DALL’UOMO ALL’IO

DALL’UOMO ALL’IO

Se il senso complessivo dell’opera svolta da Feuerbach può essere riposto, come abbiamo visto, nel riscatto dell’essenza umana dall’alienazione religiosa, L’unico e la sua proprietà di Max Stirner mette in questione la stessa essenza umana.

La critica della religione si amplia in una più ampia critica di ogni valore o istituzione che a qualsiasi titolo siano considerarati «sacri» e impediscano così ai singoli di affermarsi.
L’uomo, proclama Stirner, senza di me è perduto. L’«io umano», che Feuerbach ha ritrovato al fondo della religione, deve essere ulteriormente ricondotto all’«io».
All’umanesimo si può muovere la stessa obbiezione che Feuerbach aveva rivolto alla fede cristiana in Dio: di tenere divisi un io essenziale (l’essenza umana) e un io inessenziale (l’individuo empirico), che viene subordinato al primo.
Nell’umanesimo permale la distinzione di un io essenziale e uno inessenziale. La liberazione in nome dell’uomo prospettata da Feuerbach è restata puramente teologica. Ora che è calato nell’aldiqua, nella forma dell’essenza umana, anzi il contenuto del cristianesimo ha la possibilità di affermarsi veramente. Se l’essere supremo non coincide con la realtà individuale – sostiene Stirner – è assolutamente la stessa cosa vederlo fuori dell’uomo e considerarlo dio, oppure trovarlo nell’uomo e chiamarlo «essenza dell’uomo». «Non cambia niente se io penso l’essenza in dio o fuori di me.

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Nominalismo. Il genere, per Stirner, che in questo si riconnette alla tradizione del nominalismo, è solo qualcosa di pensato, e nulla per se stesso. La polemica con Feuerbach gli fornisce l’occasione per dare una caratterizzazione di quello che chiama l’«unico». Esso si costituisce nell’elevarsi oltre se stesso e non nell’adempiere un qualsivoglia ideale. «Essere un uomo non significa adempiere l’ideale dell’uomo, ma invece rappresentare se stesso come singolo». In questo senso l’unico differisce dall’individuo, che è un semplice esemplare del genere e aspira a realizzarlo.
Di lui non si può dare una definizione, che esprimerebbe solo che cosa egli sia, e non chi sia. «Il giudizio ‘tu sei unico’ non significa altro che ‘tu sei tu’». A rigore quindi esso è «impensabile e indicibile».
L’io è norma a se stesso. L’io è dunque a se stesso il proprio genere e la propria norma. Se anche non dovesse fare molto di se stesso, «questo poco è tutto ed è meglio di ciò che potrei lasciar fare di me dal potere degli altri, dal condizionamento della morale, della religione, delle leggi, dello Stato ecc.». Meglio un ribelle maleducato, aggiunge Stirner, che un docile saputello. Il primo ha infatti ancora «la possibilità di formarsi secondo la sua volontà»; l’altro invece «viene determinato dal genere, dalle necessità generali, esse sono per lui la legge, in base ad esse egli viene destinato a questo o a quello; e infatti che cos’altro è per lui il genere se non la sua destinazione (Bestimmung), la sua missione (Beruf)?» .

 

 

 

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