DALLA NEGAZIONE DELL’ONTOLOGIA ALL’ONTOLOGIA NEGATIVA II

ONTOLOGIA NEGATIVA

 

 

 

 

 

Per rendere la nostra posizione più chiara vale la pena di leggere in proposito un frammento  in cui Nietzsche riprende Eraclito su questo tema: «La fede è una ‘malattia sacra…; lo sapeva già Eraclito: la fede, una istupidente costrizione interna di credere che qualcosa debba essere vero…». La fede nell’essere è intesa da Nietzsche come la condizione fondamentale della possibilità di sopravvivenza e stabilità dell’uomo:

«Muovendo dalla necessità di essere stabili nella nostra fede per prosperare, abbiamo fatto si che il mondo vero non sia un mondo che muta e diviene ma un mondo che è». Il bisogno di sicurezza, in senso ampio anche ontologica, è quindi un elemento centrale per comprendere il rapporto dell’uomo con la realtà; tale essenziale indigenza appare tanto profonda che nello stesso aforisma leggiamo: «Noi abbiamo proiettato le nostre condizioni di esistenza come predicati dell’essere in generale».

 

La centralità del nucleo antropologico nella critica viene ribadita da Nietzsche nell’affermazione: «Le condizioni di esistenza non si possono confutare», ma «si possono soltanto non avere!». In tal senso riteniamo che questa, più che a una analisi filosofica, vada accostata ad una vera e propria diagnosi clinica, nella quale questo stato di cose viene classificato con la formula «idiosincrasia antropocentrica»; ossia una sindrome il cui sintomo principale è l’assoluta incapacità dell’uomo di accettare, e quindi di vivere, in un mondo pericoloso perché inconoscibile: «Il “criterio della verità” era di fatto solo l’utilità biologica di un tale sistema di falsificazione per principio».

La forza motrice del processo di sviluppo della conoscenza si dimostra così la necessità «della trasformazione del mondo per poterlo sopportare»; il nostro apparato conoscitivo, di cui Nietzsche denuncia l’incapacità strutturale di conoscere, si rivela soltanto un mezzo per «umanizzare il mondo, per sentirci sempre più in esso come dominatori». L’origine quindi del pensiero viene individuata nella necessità di sopravvivere in un ambiente non solo biologicamente ma anche teoreticamente ostile: «Il nostro conoscere non va al di là di ciò che basta strettamente per la vita».

 

Quale sia quindi lo statuto della nostra conoscenza della realtà non è difficile immaginare: «Alla fine l’inconoscibilità della vita potrebbe risiedere nel fatto che tutto è in sé inconoscibile e noi arriviamo a comprendere soltanto ciò che noi stessi abbiamo prima costruito e connesso: intendo dire sulla contraddizione tra le funzioni prime del conoscere e la vita». Il rilievo dell’artificiosità del conoscere razionale ci induce a sottolineare quanto sia chiaro per Nietzsche che non sarebbe stato possibile sentire e pensare nel mondo deldivenire senza «questo trasformare di proposito in qualcosa di noto, questo falsificare».

 

Al fine di preservare la propria incolumità di fronte all’ignoto «l’uomo inventa un mondo per poter denigrare e sporcare il mondo reale: in realtà coglie ogni volta nel nulla, ed erige il nulla a dio, a verità che in ogni caso giudica e condanna l’essere reale..». Nietzsche però non definisce il concetto di “essere reale” direttamente, ma ne mette in luce le varie sfumature, ponendolo a confronto con termini che gli si oppongono all’interno di una polarità. In tal modo Nietzsche delinea quella che potremmo definire la natura reattiva del concetto di essere: «Il concetto di essere è stato formato per antagonismo con il nulla», da intendersi forse in senso più fisico spaziale che ontologico; in altre occasioni l’essere designa la veracità contrapposta a ciò che non è e non può essere verità, l’apparenza; infine all’opposto dell’essere sta, appunto, il divenire in quanto in esso, definito come un quantum di potenza, «non si possono rintracciare i tratti dell’essere»; questo divenire inoltre non ha uno stato finale e non può sfociare in un essere.

 

Crediamo che questi accenni siano sufficienti per indicare la direzione dell’analisi della posizione nietzscheana: una volta considerati i termini di riferimento, l’essere risulta definito di volta in volta come ciò che è reale, ciò che si dà; come ciò che si dimostra veritiero di contro a ciò che inganna e illude; e, infine, come ciò che permane, resiste, si lascia afferrare rispetto a ciò che sfugge, la cui essenza è la transitorietà. Il tratto comune che emerge dalle accezioni dell’essere cui si è fatto cenno è l’affidabilità: l’affidabilità di ciò che è, di ciò che è vero, di ciò che non muta. Fornendo, dunque, una struttura stabile all’essere e al mondo, la conoscenza, sotto forma di forza creatrice, favorisce la capacità di vivere: «Il mondo che è è un invenzione poetica; vi è soltanto un mondo che diviene. Così potrebbe essere!».

