DIO È MORTO II

GOTT IS TOT

 

 

 

 

 

 

 

In una nota dell’anno 1887 (Volontà di potenza, Af. 2) Nietzsche si domanda: «Che cosa significa nichilismo?». E risponde: «Che i valori supremi perdono ogni valore».

La risposta è sottolineata e corredata dalla seguente aggiunta: «Manca il fine, manca la risposta al “perché?”». Questa definizione di Nietzsche presenta il nichilismo come un processo storico, processo che egli interpreta come la perdita di valore di quelli che erano fino allora i valori supremi.

Dio, il mondo ultrasensibile quale mondo veramente essente e tutto determinante, gli ideali e le idee, i fini e le ragioni che determinano e reggono ogni ente e particolarmente la vita umana: tutto ciò fa parte dei valori supremi. Secondo un modo di vedere an-cor oggi in uso, si intendono per valori supremi il vero, il bene e il bello.

 

Il vero, ossia ciò che è realmente essente; il bene, ossia ciò che in ogni caso conta; il bello, ossia l’ordine e l’unità dell’ente nel suo insieme. I valori supremi perdono valore già quando si diffonde la convinzione che il mondo ideale non è mai realizzabile nel mondo reale. L’obbligatorietà dei supremi valori comincia a vacillare. Sorge la questione: a che servono i valori supremi se non garantiscono con cer¬tezza la via e i mezzi di realizzazione dei fini che portano con sé?

Se pretendessimo assumere questa descrizione di Nie¬tzsche dell’essenza del nichilismo come perdita di valore dei supremi valori nel suo semplice significato verbale, cadrem¬mo in quella concezione dell’essenza del nichili-smo divenuta poi abituale — di una abitualità favorita già dalla designa¬zione di nichilismo — secondo cui la perdita di ogni valore da parte dei valori supremi equivarrebbe a decadenza gene¬rale. Ma per Nietzsche il nichi-lismo non è affatto un feno¬meno di questo genere; esso è invece il processo fondamen¬tale della storia occidenta-le e, in primo luogo, la legge di questa storia. Perciò Nietzsche, nelle sue riflessioni sul ni¬chilismo, è meno incline a descrivere storiograficamente l’an¬damento del processo della perdita di valore dei valori su¬premi e a dedurne la previsione del tramonto dell’Occidente, che a pensare il nichilismo come la «logica interna» della storia occidentale.

Nietzsche si rende così conto che anche dopo la per¬dita di ogni valore da parte di quelli che furono finora i va-lori supremi per il mondo, il mondo continua a sussistere e che esso, sprovvisto così di ogni valore, tende inevi-tabil¬mente a una nuova posizione di valori. La nuova posizione di valori che segue al venir meno dei valori su-premi pre¬cedenti, assume, rispetto a questi ultimi, la forma di un «capovolgimento di tutti i valori». Il «no» ai valori pre¬cedenti, risulta dal «sì» alla nuova posizione di valore. Poiché, per Nietzsche, questo «sì» esclude ogni mediazione e ogni compromesso coi valori precedenti, un «no» assoluto si accompagna al «sì» a favore della nuova posi¬zione di valori.

 

Per garantire l’incondizionatezza del nuovo «sì» dalla ricaduta nei valori precedenti, per fondare la nuova posizione di valore nel suo carattere di contrarietà, Nietzsche designa la nuova posizione di valore anche co¬me nichilismo; e precisamente come quello in virtú del quale il venir meno di ogni valore mette capo a una nuova posizione di valore come l’unica valida. Questa fase deci¬siva del nichilismo è anche richiesta da Nietzsche come la fase del nichilismo «compiuto» o classico. Il nichilismo è per Nietzsche la perdita di ogni valore dei valori supremi precedenti. Ma egli assume il nichilismo anche in una pro¬spettiva positiva, in quanto «capovolgimento di tutti i valori precedenti». Il termine nichilismo resta pertanto am¬biguo e, rispetto agli e-stremi, a doppio senso, visto che esso indica sia la semplice perdita di ogni valore da parte dei pre¬cedenti su-premi valori, sia l’incondizionatezza del movi¬mento opposto. Equivoco in questo senso è di già quel fe¬nomeno che Nietzsche adduce come prefigurazione del nichi¬lismo, il pessimismo.

