DÉCADENT

DECADENT

 

 

 

 

 

 

Nella visione sorprendente e accorata di Nietzsche, Gesù si caratterizza quindi come un tipo umano inusitato, da analizzare “fisiologicamente” per la sua eccezionalità; infatti, Nietzsche definisce come principali “realtà fisiologiche” del Cristo “l’odio istintivo contro la realtà”e “l’istintiva esclusione di ogni avversione, di ogni ostilità, di ogni limite e distanza nel sentimento”,

entrambe corollario e manifestazione “di un’estrema capacità di soffrire e irritabilità, che sente ogni resistenza […] come pena intollerabile […], e conosce la beatitudine (il piacere) soltanto nel non opporre più resistenza, non più a nessuno, né alla disgrazia né al male, – l’amore come unica, come ultima possibilità di vita….

 

In sintesi, Gesù rappresenta per Nietzsche “un interessantissimo décadent, […] il trascinante fascino di una […] mescolanza di sublimità, malattia e infantilismo”; per questo, Nietzsche trova ridicolo applicare a Gesù il concetto di eroe o di genio, preferendo piuttosto adoperare, “col rigore del fisiologo, […] una parola ben diversa, la parola: idiota”, utilizzata dal filosofo nel senso in cui Fëdor Dostoevskij definisce – in un suo celebre romanzo – il principe Myškin per la sua assoluta, inerme e sconvolgente purezza di cuore.

 

Dunque, l’umana simpatia che Nietzsche prova per la figura e l’opera del Cristo non gli impedisce di assimilarlo alla décadence, certamente priva di falsità o di imposture, ma comunque dotata di tutti gli elementi che ne fanno una forma di vita destinata alla negazione nichilistica della realtà, ovvero all’affermazione della “volontà del nulla”.

 

 

Ma, in ogni caso, la verità interiore e sublime affermata nel messaggio del Cristo, pur inscritta in un contesto di décadence nichilistica, è stata completamente travisata e stravolta dalla comunità primitiva dei seguaci di Gesù, il cui messaggio è stato utilizzato come strumento delle loro mire, animate da sentimenti di rivalsa e di vendetta. “In fondo – afferma Nietzsche – è esistito un solo cristiano e questi morì sulla croce.

Il “Vangelo” morì sulla croce. Ciò che a cominciare da quel momento è chiamato “Vangelo”, era già l’antitesi di quel che lui aveva vissuto; una “cattiva novella”, un Dysangelium.

 

A tale proposito Jaspers sottolinea

 

Se Gesù è cristiano, la comunità primitiva e la successiva chiesa sono per lui

completamente anticristiane. Ma per cristianesimo Nietzsche intende di solito proprio

questo cristianesimo degli apostoli e della chiesa. Pertanto di per sé Nietzsche è

anticristiano in una gradazione del tutto diversa: nei confronti di Gesù (fatto salvo il

rispetto per la sua autenticità) e nei confronti degli apostoli e della chiesa (disprezzando

invece la loro falsità), ma contro l’uno e gli altri, in quanto sintomi di una vita

decadente. Nemmeno di fronte a Gesù, per quanto ne faccia rifulgere l’autenticità, egli

riesce a sospendere la sua riprovazione.

 

Giacché secondo Nietzsche Gesù non è l’origine del cristianesimo, ma un mezzo

tra gli altri di cui il cristianesimo si è servito, il travisamento della verità di Gesù è

radicale fin dal primo momento. Il cristianesimo non è il processo di progressivo

rinnegamento di una verità iniziale, ma proviene da origini del tutto diverse, che fin dal

primo contatto si appropriano in forma falsata della fonte di Gesù a loro estranea. […]

Per Nietzsche la falsificazione non è un fenomeno apparso solo in un secondo

momento, non si tratta di rinnegamento, ma dell’essenza originaria. I Vangeli, tutto il

nuovo Testamento sono già una falsificazione

 

 

 

 

Ma come si è operata questa falsificazione, che ha dato origine al cristianesimo storico e alla sua influenza senza pari nel destino della civiltà europea ed occidentale? Il passaggio decisivo è costituito, secondo Nietzsche, dallo “snaturamento” della prassi di vita di Gesù in una fede o credenza:

 

È falso sino all’assurdo vedere in una “fede”, per esempio nella fede della

redenzione per mezzo di Cristo, il segno distintivo del cristiano: soltanto la pratica

cristiana, una vita come la visse colui che morì sulla croce, soltanto questo è cristiano…

Ancor oggi una tale vita è possibile, per certi uomini è persino necessaria: l’autentico,

originario cristianesimo sarà possibile in tutti i tempi… Non una credenza, sibbene un

fare, soprattutto un non-fare-molte-cose, un diverso essere… […] In realtà non sono

esistiti affatto dei cristiani. Il “cristiano”, quel che da due millenni è chiamato cristiano,

non è null’altro che un auto-fraintendimento psicologico

 

 

Mentre, al pari di Buddha, Cristo si distingueva tra gli uomini per un diverso agire, i cristiani, fin dall’inizio, si sono distinti per una diversa fede. Così, la fede divenne dottrina e i simboli del Cristo, i segni allegorici di verità puramente interiori, concepiti per comunicare l’essenza della beatitudine, furono trasformati in realtà tangibili, in vere e proprie persone e cose; la prassi di vita di Gesù fu “svilita” in formule, riti, dogmi: “niente è più anticristiano delle grossolanità ecclesiastiche di un Dio persona, di un “regno di Dio” che sopraggiunge, di un “regno dei cieli”, trascendente, di un “figlio di Dio”, la seconda persona della Trinità. Tutto questo è […] uncinismo della storia mondiale nella derisione del simbolo”.

 

Al posto del vero Gesù, fu costruita ad arte una sua immagine deformata: “il predicatore della montagna, dei laghi e dei prati, la cui apparizione fa pensare a un Buddha”, fu trasformato in un “fanatico dell’attacco, nemico mortale dei teologi e dei preti”; la sua prassi di vita beata fu interpretata come la “grossolana favola di un taumaturgo e di un redentore”, di cui restavano ancora importanti soltanto la morte e la resurrezione.

 

 

Questo “pervertimento” degli autentici valori trasmessi dal Cristo si concretizzò, sul piano effettuale, quando gli apostoli, scossi e attoniti di fronte alla morte inattesa e obbrobriosa del loro maestro, furono assaliti dal dubbio e cercarono di dare una risposta al vero enigma: ““chi era costui? che significava tutto questo?””. Il sospetto che quella morte tremenda potesse costituire una confutazione della causa promossa da Gesù, accompagnato dal lancinante punto interrogativo del perché le cose fossero andate proprio in quel modo, portò gli apostoli ad accantonare l’esempio di vita di Gesù e a rispondere all’enigma della sua morte in termini di lotta e di rivalsa. Gesù fu visto allora nella sua opera di rivolta nei confronti dell’ordine costituito e dei potenti, piuttosto che nella sua sconfinata mancanza di resistenza all’oppressione e al male.

 

I discepoli di Gesù non furono in grado di perdonare la sua morte assurda, e fecero prevalere “proprio il sentimento meno evangelico, la vendetta”. Occorrevano quindi una “riparazione”, un giudizio”, una “ritorsione”. E venne allora Paolo il quale, chiedendosi perché Dio avesse permesso tutto questo, rispose che Dio aveva offerto suo figlio in sacrifico, come vittima, e quindi divenne di importanza determinante la dottrina della resurrezione e del giudizio universale, dell’immortalità della persona, concetti per Nietzsche completamente estranei alla predicazione di Gesù:

 

 

A cominciare da allora [i primi cristiani] entrarono gradatamente nel tipo del

redentore: la dottrina del giudizio e del ritorno, la dottrina della morte come di una

morte sacrificale, la dottrina della resurrezione, con cui viene tolto di mezzo l’intero

concetto di “beatitudine”, l’intera e unica realtà del Vangelo, – a vantaggio di uno stato

successivo alla morte!… Paolo ha logicizzato questa concezione, questa oscenità di

concezione con quella improntitudine di rabbino che lo contraddistingue in tutto e per

tutto, fino a dire “Se Cristo non è risorto dai morti, la nostra fede è vana”. – E di colpo si

fece del Vangelo la più spregevole di tutte le irrealizzabili promesse, la spudoratadottrina dell’immortalità personale… Lo stesso Paolo la insegnava anche come

premio!…

 

