DIO È MORTO III

GOTT IS TOT

 

 

 

 

 

 

 

Nella seconda parte di Cosi parlò Zaratustra, che ap¬parve un anno dopo la Gaia scienza, nel 1883, Nietzsche nomina per la prima volta la « volontà di potenza » nel senso in cui essa doveva venir intesa: « Dovunque trovai un vivente, trovai volontà di potenza; anche nella volontà del servo trovai la volontà di esser padrone ».

Volere è voler esser padrone. La volontà, così intesa, è presente anche nel volere di coloro che servono. E ciò non nel senso che il servo voglia sottrarsi al ruolo di servo per sostituirsi al padrone; è invece proprio in quanto servo che il servo vuol sempre aver qualcosa sotto di sé a cui poter comandare nel proprio servizio e di cui possa servirsi. Così, in quanto servo, è pur anche padrone. Anche l’esser servo è un voler essere padrone.

La volontà non è un desiderio o la semplice aspirazione a qualcosa; volere è in se stesso comandare (cfr. Cosí parlò Zaratustra, I e II parte; inoltre Volontà di potenza, Af. 688, anno 1888). L’essenza del comandare consiste nel fatto che colui che comanda può deliberatamente disporre da padrone delle possibilità dell’agire efficace. Ciò che nel comando è comandato è l’esecuzione di queste disposizioni. Nel comando, il comandante (e non in primo luogo l’ese¬cutore) ubbidisce a questa scelta di disposizioni o, meglio, a questa facoltà di disporre, ubbidendo così a se stesso.

 

Pertanto il comandante è al di sopra di se stesso, mentre pone in giuoco se stesso. Il comandare, che è da tener ben distinto dal semplice impartire ordini agli altri, è supera¬mento di se stesso ed è piú difficile dell’ubbidire. La volontà è il concentrarsi in ciò che viene ordinato. Solo chi non sa ubbidire a se stesso ha ancora bisogno di ordini. Ciò che la volontà vuole non è qualcosa a cui essa miri senza ancora possederlo. Ciò che essa vuole è già in suo possesso. Essa non vuole altro che il suo volere. Il suo volere è il suo voluto. La volontà vuole se stessa. Essa oltrepassa se stessa.

 

Pertanto la volontà, in quanto volere, vuol portarsi al di sopra di sé e deve, ad un tempo, por¬tarsi oltre sé e sotto di sé. Ecco perché Nietzsche può dire: «Volere, in generale, equivale a voler divenire più forte, a voler crescere… (Volontà di potenza, Af. 675, anno 1887-88). «Piú forte» significa qui: «piú potente», il che equivale a: «solo potenza». L’essenza della potenza sta infatti nella padronanza del grado di potenza rag¬giunto. La potenza è e rimane tale solo in quanto è ac¬crescimento di potenza e comanda a se stessa il «piú di potenza». Una semplice pausa nell’accrescimento di po¬tenza, un semplice arresto a un determinato grado di potenza, segna l’inizio del declino della potenza. L’essenza stessa della potenza porta con sé il potenziamento ulteriore di se stessa.

 

Ciò rientra nella potenza stessa; proviene da essa in quanto è comando e, come tale, si autorizza al po¬tenziamento ulteriore dei singoli gradi di potenza. La po¬tenza è quindi costantemente in cammino verso il possesso di se stessa, non però nel senso di una volontà, in qualche modo semplicemente-presente per sé, che aspiri a raggiun¬gere una certa potenza.

La potenza autorizza se stessa al¬l’oltrepassamento dei singoli gradi di potenza non già in vista dei successivi gradi, ma esclusivamente in vista della conquista di sé nell’incondizionatezza della propria essenza. In questo senso volere è cosí poco un’aspirazione, ché, piuttosto, ogni tendenza resta sempre una forma prelimi¬nare o postuma di volere.

Nell’espressione « volontà di potenza », la parola « po¬tenza » designa semplicemente l’essenza del modo in cui la volontà vuole se stessa in quanto è comando. In quanto comando la volontà coerisce con se stessa e quindi col suo voluto. Questa concentrazione in se stessa è il potere della potenza. Una volontà per sé non esiste, come non esiste una potenza per sé. Volontà e potenza non sono accop¬piate nella volontà di potenza; la volontà, in quanto vo¬lontà di volontà, è volontà di potenza nel senso di autoriz¬zazione alla potenza. La volontà ha la sua essenza in questo che essa, in quanto volontà consistente nel volere, è vo¬lontà di volere. La volontà di potenza è l’essenza della po¬tenza. Essa rivela l’essenza incondizionata della volontà, la quale, in quanto volontà pura, vuole se stessa.