Per Schopenhauer il pessimismo è la convinzione secondo cui in questo che è il peggiore dei mondi la vita non vale la pena di esser vissuta e celebra-ta. Secondo questa dottrina, la vita e quindi l’ente come tale nel suo insieme, debbono essere rifiutati. Questo è per Nietzsche il «pessimismo della debolezza». Esso vede nero ovunque, non trova che ragioni di fallimento e pretende sapere che tutto finirà in un naufragio universale. Il pessi¬mismo della forza e come forza, al contrario, non si fa illu¬sioni, vede il pericolo, non tollera simulazioni e fronzoli. Si rende conto della inanità della rasse-gnazione e dell’ab¬bandono al ritorno di ciò che è stato finora. Penetra ana¬liticamente nei fenomeni ed esige la chiarezza circa le con¬dizioni e le forze che, nonostante tutto, permettono il con¬trollo della situazione storica.

 

 

Una considerazione piú approfondita potrebbe chiarire come in ciò che Nietzsche chiama il « pessimismo della for¬za » si concluda il processo attraverso cui l’umanità moderna si è andata costituendo sotto il dominio incon-dizionato della soggettività nel seno della soggettività dell’ente. Il pessimismo, nella sua duplice forma, fa e-mergere gli estremi. Gli estremi ottengono, come tali, il sopravvento.

Nasce così uno stato di esasperata tensione sotto forma di aut-aut. Si delinea allora una «situazione intermedia», in cui si fa chiaro, da un lato che la rea-lizzazione di quelli che erano finora i valori supremi non ha luogo e il mondo, appare senza valore; e, dall’altro, questa consapevolezza volge l’attenzione verso la sorgente di una nuova posizione di valori, senza che per questo il mondo riottenga il proprio valore.

 

Certamente la caduta dei precedenti valori può anche concludersi in un altro tentativo. Se Dio, nel senso dei Dio cristiano, ha abbandonato il suo posto nel mondo ultrasensibile, il posto c’è ancora, anche se vacante. Questa re-gione vuota del mondo sovrasensibile e del mondo ideale può essere mantenuta. Essa richiede allora un nuovo oc¬cupante e la sostituzione del Dio dileguato. Nuovi ideali sono pertanto istituiti. Secondo Nietzsche (Volontà di po¬tenza, Af. 1021, anno 1887) ciò avviene con le dottrine della felicità universale e col socialismo, con la musica wa¬gneriana, cioè ovunque il « cristianesimo dogmatico » è ri¬dotto agli estremi. Si ha allora il «nichilismo incompiuto». Al qual proposito Nietzsche afferma (Volontà di potenza, Af. 28, anno 1887): «Il nichilismo incompiuto, le sue forme: viviamo in mezzo ad esse. I tentativi di sot¬trarsi al nichilismo, senza rovesciare i valori precedenti, producono l’effetto opposto: acutizzano il problema».

La concezione nietzschiana del nichilismo incompiuto può esser formulata piú rigorosamente e chiaramente nel modo che segue: il nichilismo incompiuto sostituisce, sì, i precedenti valori con altri, ma li pone al posto dei prece¬denti, posto che conserva così il rango di regione ideale del soprasensibile. Il nichilismo compiuto, invece, deve elimi¬nare il luogo tradizionale del valore, il sovrasensibile come regione a sé, e deve pertanto porre i valori in modo diver¬so, cioè capovolgerli.

