CRISTIANESIMO-ETICA DEL RISENTIMENTO

NIETZSCHE PLIT

 

 

 

 

 

 

 

A proposito di cristianesimo, Nietzsche parla in particolar modo di etica del risentimento. Non quello di Gesù, da lui stesso considerato uomo attivo e nobile, propugnatore come lui stesso di un’ etica della gioia; risentimento e cattiva coscienza fanno parte invece dell’ etica di San Paolo, cioè il primo cristiano.

Al cristianesimo Nietzsche attribuisce la responsabilità di aver creato un mondo sovrasensibile in contrasto col mondo sensibile, di aver creato un Dio contrapposto alla vita.

La morale della compassione, la debolezza trasformata in merito, i principi di autonegazione del corpo, di auto sacrificio, il presunto valore del non-egoistico: Nietzsche vede in essi il sintomo della decadenza della cultura occidentale, la sua più sublime tentazione e seduzione verso la mediocrità e, infine, il grande pericolo dell’umanità e il segno della vittoria e del dominio degli uomini deboli sugli uomini forti.

“La morale cristiana, o meglio la legge della selezione invertita, la contraddizione contro l’uomo orgoglioso e ben riuscito, contro l’uomo afferratore, padrone dell’avvenire, garante dell’avvenire, eretti a ideale…”

“Se non si tratta più con serietà l’autoconservazione, l’incremento delle forze del corpo, vale a dire della vita, se si fa dell’anemia un ideale, del disprezzo del corpo la salute dell’anima, che altro è ciò se non la ricetta della decadenza? La perdita del centro di gravità, la resistenza agli istinti naturali, in una parola la rinuncia a se stessi, ciò è stato chiamato fino ad ora morale…”

Un’altra forma del risentimento è, secondo Nietzsche, la cattiva coscienza. Essa è venuta al mondo quando l’uomo è uscito dallo stato selvaggio ed è entrato per così dire in cattività, cioè nella disciplina e nella costrizione sociale degli ordinamenti giuridici moderni.

Fino ad allora gli uomini erano felicemente adattati allo stato selvaggio, alla guerra, alle scorribande e all’ avventura. Improvvisamente i loro istinti belluini, che li avevano guidati con inconscia sicurezza, furono per così dire scardinati: essi furono costretti a pensare, ragionare, calcolare. Cioè furono rimandati alla loro coscienza, il “loro organo più misero e fallibile”.

Non potendo più scaricarsi all’ esterno, quegli istinti si rivolsero all’interno con danni irreversibili. È questa l’origine di quella dilatazione del mondo interiore che prenderà il nome di “anima”. Quindi, nella nostra epoca decadente gli istinti brutali non si sono dissolti e scomparsi, ma semplicemente hanno subìto una trasfigurazione.

La crudeltà insita all’animo umano si è fatta più sottile e viene demandata dal gesto alla parola: essa si è astratta ed è divenuta violenza del rappresentare, non è più visibile nell’azione ma nella rappresentazione concettuale. La crudeltà dell’uomo è divenuta in un certo senso ipocrita: avendo contro di sé tutta un avversa impalcatura concettuale di valori, deve restare nascosta nonostante abbia in sé la necessità di esprimersi.

Viene così occultata e, una volta che sia venuta alla luce della coscienza, è vissuta come cattiva coscienza e senso di colpa. Quindi la crudeltà, questa necessità fondamentale dell’uomo, collocata in un orizzonte morale perde la sua innocenza e diviene malvagia.

“…allorquando l’umanità non si vergognava ancora della sua crudeltà, la vita sulla terra era più serena di oggi che ci sono i pessimisti. L’offuscarsi del cielo al di sopra dell’uomo è andato aumentando in rapporto al fatto che è cresciuta la vergogna dell’uomo dinanzi all’uomo”.