 

Secondo Nietzsche, quindi, il cristianesimo (ma non Gesù) è solo un ebraismo portato alle ultime conseguenze, e Paolo, considerato dal filosofo “il più grande tra tutti gli apostoli della vendetta”, il vero e proprio “inventore” della epocale menzogna del Dio cristiano, della sua Chiesa e dei suoi preti, incarna pienamente l’istinto sacerdotale degli Ebrei, con il suo “portato” di risentimento profondo nei riguardi della vita, della realtà e della storia:

 

Alla “buona novella” seguì immediatamente la peggiore tra tutte: quella di

Paolo. In Paolo si incarna il tipo antitetico alla “buona novella”, il genio nell’odio, nella

visione dell’odio, nella spietata logica dell’odio. Che cosa non ha sacrificato all’odio

questo disangelista? Innanzitutto il redentore: lo inchiodo alla sua croce. La vita,

l’esempio, la dottrina, la morte, il senso e il diritto dell’intero Vangelo – nulla di tutto

ciò esistette più quando questo falsario comprese, per odio, unicamente ciò di cui lui

poteva aver bisogno.

 

Non la realtà, non la verità storica… […]

Se questo Dio dei cristiani ci venisse dimostrato, sapremmo ancor meno credere

in lui. – In una formula: deus, qualem Paulus creavit, dei negatio. – […]

Paolo, l’odio dei Ciandala contro Roma, contro il “mondo”, divenuto carne,

divenuto genio: l’ebreo, l’eterno ebreo par excellence. […] Fu questo il suo attimo di

Damasco: egli si rese conto che aveva bisogno della fede nella immortalità, per

svalorizzare il “mondo”, […] che con l’“al di là” si uccide la vita… Nichilista e

cristiano: sono cose che collimano e non semplicemente collimano…

 

La “Chiesa” inventata da Paolo è stata costruita in patente contrasto con il Vangelo di Cristo e il cristianesimo rappresenta per Nietzsche un grande paradosso, un “enorme punto interrogativo. […] Che l’umanità sia prostrata in ginocchio dinanzi all’opposto di ciò che era l’origine, il senso, il diritto del Vangelo, che essa abbia nel concetto di “Chiesa” consacrato esattamente ciò che la “lieta novella” sente sotto di sé, dietro di sé – sarebbe inutile cercare una forma più grande di ironia della storia mondiale”.

 

E questo grande enigma implica in primo luogo l’interrogativo circa il perché gli ideali e i valori cristiani si siano impadroniti anche dell’anima dei “signori della terra”, degli uomini forti e nobili: la possibile risposta va ricercata, secondo Nietzsche, nella sottile operazione, compiuta dai deboli e dai malriusciti, di insinuare nei signori il dubbio circa la reale consistenza delle proprie virtù, sfruttando abilmente le loro “ore di stanchezza”, deprimendone quindi il coraggio, trasformando la loro superba sicurezza in inquietudine e debolezza della coscienza.

 

Si tratta, in altri termini, diun’opera di avvelenamento delle coscienze dei forti e dei nobili, che invalida i loro istinti fino all’autolesionismo e ne corrompe l’identità, “fin quando, consumatasi la propria vitalità creatrice, gli “istinti aristocratici” non si capovolgono nell’angoscioso sentimento di colpa”.

 

Ma allora, il compito storico che Nietzsche si prefigge, e che costituisce il “nocciolo” della grande politica di cui si sente il corifeo, è quello di imprimere una svolta radicale nella storia dell’umanità, tale da ripristinare, attraverso il superamento del cristianesimo e del nichilismo, l’orgogliosa e impavida naturalità dell’aristocratica e dionisiaca volontà di potenza dei “signori della terra”: è questa la terza e conclusiva direttrice dell’Anticristo da analizzare.

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