Ne segue che il nichilismo compiuto, completo e classico, porta con sé un «capovolgimento di tutti i valori prece-denti», senza limitarsi alla semplice sostituzione degli anti¬chi valori coi nuovi. Il capovolgimento è contem-poranea¬mente una trasformazione di genere e di modo dell’esser-valore. La posizione dei valori richiede un nuovo principio, cioè una trasformazione di ciò da cui deriva e in cui si mantiene. La posizione del valore ri-chiede una nuova re¬gione. Il principio non può piú consistere nel mondo sovra sensibile, ormai privo di vita. A causa di ciò la realtà di cui va alla ricerca il capovolgimento operato da questo nichili¬smo ha il carattere di ciò che è vivente al massimo grado.

Il nichilismo si muta così in un «ideale di vita potenziata al massimo» (Volontà di potenza, Af. 14, anno 1887). In questo nuovo valore supremo è implicita una nuova valuta¬zione della vita, cioè di ciò in cui consiste l’essenza che de¬termina come tale ogni vivente. Si pone così il problema della chiari-ficazione di ciò che Nietzsche intende per vita.

L’esame delle diverse forme dei diversi gradi di nichi¬lismo mostra che il nichilismo, quale Nietzsche lo intese, è prima di tutto una storia in cui ne va dei valori, della loro assunzione, del loro venir meno, del loro rovescia-mento, della loro riproposizione e, in ultima analisi e soprattutto, di una diversa concezione del principio della posizione stessa dei valori. I fini supremi, le cause e i principi dell’ente, gli ideali e il sovrasensibile, Dio e gli Dei: tutto ciò è assunto senz’altro come valore. Pertanto è possibile comprendere adeguatamente l’interpretazione nietzschiana del nichilismo solo se si è in chiaro di ciò che Nietzsche intende per valore. Dopo di ciò potremo stabilire anche il senso genuino del¬l’espressione «Dio è morto». La determinazione rigorosa di ciò che Nietzsche intende col termine « valore» è dunque la chiave della comprensione della sua metafisica.

È nel secolo XIX che il parlare di valori diviene abituale e il pensare per valori normale. Ma con la diffusione delle opere di Nietzsche il fenomeno è divenuto addirittura po¬polare. Si parla di valori vitali, di valori culturali, di valori di eternità, di rango dei valori, di valori spirituali, pretendendo magari di trovarli anche presso gli An-tichi. Attraverso l’esercizio erudito della filosofia e la rielaborazione del neo¬kantismo, nasce la filosofia dei va-lori. Si costruiscono si¬stemi di valori, e l’etica studia le stratificazioni dei valori.

Anche la teologia cristiana de-finisce Dio il summum ens qua summum bonum, cioè come supremo valore. Si dichiara la scienza estranea al valore e si collegano i valori alle visioni del mondo. Il valore e ciò che ha valore divengono un surrogato positi-vistico del «metafisico». Al diffuso impiego della nozione di valore fa riscontro l’indeterminatezza del suo si-gnificato. Questa, da parte sua, si connette all’oscu¬rità della provenienza essenziale del valore dall’essere. Posto infatti che il valore, a cui tanto ci si richiama in queste concezioni, non sia un nulla, deve pur avere la sua essenza nell’essere.

Cosa intende Nietzsche per valore? In che si fonda se¬condo lui l’essenza del valore? Perché la metafisica di Nie-tzsche è la metafisica dei valori?

In una annotazione del 1887-88 Nietzsche ci informa su ciò che intende per valore (Volontà di potenza, Af. 715): «Il punto di vista del ” valore ” è il punto di vista delle con¬dizioni di conservazione-accrescimento in ordine alle formazioni complesse di relativa durata della vita il seno al divenire».

L’essenza del valore consiste nell’essere un punto di vi¬sta. Il valore indica qualcosa che è preso di mira. Il valore è l’angolo visuale di un vedere che mira a qualcosa, o, come diciamo, che conta su qualcosa e deve quindi fare i conti con qualcos’altro. Il valore è in un rapporto intrinseco col tanto, col quantum e col numero. I valori sono perciò rap¬portati ad una « scala numerativa e misurativa » (Volontà di potenza, Af. 710, anno 1888). Resta quindi il problema del fondamento di questa scala di accrescimento e di dimi¬nuzione.