Quando l’uomo della cattiva coscienza si impadronisce del presupposto religioso, spinge l’annullamento e il martirio di sé tanto più a fondo quanto più afferra in Dio le ultime antitesi dei suoi irrimediabili istinti animali. In questa sua volontà di trovarsi colpevole e riprovevole fino all’impossibilità dell’espiazione, nel suo sentimento di essere castigato di un castigo che non potrà mai essere adeguato alla colpa, e nell’avvilimento per la propria assoluta indegnità a cospetto della santità di Dio, egli riceve un aiuto insperato.

E’ il colpo di genio del cristianesimo: Dio riscatta col proprio sacrificio il debito dell’uomo. Ma l’idea cristiana di remissione del peccato non implica una liberazione del debito bensì una sua radicalizzazione; il dolore non paga altro che gli interessi del debito, incatenando l’uomo ad esso e facendolo sentire debitore in eterno.

A causa dell’influsso negativo del cristianesimo, la cultura occidentale moderna ha frainteso il concetto di tragico dei Greci applicandovi categorie di valutazione morale che gli erano estranee.

Infatti, se nel pessimismo dei Greci l’ essenza del tragico consisteva nell’ idea di un destino che si abbatte sull’ uomo e lo fa soffrire senza che se lo meriti, nella concezione cristiana è invece sempre presente un nucleo di colpevolezza: il destino colpisce sempre e solo per punire una colpa.

Se quindi gli schiavi sconfiggono i forti per mezzo del risentimento, con la cattiva coscienza essi cercano di “infettarli”, di togliere loro la buona coscienza della loro forza e del loro diritto di esercitarla, di farli vergognare della loro felicità, imponendogli l’umiltà. Ma tutto questo è per Nietzsche ipocrisia, finzione e menzogna. L’artificio della mente cerca nuovamente di prendere il sopravvento sulla dimensione della volontà del singolo, ancor una volta la dimensione apollinea tenta di oscurare l’originaria esperienza del dolore, ancora una volta la coscienza cerca di crearsi su misura un mondo perfetto che non conosce sofferenza.
Ma l’aldilà e il mondo sovrasensibile di Dio sono una finzione e l’affermazione dei valori religiosi e morali scaturisce in realtà dall’istinto di protezione e di salvezza di una vita degenerante, che cerca con tutti i mezzi di mantenersi e lotta per l’esistenza.

“Le cose su cui l’umanità ha pensato finora con più serietà non sono neppure realtà, sono mere immaginazioni o, per parlare con più rigore, menzogne nate dai cattivi istinti di nature malate e nel senso più profondo nefaste – tutti i concetti di Dio, anima, virtù, peccato, aldilà, verità, vita eterna… Eppure si è cercata in essi la grandezza della natura umana, la sua divinità.”

“…la sopravvalutazione della bontà e della benevolenza, considerata nel suo complesso, mi sembra già una conseguenza della decadence, come sintomo di debolezza, come qualcosa di incompatibile con una vita ascendente e afferratrice: l’affermazione ha come sua condizione il negare e il distruggere.”

Tutto questo svaluta globalmente la vita e si oppone invece a chi l’afferma energicamente e attivamente. Il prete cristiano è secondo Nietzsche l’emblema di questo atteggiamento patologico. Egli è il disprezzatore naturale di tutte le nature umane forti, impetuose e rapaci. Egli è il “principe” della congiura degli schiavi contro i signori.

“Chi ha sangue teologico nelle vene, ha fin da principio una posizione obliqua e disonesta di fronte alle cose… l’ istinto teologico è la forma propriamente sotterranea e più estesa di falsità che esista sulla terra. Quel che un teologo avverte come vero, non può non essere falso: si ha in ciò quasi un criterio di verità.”

E ancora:

Fin dove giunge l’influsso teologico, il giudizio di valore è capovolto, i concetti di “vero” e “falso” sono necessariamente rovesciati: quel che è più dannoso alla vita, qui viene chiamato “vero”, quel che la innalza, la potenzia, la afferma, la giustifica e la fa trionfare, è detto “falso”.

 

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