La volontà di potenza non può quindi esser contrap¬posta alla volizione di qualcos’altro, ad esempio alla «vo¬lontà del nulla»; infatti anche questa volontà è sempre volontà di volontà, cosicché Nietzsche può dire: « Essa [la volontà] vuole il nulla piuttosto che non volere» (Genealogia della morale, Sez. III, Af. I, anno 1887). Il «voler nulla» non equivale affatto a non volere qualcosa di reale, ma, al _contrario, significa volere il reale, sempre e ovunque, come nullità e, quindi, attraverso questa, volere l’annullamento. In questo volere la potenza si garantisce sempre la possibilità del comando e della signoria.

L’essenza della volontà di potenza, in quanto essenza della volontà, è il tratto fondamentale del reale. Nietzsche dice: la volontà di potenza è « l’essenza intima dell’essere » (Volontà di potenza, Af. 693, anno 1888). «Essere» si¬gnifica qui, nel linguaggio della metafisica, l’essente nel suo insieme. L’essenza della volontà di potenza e la volontà di potenza stessa, in quanto caratteri fondamentali dell’ente, non possono quindi esser determinate me-diante l’osserva¬zione psicologica; al contrario, è la psicologia a ricevere la sua essenza, e quindi la possibilità e la conoscibilità del suo oggetto, dalla volontà di potenza. Non si può quindi dire che Nietzsche intenda psicolo-gicamente la volontà di potenza; al contrario, egli definisce la psicologia in modo nuovo come «morfologia e teoria dello sviluppo della vo¬lontà di potenza» (Al di là del bene e del male, Af. 23).

 

La morfologia e l’ontologia dell’òn, la cui morphé, mutata col mutamento dell’eìdos in perceptio, si rivela, nell’appetitus della perceptio, come volontà di potenza. La trasformazione della metafisica — che, sin dall’inizio, intende l’ente quanto al suo essere come ùpokeimenon, sub-jectum — in una psicologia di questo genere, non è che una conseguenza e una riprova del processo essenziale di muta¬mento dell’entità dell’ente.

 

L’ousìa (entità) del subiectum diviene sogget-tività dell’autocoscienza e rivela ora la sua essenza come volontà di volere. La volontà, in quanto vo¬lontà di po-tenza, comanda la maggior potenza. Perché, nell’ultrapotenziamento di sé, la volontà possa superare i sin¬goli gradi, occorre che questi gradi siano raggiunti, assi¬curati e mantenuti. L’assicurazione dei singoli gradi di po¬tenza è condizione necessaria dell’accrescimento della po¬tenza. Ma questa condizione necessaria non è sufficiente perché la volontà possa volersi, cioè perché s’i a un voler esser-piú-forte, un accrescimento di potenza. La volontà deve muoversi in un campo visivo da essa dischiuso ed entro il quale possano rivelarsi quelle possibilità che fanno da guida all’accrescimento di potenza. La volontà deve quindi porre la condizione del suo voler procedere oltre se stessa. La volontà di potenza deve porre le condizioni della con¬servazione e dell’accrescimento della potenza. La posizione di questo insieme articolato di condizioni spetta alla volontà.

«Volere, in generale, significa voler divenir piú forti, voler crescere e quindi volere anche i mezzi relativi» (Vo-lontà di potenza, Af. 675, anno 1887-88).

 

I mezzi essenziali sono le condizioni della propria pos¬sibilità, poste dalla volontà di potenza stessa. A queste condizioni Nietzsche dà il nome di valori. Egli dice: «Ogni volere include un valutare» (XIII, Af. 395, anno 1884). Valutare significa stabilire e fissare un valore. La volontà di potenza valuta in quanto stabilisce la condi-zione del¬l’accrescimento e della conservazione. In virtù della sua stessa essenza, la volontà di potenza è volontà che pone valori. I valori sono le condizioni di conservazione e di accrescimento all’interno dell’essere dell’ente. La volontà di potenza, appena si presenta nella sua essenza, si rivela come il fondamento e la sfera della posi-zione dei valori. La vo¬lontà di potenza non ha il suo fondamento in un sentimento di mancanza, ma è, al contra-rio, il fondamento della vita potenziata. «Vita» significa qui volontà di volontà, «”vivente” significa già ” valu-tante “» (ibidem).