La designazione del valore come un punto di vista fa emergere un aspetto essenziale del concetto di valore in Nietzsche: in quanto punto di vista, il valore è posto via via da un determinato vedere e per esso. Questo vedere è tale da vedere in quanto ha visto, e da aver visto in quanto si è rappresentato ciò che ha visto come tale e l’ha così posto. solo attraverso questo porre rappresentativo che quel punto che è necessario al mirare a qualcosa e che guida quindi il processo della visione, diviene punto di vista, di¬viene, cioè, ciò da cui dipende il vedere e ogni azione gui¬data dalla visione. I valori non sono quindi dapprima qual¬cosa di in sé, suscettibile di esser assunto come punto di vista in un secondo momento e occasionalmente.

Il valore è valore in quanto vale; e vale in quanto è posto come ciò che conta. Esso è posto attraverso un mirare e un appuntare lo sguardo a qualcosa con cui si devono fare i conti. Punto di vista, riguardo, àmbito visivo im-plicano qui «vista» e «vedere» in un senso che deriva dai Greci ma passando attraverso la trasformazione dell’i-dea da eìdos a perceptio. Il vedere è qui quel rappresentare che è espli¬citamente concepito, da Leibniz in poi, all’insegna del tendere (appetitus). Ogni ente è rappresentante perché all’es¬sere dell’ente appartiene il nisus (l’impulso) al sorgere, nisus che impone a qualcosa di farsi innanzi (apparire), deter¬minandone in tal modo la presentazione. L’essenza d’ogni ente, in quanto determinata dal nisus, irraggia un angolo visuale. Questo offre la prospettiva che dev’essere seguita. L’angolo visuale è il valore.

Coi valori, quali punti di vista, sono posti, secondo Nietzsche, le «condizioni di conservazione-accrescimento». Col modo particolare di scrivere questa espressione, cioè omettendo l’e fra conservazione ed accrescimento e sosti¬tuendolo con un trattino, Nietzsche vuol dire che i valori, quali punti di vista, sono in linea essenziale, e perciò co¬stantemente, condizioni di conservazione e insieme di accrescimento. Dove sono posti valori debbono essere sem¬pre presi di mira ambedue i modi del condizionare e deb¬bono essere unitariamente riferiti l’uno all’al-tro. Perché? Evidentemente soltanto perché l’ente rappresentante e ten¬dente a… è tale, nella sua essenza, da ri-chiedere questo du¬plice angolo visuale. Ma dì che i valori, in quanto punti di vista, sono condizioni, se debbono condizionare ad un tempo così la conservazione come l’accrescimento?

Conservazione ed accrescimento designano l’unità reci¬proca dei tratti fondamentali della vita. All’essenza della vita appartiene il voler crescere, l’accrescimento. Ogni con¬servazione della vita è in, funzione dell’accrescimento della vita. Ogni, vivere che si limiti ad essere una mera conser¬vazione è già una diminuzione. L’assicurazione dello spazio vitale, ‘ad esempio-, non costituisce mai il fine per il vivente, ma soltanto un mezzo per l’accresci-mento della vita. E, al rovescio, la vita accresciuta aumenta di nuovo il bisogno iniziale di ampliamento dello spazio.

Ma l’accrescimento non è possibile dove non venga conservato qualcosa di persi¬stente, di garantito, e quindi di capace di accrescimento. Il vivente è perciò sempre una connessione di accrescimento e conservazione, e perciò una «formazione complessa della vita». I valori guidano, in qualità di’ punti di vista, la visione « ri-guardo alle formazioni complesse ». Questa vi¬sione è sempre la visione d’uno sguardo vitale che domina ogni vivente. In quanto prospetta gli angoli visuali per il vivente, la vita rivela la sua essenza come ponente-valori (cfr. Volontà di potenza, Af. 556, anno 1885-86).

«Le complesse formazioni della vita» dipendono da condizioni di conservazione e permanenza tali che il per-manente sussiste soltanto per farsi in-permanente nell’accre¬scimento. La durata di queste complesse formazioni della vita riposa sulla relazione reciproca di accrescimento e con¬servazione. Essa è pertanto proporzionata alla situazione; è la «relativa durata» del vivente e quindi della vita.

