichilistica legata all’esercizio forte dell’analisi, nel periodo di Umano troppo umano la storia e la scienza appaiono non solo strumenti di liberazione dall’irrigidimento mitico, ma anche strumenti privilegiati per una possibile costruzione umano  ‘generica‘ . Per cogliere la  specificità  della concezione della storia in questo periodo, vorrei analizzare alcuni temi che emergono dalla lettura dell’aforisma 223 di  Opinioni e sen­tenze diverse, aforisma significativo proprio perchè non ec­cen­­trico.

 

 

Verso qual meta si deve viaggiare.

L’immediata osservazione di sé è ben lungi dal bastare per conoscere se stessi: abbiamo bisogno della storia, giacché il passato continua a scorrere in noi in cento onde; noi stessi infatti non siamo se non ciò che in ogni attimo sentiamo di questo fluire. Anche qui anzi, se vogliamo tuffarci nel flusso del nostro essere apparentemen­te più peculiare e personale,vale il detto di Eraclito: che non si scende due volte nello stesso fiume.

E’ questa una saggezza che, anche se divenuta a poco a poco vecchia, è tuttavia rimasta tanto robusta e nutriente[1] quanto lo fu un tempo: altrettanto dell’altra secondo la quale, per capire la storia, si devono visitare i residui viventi delle epoche storiche – si deve viaggiare, come viaggiò il padre Erodoto, nelle nazioni – queste sono infatti solo gradi di civiltà  più antichi , che si sono fissati, e su cui si può posare -tra le popolazioni cosiddet­te selvagge e semi­selvagge, specie là dove l’uomo ha smesso, o non ha ancora vestito, l’abito dell’Europa. Ci sono comunque ancora un’arte ed uno scopo del viaggiare più sottili, che fanno sì che non sempre sia necessario andare di luogo in luogo e percorrere migliaia di miglia.

 

Molto probabilmente gli ultimi tre secoli sopravvivono ancora in tutte le loro sfumature e rifrazioni culturali anche in nostra vicinanza: essi vo­glio­no solo essere scoperti. In molte famiglie,anzi in singoli uomini,gli strati giacciono ancora sovrapposti in modo bello ed evidente: altrove ci sono fenditure della roccia più difficili da capire.

 

Certo in contrade remote, in vallate montane meno conosciute e in comunità più chiuse, un venerabile campione di un sentimento molto più antico si è potuto più facilmente conservare, e qui deve essere rintracciato: mentre è per esempio improbabile fare tali scoperte a Berlino, dove l’uomo viene al mondo svotato e insensibile. Chi, dopo lunga esercitazione in quest’arte del viaggiare, è diventato un Argo dai cento occhi, accompagnerà alla fi­ne dappertutto la sua  Io -voglio dire il suo ego– e riscoprirà, in Egit­to e in Grecia, in Bisanzio e in Roma, in Francia e in Germania, nel tempo dei popoli nomadi o di quelli stabili, nel Rinascimento e nella Riforma, in patria e all’estero, anzi in mare, bosco, pianta e monta­gna, le avventure di viaggio di questo ego  divenente e trasformato. Così la co­no­scenza di sé diventa conoscenza del tutto in relazione a tutto il passato: come, secondo un’altra concatenazione di considera­zioni, qui solo accennabile, la determinazione e l’educazione di sé degli spiriti più liberi e lungimiranti potrebbe un giorno diventare determinazione del tutto in relazione a tutta l’umanità futura (VM, p. 87-88).

 

 

L’inizio dell’aforisma si presenta come una decisa autocritica rispetto alla iniziale  posizione schopenhaueriana ed alla pretesa del genio  di arrivare, attraverso una immediata intuizione, al cuore del mondo. La critica a questo ‘miracolo’ si sviluppa in più aforismi: nelle Inattuali e, in genere, negli scri­tti giovanili, si trova una decisa contrappo­si­zione tra la con­siderazione storica ed una conoscenza immediata della realtà che passa attraverso l’esercizio del  “conosci te stesso”.

“Chi lascia che tra sé e le cose si frappongano concetti, opinioni, cose passate, libri, chi dunque, nel senso più largo della parola, é nato per la storia, non vedrà mai le cose per la prima volta; ma queste qualità fanno certamente parte di un filosofo, perché egli deve trarre da se stesso la maggior parte degli insegnamenti e perché egli serve a se stesso come l’immagine e il compendio di tutto il mondo”.

Il sapore di  autocritica nell’aforisma 223 è ancora più avvertibile se pensiamo alla caratterizzazione finale della figura di Eraclito nella Filosofia dell’epoca tragica dei Greci in cui il filosofo, che rappresenta il tipo più alto e ideale, è “un astro privo di atmo­sfera”: “il suo occhio fiammeggiante rivolto all’interno, guarda invece solo apparentemente,spento e glaciale, verso l’esterno (…)

 

Non aveva bisogno degli uomini, neppure per le sue conoscenze (…) Egli parlava con disprezzo di questi uomini che interrogano e raccolgono, in breve degli uomini ‘storici'”. A questi contrapponeva uno sdegnoso “Ho cercato e indagato me stesso” realizzando così il precetto  delfico “Conosci te stesso”.

Ancora è in primo piano la valorizzazione del genio fatta da Schopenhauer: Nietzsche ripete, quasi alla let­tera, l’immagine che ne aveva dato Wagner nel suo saggio del 1870 su Beethoven  in cui il musicista, chiuso al  mondo esterno, veniva paragonato al veggente cieco Tiresia che  trovava il mondo in  se stesso, in cui l’occhio ‘interiore’ rive­lava il fondamento dei fenomeni.

A questa mitologia del ‘genio’, significativamente Nietzsche contrappone ora, come premessa necessaria, la necessità di una lenta accumulazione di energia ed una ricchezza di esperienze assimilate in una forma superiore: “anche il genio non fa nient’altro che imparare, prima a porre le pietre e poi a costruire, che cercar sempre materiale e plasmarlo continuamente . Ogni  attività dell’uomo è complicata fino a sbalordire,non solo quella del genio : ma nessuna è un ‘miracolo'”.


 

 

 

 

 

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