CONTRO SOCRATE [§-KANT]

KONTRA KUNT

 

 

 

 

 

 

In ambito morale, Nietzsche rappresenta – a tutti i livelli – il rovescio speculare di Kant. Il concetto di decadence è un aspetto centrale della filosofia nietzscheana, utile in questa sede a comprendere meglio la relazione Nietzsche-Kant. Secondo il filosofo di Rocken, la decadenza della filosofia ha inizio con Socrate e si concreta nei secoli nella decadenza della morale (cristianesimo, “metafisica del boia”)e della politica (socialismo e democrazia).

La preoccupazione maggiore di Nietzsche è rimettere l’uomo con i “piedi in terra”, ma affinché ciò avvenga egli deve smetterla di camminare “con la testa”. Sostiene Nietzsche, in opposizione ai cosiddetti “eredi” di Socrate:

“Rovesciare idoli (parola che uso per dire “ideali”) – questo sì è affar mio. La realtà è stata destituita del suo valore, del suo senso, della sua veracità, nella misura in cui si è dovuto fingere un mondo ideale… il “mondo vero” e il “mondo apparente” –in altre parole: il mondo finto e la realtà”.

 

A partire da Socrate, dunque, la filosofia ha intrapreso la “strada decadence”della negazione, erigendo un “mondo ideale” che ha soppiantato quello “reale”. Così, per dirla alla Nietzsche, Apollo ha esiliato Dioniso, l’“al di là” sostituito l’“al di qua”. Al pari di Socrate, Kant è colpevole di aver imprigionato l’uomo nei concetti, avendo con ciò favorito la affermazione di un’ottica di rifiuto della “sfera dionisiaca” della vita.

 

In Come il mondo vero finì per diventare una favola, egli traccia un bilancio della filosofia europea nell’ottica del “punto d’arrivo” nietzscheano – contrassegnato dal nichilismo e dalla morte di Dio – ove descrive che il “vero mondo” appare innanzitutto come idea. Ecco allora Platone, cui segue il cristianesimo di Agostino, ovvero l’assunzione del platonismo nella cultura cristiana dell’ “al di là” e dell’ “al di qua”. Tale processo termina con la “razionalizzazione moderna”, per la quale il ” mondo vero “ è qualcosa di indimostrabile, stando al di fuori della realtà.

Questo – per citare lo stesso Nietzsche – è “l’idea divenuta sublime nella nordica città di Konigsberg”. In questo modo aulico e colorito, Nietzsche evoca Kant, criticandone l’anelito di un mondo della libertà e di un ordine divino. Poi, richiamandosi al positivismo, individua gli ultimi stadi:

 

“Il mondo vero, irraggiungibile, o comunque non raggiunto, quindi sconosciuto; perciò nemmeno consolante, salvifico non dà conforto, né salvezza, e non vincola”.

 

Nietzsche sostiene che il “mondo vero” sia in realtà un nulla e che, dalla liberazione da tale mondo dell’ “al di là”, risulta che esiste soltanto il mondo quale appare. È giunto il momento tanto atteso, dunque: “Incipit Zarathustra!”.Non si tratta di un messaggio di salvezza, bensì di una consapevolezza da sopportare con dignità umana. L’uomo, infatti, deve assumersi il peso del proprio destino e non fuggire da esso.Al sistema razionale kantiano- che accusa persino di malafede (“Diffido di tutti i sistematici e li evito. La volontà di sistema è una mancanza di onestà”)- Nietzsche oppone il concetto di “fede di Dioniso(“io, l’ultimo discepolo del filosofo Dioniso –io, il maestro dell’eterno ritorno”), la fede che non nega più. A Kant, il più autorevole portavoce del “pensiero decadente”, Nietzsche oppone il seguente paradigma:

 

Vita in ascesa >felicità (sentimento della potenza) >virtù (libera da moralina, come la virtù del Rinascimento).

 

Secondo Nietzsche, insomma, la virtù è conseguenza della felicità, non viceversa.A Kant, che crea un edificio valido per tutti gli uomini e in ogni situazione, Nietzsche oppone l’unilateralità delle volontà di potenza ed il conflitto come unici elementi necessari.

Vale a dire: Eraclitocontro Socrate. Prospettivismo contro universalismo. Anche – e soprattutto – tramite queste categorie si gioca il confronto Nietzsche-Kant in ambito morale. In base alla logica del prospettivismo, i “giudizi di valore sulla vita, in favore o a sfavore, in ultima analisi non possono mai essere veri (ma sono necessari alle prospettive delle volontà di potenza)”.In spregio alla “condotta morale pura”, che non deve essere inficiata da elementi empirici – e per ciò stesso particolari – come scopi e inclinazioni, Nietzsche scrive:

 

“Formula della mia felicità: un sì, un no, una linea retta, una meta…”.

 

Affossando in tal modo ogni ambiziosa pretesa kantiana dunque, Nietzsche fa suo il credo dei sofisti, che negano a Socrate la validità oggettiva d’ogni suo ragionamento. Il sistema kantiano, perciò, poggerebbe “sulla sabbia” perché, ad esempio, la condanna della vita da parte di un vivente non è nient’ altro che il sintomo di una determinata specie di vita. Sostiene Nietzsche:

 

“Quando parliamo di valori, parliamo (…) sotto l’ottica della vita: la stessa vita ci costringe a stabilire dei valori, la vita stessa valuta per nostro tramite, quando noi stabiliamo valori” (e quando Nietzsche trasvaluta tutti i valori).

 

Polemos, Apollo, Dioniso, decadence – anche la decadence – e “volontà di potenza”sono necessari, funzionali all’ottica della vita. Non è pertanto la ragione in se per sé che Nietzsche contesta, bensì la “redutio ad unum”, che filosofia e morale hanno praticato tramite essa. In questo modo, Socrate, Platone e Kant, hanno servito la menzogna, non la verità. Per cui “tutti i mezzi con cui l’umanità sino ad oggi ha dovuto esser resa morale, sono stati fondamentalmente “immorali”.

È in virtù di tali premesse “fallaci”, che Nietzsche scorge nella morale e nel Dio di quella religione – il cristianesimo – cui essa si “appoggia”, un carattere corruttore, avvelenatore e calunniatore della vita, convenendo con Schopenhauer alla “conclusione-provocazione” che “ogni grande dolore, sia del corpo che dello spirito, attesta quel che noi meritiamo, giacchè non ci potrebbe colpire se non lo meritassimo”.

 

La stessa libertà, che la filosofia ha sinora promossa, – a suo dire – non è che un grossolano simulacro. La libera volontà – cardine della ragion pratica kantiana – è interpretata da Nietzsche come un odioso stratagemma, predisposto esclusivamente per consentire giudizi e punizione. La distruzione della morale -oltre quello di assecondare al meglio la “volontà di verità”- ha, in ultima analisi, lo scopo di liberare l’uomo dal concetto di colpa, pena e cattiva coscienza, depurandolo dai mali cagionati dall’“ordine etico del mondo”.

 

 

 

 

 

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