DISPERAZIONE AL CULMINE

NEGATIVE

 

 

 

 

 

Il nuovo abisso da cui Cioran ci parla è ciò che egli stesso definisce “il fenomeno capitale, il disastro per eccellenza” cioè “la veglia ininterrotta, questo nulla senza tregua”. Non possiamo pertanto esimerci dall’affrontarlo, seppur sommariamente.

 

Alcuni accenni sono già stati proposti nella breve presentazione di Al culmine della disperazione da noi abbozzata in precedenza: qui innanzitutto tenteremo di tematizzare il rapporto dell’insonnia con il tempo (come ideale continuazione del precedente paragrafo); inoltre ci occuperemo della causalità diretta che Cioran istituisce tra l’insonnia e il suicidio, di evidenziare i suoi caratteri iniziatici e di far trasparire il ruolo decisivo che essa ha giocato sia nella vita che nella produzione di Cioran. Il lavorio dell’insonnia, il cambiamento che essa ha apportato nel carattere e nella visione di Cioran risultano infatti onnipresenti e decisivi. Decisivi in quanto hanno fornito ai pensieri di Cioran il loro caratteristico colore e il loro inconfondibile stile.

 

Si tratta inoltre di un ulteriore passo in quel percorso – che prosegue in direzione opposta alla vita – che abbiamo visto prendere le mosse dalla noia. Siamo consapevoli che l’idea di percorso possa risultare fuorviante e riteniamo pertanto opportuno fornire alcune precisazioni preliminari: quando parliamo di passi ulteriori e di percorso non intendiamo affatto una sorta di scala della perfezione da percorrere o un programma da attuare per raggiungere un certo grado di lucidità. Sarebbe completamente errato considerare il pensiero cioraniano una sorta di dottrina o una raccolta di esercizi da compiere per giungere un punto estremo.

 

Ciò che Cioran fa, e noi di conseguenza, è il riferire una serie di esperienze che non sono necessariamente successive, che non hanno un ordine, ma che spesso si compenetrano, si fondono. Facciamo notare che, se la nozione di ‘passo’ ha qui un senso, va ricercata nel pas francese, inteso alla Blanchot, come una serie di negazioni successive e liberatorie, dato che, come Cioran sostiene, “ogni negazione è una via verso la liberazion”. Si faccia quindi molta attenzione a non confondere le carte e a non intendere queste nostre descrizioni di atteggiamenti come una proposta o un insegnamento da seguire. Nulla è più lontano da Cioran così come dai nostri intenti. Ora torniamo all’insonnia: abbiamo scelto come punto di partenza l’ormai celebre prefazione ad Al culmine della disperazione:

 

“L’insonnia è una vertiginosa lucidità che riuscirebbe a trasformare il paradiso stesso in un luogo di tortura. Qualsiasi cosa è preferibile a questa allerta permanente, a questa criminale assenza di oblio. È durante quelle notti infernali che ho capito la futilità della filosofia.

Le ore di veglia sono, in sostanza, un’interminabile ripulsa del pensiero attraverso il pensiero, è la coscienza esasperata da se stessa, una dichiarazione di guerra, un infernale ultimatum della mente a se medesima. Camminare vi impedisce di lambiccarvi con interrogativi senza risposta, mentre a letto si rimugina l’insolubile fino alla vertigine

”.

Prefazione perfetta anche per il nostro paragrafo: innanzitutto Cioran amplia ulteriormente la sua definizione dell’insonnia: si tratta di una “vertiginosa lucidità” capace di trasformare qualunque luogo, paradiso compreso, in un luogo di tortura.

 

Di un’ “allerta permanente”, di “una criminale assenza di oblio” a cui qualsiasi altra cosa, per quanto negativa possa essere, sarebbe preferibile. Le ore di veglia sarebbero quindi l’esasperazione della coscienza da parte di se medesima, un ultimatum, una dichiarazione di guerra che la mente rivolge a se stessa, “un’interminabile ripulsa del pensiero attraverso il pensiero”. In secondo luogo sottolinea come il suo disincanto e il suo distacco nei confronti della filosofia si siano consumati durante quelle notti. Infine suggerisce come il camminare sia l’unica soluzione possibile per scongiurare, almeno in parte, la vertigine dell’Insolubile. In sette righe Cioran fornisce una sintesi mirabile di tutti gli snodi che la sua riflessione sull’insonnia comporta.