Poiché vuole l’ultrapotenziamento di ‘se stessa, la volontà non si acquieta a nessun livello di vita, per alto che sia. La volontà esercita la potenza nell’oltrepassamento del suo stesso volere. Essa ritorna costantemente a se stessa come eguale a se stessa. Il modo in cui l’ente nel suo insieme — ente di cui la volontà di potenza costituisce l’essentia — esiste (la sua existentia) è « l’eterno ritorno dell’eguale ». Le due espressioni fondamentali della metafisica di Nietzsche, la « volontà di potenza » e l’« eterno ritorno dell’eguale » definiscono l’ente nel suo es-sere e lo defini¬scono secondo le due prospettive tipiche della metafisica fin dalle sue origini, l’ens qua ens nel senso di essentia e di existentia.

Il rapporto così inteso fra « volontà di potenza » ed «eterno ritorno dell’eguale» non può essere esposto im-mediatamente qui perché la metafisica non ha pensato e neppure posto il problema dell’origine della differenza fra essentia ed existentia.

Quando la metafisica pensa l’ente nel suo essere come volontà di potenza, essa pensa necessariamente l’essere come ponente-valori. Essa pensa ogni cosa nell’orizzonte dei va¬lori: del volere i valori, del venir meno dei valori, del ca¬povolgimento dei valori. La metafisica del Mondo Moderno inizia e risolve la sua essenza nella ricerca dell’assolutamente indubitabile, del certo, della certezza. Come dice Cartesio, occorre firmum et mansurum quid stabilire. Questo qualcosa di persistente nel senso che ci sta di contro, che è oggetto [Gegenstand] corrisponde all’essenza dell’ente come costante presenza, dominante sin dall’antichità nel senso di ciò che è sempre già lì di-nanzi (úpokeimenon, subjectum). Anche Cartesio cerca, come Aristotele, l’upokeimenon. Ma poiché Cartesio cerca questo subjectum nel quadro della metafisica, accade che, concependo la verità come certezza, egli scopra l’ego cogito come costante presenza. L’ego sum diviene allora subjectum, cioè: il soggetto diviene autocoscienza. La soggettività del soggetto risulta definita in base alla certezza di questa coscienza.

La volontà di potenza, ponendo come valore necessario la conservazione, cioè l’assicurazione della persistenza di se stessa, giustifica ad un tempo la necessità della assicura¬zione di ogni ente che, in quanto rappresentante, è nel contempo caratterizzato dal tener-per-vero. L’assicurazione del tener-per-vero è la certezza. Pertanto, secondo Nietz¬sche, la certezza, quale principio della metafisica moderna, è propriamente fondata nella volontà di po-tenza: sul pre¬supposto che la verità è un valore necessario e che la cer¬tezza è la forma assunta dalla verità nel Mondo Moderno. Ciò rende chiaro in qual senso la dottrina nietzschiana della volontà di potenza come «essen-za» di ogni realtà conclude la metafisica moderna della soggettività.

Nietzsche può quindi dire: «Il problema dei valori è piú fondamentale di quello della certezza: il secondo è pro-ponibile solo nel quadro d’una risposta al problema del valore» (Volontà di potenza, Af. 588, anno 1887-88).

Ma, una volta che si sia riconosciuta la volontà di po¬tenza come principio della posizione del valore, l’indagine sul valore deve determinare innanzitutto quale sia il su¬premo valore in conformità a questo principio. Poiché l’es-senza del valore consiste nell’essere la condizione del man¬tenimento e dell’accrescimento posta dalla volontà di po¬tenza, è per ciò stesso aperta la prospettiva per la deter¬minazione di un ordine gerarchico di valori.

La conservazione dei singoli gradi di potenza della vo¬lontà già raggiunti, consiste nel fatto che la volontà si cir-conda di una cerchia disponibile ad ogni istante e fidata, in cui possa garantirsi la propria sicurezza. Questa cer-chia de¬limita ciò che per la volontà è immediatamente disponibile in fatto di presenza (oúsia, nel significato abi-tuale del ter¬mine presso i Greci). Questo qualcosa di sussistente di¬viene qualcosa di presente, cioè di continua-mente disponi¬bile, solo se sussiste attraverso un’operazione che lo pone. Questo « porre » ha il modo d’essere della produzione rappresentativa. Ciò che è costante in questo modo, è ciò che permane.