Dunque, per Nietzsche, il valore è « il punto di vista delle condizioni di conservazione-accrescimento riguardo alle complesse formazioni di relativa durata della vita in seno al divenire ». La semplice e indeterminata espres-sione « dive¬nire » non significa qui, e in genere nel lignaggio metafi¬sico di Nietzsche, lo scorrimento di tutte le cose, il semplice mutamento degli stati o un’evoluzione o un processo in¬definito. « Divenire » significa il tra-passo di qualcosa, a qual¬cos’altro, quel movimento e quella mobilità che Leibniz nella Monadologia definisce changements naturels, i quali do¬minano l’ens qua ens, cioè l’ens percipiens et appetens. Nietzsche pensa questo carattere come il tratto fondamen¬tale di ogni reale, cioè, in senso largo, di ogni ente. Ciò che determina ogni ente nella sua essentia è per lui la « volontà di potenza ».

Nietzsche conclude la sua definizione dell’essenza del valore con la parola «divenire» perché questa parola con-clusiva rimanda a quel dominio originario in cui i valori e la posizione di valori hanno la loro sede. Il «divenire» equivale per Nietzsche alla «volontà di potenza». La «vo¬lontà di potenza» è per lui il tratto fondamentale della «vita»; parola, questa, che egli usa spesso anche nel signi¬ficato largo a partire dal quale la metafisica (vedi Hegel) ne ha fatto un sinonimo di «divenire». Volontà di potenza, divenire, vita, essere — nel loro senso piú ampio — signi¬ficano la medesima cosa nel linguaggio di Nietzsche (Volontà di potenza, Af. 582, anno 1885-86, e Af. 689, anno 1888). In seno al divenire, la vita, cioè il vivente, si concentra in vari centri della volontà di potenza. Essi sono l’arte, lo Stato, la religione, la scienza, la società. Perciò Nietzsche può anche dire: «Il valore è essen-zialmente il punto di vista per il rafforzamento o l’indebolimento di questi centri di dominio» (nella prospettiva del loro carattere di domi¬nio) (Volontà di potenza, Af. 715).

 

 

Poiché Nietzsche, come s’è visto, intende il valore come il punto di vista condizionante la conservazione e l’ac-cre¬scimento della vita, e poiché vede il fondamento della vita nel divenire come volontà di potenza, la volontà di potenza si rivela come ciò che pone questi punti di vista. È la vo¬lontà di potenza a giudicare secondo valori, e ciò in base al suo «principio interiore» (Leibniz), quale visus nell’esse dell’ens. La volontà di potenza è il fondamento della neces¬sità della posizione di valori e l’origine della possibilità della valutazione per valori. Per questo Nietzsche afferma: «I valori e il loro mutamento sono in rapporto all’accrescimento di potenza di coloro che li pongono» (Volontà di potenza, Af. 14, anno 1887).

Dal che risulta chiaro che i valori sono posti dalla stessa volontà di potenza, quali condizioni di se stessa. Solo quan¬do la volontà di potenza si presenta come il tratto fonda¬mentale di ogni reale, cioè si fa vera, e viene quindi conce¬pita come la realtà di ogni reale, si chiarisce quale sia la sorgente dei valori e in virtú di che ogni valuta-zione di valore trovi fondamento e guida. Il principio della posi¬zione dei valori, è ormai identificato. La posi-zione di va. lori avverrà ora a partire dal suo principio, cioè in base all’essere come fondamento dell’ente.

La volontà di potenza, in quanto principio riconosciuto e quindi voluto, è ad un tempo il principio di una nuova posizione di valore. Questa è nuova nel senso che per la prima volta è compiuta scientemente a partire dalla com-prensione del suo principio. È nuova perché porta in sé la garanzia del suo principio e perché mantiene questa garan¬zia come un valore riposante sul suo principio stesso. Ma, in quanto principio della nuova posizione di valori, la volontà di potenza, rispetto ai valori precedenti, è il princi¬pio del capovolgimento di tutti i valori pre-cedenti.