 

Seguiamole, quindi, passo per passo: ogni singolo termine merita qui la nostra attenzione. Iniziamo dalla lucidità vertiginosa: interessante notare come già a livello dell’insonnia Cioran reputi raggiunta la lucidità, legittimando in parte le nostre ipotesi precedenti: esistono indubbiamente livelli di lucidità, ma non si tratta di tappe obbligate da compiere, quanto piuttosto di bruschi accessi, di brusche cadute rivelatrici. A nostro avviso, infatti, la scelta del termine lucidità è sintomo della volontà di Cioran di sottolineare la portata negativa e al contempo formativa anche di questa esperienza. Lo stesso Cioran ha infatti sostenuto:

 

A mio avviso non è poi un gran male avere sofferto di insonnia in gioventù, è una cosa che ti apre gli occhi. Una esperienza estremamente dolorosa, una catastrofe. Che però ti fa capire cose che gli altri non possono capire”.

 

 

 

In un’altra intervista Cioran ribadisce che “le notti in bianco hanno un’importanza capitale!”. Impossibile non cogliere l’eco del passo della prefazione in cui l’insonnia veniva definita come “il fenomeno capitale”: le notti in bianco ti aprono gli occhi, ti permettono di accedere a una comprensione che gli altri non possono raggiungere. Sono le notti in cui “non soltanto si produce, ma soprattutto si capisce”. Ma cosa si capisce? A quale rivelazione permette di accedere l’insonnia?

 

Per comprenderlo, dobbiamo procedere con l’analisi della prefazione cioraniana; nel definire l’insonnia Cioran introduceva, infatti, quasi di sfuggita un termine decisivo: parlava infatti di oblio, o meglio di “criminale assenza di oblio”. In che senso si deve intendere qui l’aggettivo ‘criminale’? Ascoltiamolo ancora una volta dalla viva voce del nostro autore

 

“Guardi, la vita è molto semplice: la gente si alza, passa la giornata, lavora, è stanca, poi va a dormire, si sveglia e ricomincia un’altra giornata. Lo straordinario fenomeno dell’insonnia impedisce la discontinuità. Il sonno interrompe un processo. Invece l’insonne è lucido nel cuore della notte, lo è in qualsiasi momento, non c’è differenza fra il giorno e la notte.

È una sorta di tempo interminabile. [… L’insonne vive] in un altro tempo e in un altro mondo, dato che la vita non è sopportabile se non grazie alla discontinuità. In fondo, perché si dorme? Non tanto per riposare, quanto per dimenticare. Uno che si alza al mattino dopo una notte di sonno ha l’illusione di cominciare qualcosa. Ma se stai sveglio tutta la notte, non cominci un bel niente. Alle otto del mattino sei nelle stesse condizioni che alle otto di sera, e tutta la prospettiva delle cose necessariamente cambia. Io penso che se non ho mai creduto nel progresso, se non sono mai caduto in questo inganno, è stato anche per via dell’insonnia”.

 

E ancora:

 

“L’insonnia ti estromette dai vivi, dall’umanità. Sei escluso. Uno va a letto alle otto di sera, alle nove o alle dieci, e l’indomani si sveglia alle otto e inizia la sua giornata. Checosa è l’insonnia? É che alle otto del mattino sei esattamente al punto in cui eri alle otto della sera prima! Non c’è nessun progresso. C’è solo questa notte sterminata.

Mentre la vita è possibile solo grazie alla discontinuità. La gente sopporta la vita grazie alla discontinuità procurata dal sonno. La scomparsa del sonno crea una sorta di continuità funesta. Hai un solo nemico: il giorno, la luce del giorno. […] Il fatto è che quando sei sveglio sei solo… Con chi? Con nessuno. Sei solo con l’idea del Nulla, parola logora per colpa di Sartre…

Ma il Nulla diventa corposo, lo senti quasi fisicamente. E tutte le cose che erano soltanto concetti diventano per te realtà viventi. Innanzitutto il tempo assume un’altra dimensione. Scorre a stento. Minuto dopo minuto. E ogni minuto è una realtà. Il tempo scorre, ma non avanza. Non si sa verso che cosa avanzi. […] In fondo tutte le malattie psichiche, secondo me, tutti i vacillamenti interiori provengono da un sentimento speciale del tempo. […] Nell’insonnia il tempo ti è nemico; perché è un tempo in cui non puoi inserirti. Che senso ha il passare del tempo? Tu stai lì, tutti russano, l’universo russa, e soltanto tu sei sveglio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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