L’istanza cosmetica della conoscenza rimedia infatti a quell’insanabile contraddizione che riguarda appunto «il fluire assoluto e la conoscenza»,poiché «posto che tutto sia divenire la conoscenza è possibile solo in quanto si creda all’essere».

Quando Nietzsche asserisce che «l’essere è stato introdotto solo da noi»intende, quindi, destituire di ogni fondamento la relazione privilegiata tra il pensiero e la realtà che sorreggeva la formulazione classica della teoria dell’adaequatio: in totale rottura con la tradizione parlando della conoscenza dell’essere come di una componente strutturale essenziale di adattamento e sopravvivenza della nostra specie, introduce nel discorso ontologico l’elemento prospettico: «L’essere appartiene alla nostra prospettiva».

La strutturale prospetticità da cui discende ogni conoscere, senza l’eccezione di quello ontologico, è l’elemento che consente a Nietzsche di affermare che «il vero primum mobile è l’incredulità, la sfiducia, il disprezzo per ogni divenire» . Per l’uomo, o per meglio dire per la cultura occidentale, infatti, «ammettere l’essere è necessario per poter pensare e dedurre»; come a dire che la nostra conservazione rende necessaria una forma di conoscenza che si connota come strumento di controllo e dominio di un ambiente dal quale dobbiamo eliminare o cercare di limitare i fattori di insicurezza. La saggezza tragica è l’atteggiamento filosofico che riconoscendo «il carattere del mondo in divenire come non formulabile, come falso, come contraddittorio» rivela la vera natura del nostro apparato conoscitivo: esso «non è diretto alla conoscenza ma al dominio delle cose».

Il platonismo stesso, in linea con la tradizione eleatica che si trova alla sua radice, opera il volontario rovesciamento del reale rapporto tra essere e conoscenza: secondo Nietzsche, infatti, Platone, da artista qual era, non sopportando nessuna realtà ne aveva rigirato il concetto dicendo: quanto più «idea» tanto più essere, preferendo l’illusione all’essere, l’escogitazione e la menzogna alla verità.

Per Nietzsche infatti attribuire al pensiero la facoltà di rintracciare un presunto essenziale principio di verità nel fondo delle cose rappresenta il goffo non plus ultra della credulità moralisticaal quale egli ribatte affermando che al contrario ciò che si può pensare deve essere necessariamente fittizio poiché il pensiero non ha presa sul reale.

 

Dopo aver ricondotto la critica alla credenza dell’essere al livello che le è proprio, ovvero quello delle condizioni di esistenza, svelandone la genealogia, vediamo come Nietzsche si accinge ad affrontare il pensiero ontologico tradizionale sul suo terreno che gli è proprio per dargli scacco con le sue stesse armi dialettiche: poiché la credenza nell’essere e nell’incondizionato risponde ad una logica di dominio della realtà essa si deve poter giovare dell’ausilio di uno strumento grazie al quale poter infondere stabilità al reale. Tale potentissimo artificio è la logica, la quale necessita, però, come già rilevato, della credenza nell’essere: è l’assunzione infatti che si siano cose identiche a costituire il presupposto della logica.

Secondo Nietzsche la degenerazione della conoscenza è dovuta al fatto che si è abusato della logica sino a farne un criterio della realtà poiché, facendo di essa «un criterio del vero essere ipostatizziamo, ossia concepiamo un mondo metafisico, cioè un mondo vero» di cui il principio di non contraddizione fornisce lo schema: «Il mondo vero non può essere in contraddizione con se stesso, non può mutare, divenire…» laddove invece i tratti che definiscono la realtà del mondo sono mutamento, divenire, pluralità, contrasto, contraddizione, guerra. Se Nietzsche si cimenta nell’agone dialettico è proprio per far ricadere su se stessi i presupposti del conoscere razionale: è proprio nella misura in cui la logica è possibile solo sulla base della creazione e credenza all’incondizionato che essa stessa si rivela contraddittoria in due diverse accezioni.

Nel primo senso la critica è innervata dall’assoluta convinzione di Nietzsche nell’incompatibilità tra esistenza e incondizionatezza: nel mondo del divenire in cui tutto è condizionato, l’ammettere l’incondizionato la sostanza, l’essere, la cosa in sé, può essere solo un’interpretazione erronea dell’esperienza.

Egli dice infatti a questo proposito: «Solo il condizionato può condizionare…Il mondo dell’incondizionato, se esistesse, sarebbe la non produttività…». A livello strettamente ontologico il motivo dell’erroneità di questa concezione è rappresentato dal fatto che Nietzsche considera l’incondizionato come un elemento di sterilità e di impotenza che non trova asilo in un mondo del divenire in cui vige il continuo mutamento: «L’incondizionato non può essere l’elemento creatore»; può essere soltanto dedotto a partire dal condizionato/condizionante, «come il nulla dall’essere», ossia come «incondizionante». Se esistente ed incondizionato sono addirittura predicati contraddittori non stupisce che ogni metafisica come deduzione del condizionato dall’incondizionato venga definita un’assurdità.

 

 

 

 

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