Ma poiché i valori supremi precedenti dominavano il sensibile dall’altezza del sovrasensibile, e poiché la metafisica era l’or¬dine di questo dominio, con la posizione del nuovo principio si pone in atto anche il rove-sciamento [Umkehrung] di ogni metafisica. Nietzsche assume questo rovesciamento co¬me un oltrepassamento [Uberwindung] della metafisica. Ma in realtà ogni rovesciamento di questo genere si risolve in un inconsapevole irretimento nella medesima cosa, dive¬nuta irriconoscibile.

Ma poiché Nietzsche concepisce il nichilismo come la legge intrinseca della storia del venir meno dei valori su-premi precedenti, e poiché intende questo venir meno nel senso di un capovolgimento di tutti i valori, il nichili-smo, nell’interpretazione nietzschiana, resta interno alla sfera e alla ,rovina dei valori e, quindi, in genere, alla possibilità della posizione di valori in generale. Ma questa posizione è fondata nella volontà di potenza. Di con-seguenza il con¬cetto nietzschiano del nichilismo e il detto « Dio è morto » possono essere pensati adeguatamente solo a partire dalla volontà di potenza. Facciamo dunque l’ultimo passo sulla via della chiarificazione del detto esaminando ciò che Nietz¬sche intende con l’espressione, da lui stesso coniata, « vo¬lontà di potenza ».

L’espressione « volontà di potenza » passa per tanto evidente che non si comprende come qualcuno possa pro-porsi di interpretarla adeguatamente. Cosa significhi « vo¬lontà » ognuno può vederlo guardando in se stesso. « Vole¬re » è tendere a qualcosa. Il significato di « potenza » è fa¬cilmente desumibile dall’esperienza quotidiana; è l’esercizio del potere e della forza. Volontà di potenza è quindi nul¬l’altro che l’appetito della potenza.

L’espressione « volontà di potenza » così intesa presup¬pone due dati di fatto in rapporto reciproco accidentale: il volere da un lato e la potenza dall’altro. Ma se, anziché girar attorno all’espressione, ci decideremo a compren-derla nel suo fondamento, apparirà chiaro come essa, in quanto tendenza a qualcosa di non ancora posseduto, rinvia a un senso di mancanza. Tendenza, esercizio del potere, senso di mancanza, sono modi di rappresentazio-ne e stati (facoltà dell’anima) che si incontrano nel campo della psicologia. L’analisi dell’essenza della volontà di potenza finisce allora per cadere nel dominio della psicologia.

In realtà, tutto ciò che abbiamo detto finora della vo¬lontà di potenza e della sua conoscibilità, per chiaro che sia, non concerne ciò che Nietzsche pensa e ciò a cui mira quando parla di « volontà di potenza ». L’espressione «vo-lontà di potenza» è una «parola» fondamentale della fi¬losofia definitiva di Nietzsche, che, a ragione, può essere definita come metafisica della volontà di potenza.

Che cosa intendesse veramente Nietzsche parlando di volontà di po¬tenza non potremo mai ricavarlo dalle concezioni correnti del volere e del potere, ma esclusivamente mediante una riflessione sul pensiero metafisico e quindi anche su tutta la storia della metafisica occidentale. La nostra interpretazione della volontà di potenza è condotta appunto su questa linea. Essa dovrà certamente muovere da quanto Nietzsche ha esplicitamente detto, ma per portarlo su un piano di chia¬rezza maggiore di quella contenuta nelle sue espressioni im¬mediate. Ma una chiarezza maggiore può esser raggiunta solo rispetto a ciò che ci sia prima divenuto più significante. Significante è ciò che ci è piú prossimo nella sua essenza. La nostra indagine è stata finora condotta, e lo sarà anche in seguito, a partire dall’ essenza della metafisica e non semplicemente da una delle sue fasi.

 

 

 

(Visited 20 times, 1 visits today)