 

Ciò che permane a questo modo è definito da Nietzsche come « l’ente »; egli si rivela così fedele a quel¬l’essenza dell’essere, domi-nante nella storia della metafisica, in virtú della quale l’essere equivale alla «presenza» du¬revole.

Sovente Nie-tzsche, ancora una volta fedele al lin¬guaggio metafisico, chiama questo qualcosa di permanen¬temente sussistente « l’essere ». Sin dall’inizio del pensiero occidentale, l’ente vale come il vero e la verità; ciò non ha impedito che il senso di « ente » e di « vero » subissero svariate trasformazioni. Nonostante ogni rovesciamento e ogni capovolgimento della metafisica, Nietzsche rimane al¬l’interno del suo corso ininterrotto quando concepisce ciò che la volontà di potenza istituisce per la propria conser¬vazione come l’essere, o l’ente, o la verità. La verità si ri-solve allora in una condizione posta dall’essenza della volontà di potenza, e precisamente nella condizione della con¬servazione della sua potenza. Risolvendosi in questa condi¬zione, la verità è un valore. Poiché la volontà di potenza può volere soltanto disponendo di qualcosa di permanente, la verità diviene un valore necessario per la volontà di po¬tenza e in base alla sua essenza. Il termine verità non si¬gnifica né il non-esser-nascosto dell’ente, né la concordanza del conoscere con l’oggetto, né la certezza come sicurezza di ciò che è posto nel porre rappre-sentativo. La verità qui è intesa — in un senso che deriva storicamente dalle mo¬dalità suddette della sua essenza —, come assicurazione della presenza disponibile della cerchia a partire dalla quale la volontà di potenza vuole se stessa.

Nei confronti dell’assicurazione dei gradi di potenza via via raggiunti, la verità è valore necessario. Ma essa non è sufficiente per il raggiungimento di un determinato grado di potenza. Infatti la costanza del persistente, presa come tale, non è in grado di offrire ciò di cui la volontà ha bi¬sogno prima di tutto per andar oltre se stessa, cioè per accedere alle possibilità del comando. Queste si offrono solo in una previsione perspicace propria dell’es-senza della volontà di potenza, la quale, in quanto volontà di maggior potenza, è in se stessa prospettatrice di possibilità. L’apertura e la fornitura di tali possibilità è quella condizione del¬l’essenza della volontà di potenza che, essendo preliminare nel senso di precedente, domina la condizione nominata per prima. Ecco perché Nie-tzsche afferma: «Ma la verità non vale come misura suprema di valore, ancor meno come potenza suprema» (Volontà di potenza, Af. 853, anno 1887-88).

La creazione delle possibilità della volontà, in base alle quali la volontà di potenza si rende libera per se stessa, costituisce, secondo Nietzsche, l’essenza dell’arte. Sulla scorta di questo concetto metafisico, Nietzsche non in-tende per « arte » soltanto e in primo luogo il mondo estetico degli artisti. L’arte è l’essenza di ogni volere che apre e dispone prospettive: « L’opera d’arte, dove essa appare senza artista, ad esempio come Corpo, come Or-ganiz¬zazione (il Corpo degli ufficiali prussiani, l’Ordine dei Ge¬suiti). In qual modo l’artista è soltanto un primo passo. Il mondo come opera d’arte che partorisce se stessa… » (Volontà di potenza, Af. 796, anno 1885-86).

L’essenza dell’arte, vista a partire dalla volontà di po¬tenza, consiste nel fatto che l’arte eccita in se stessa la vo-lontà di potenza e la sprona a volere oltre se stessa. Poiché Nietzsche designa sovente la volontà di potenza, in quanto realtà del reale, come vita (in lontana risonanza con la (Zoe e la phisis dei primi pensatori greci), egli può defi¬nire l’arte come « il grande stimulans della vita » (Volontà di potenza, Af. 851, anno 1888).

L’arte è la condizione insita nella volontà di potenza per cui questa, in quanto è la volontà che è, può crescere in potenza ed accrescersi. In quanto costituisce questa con¬dizione, essa è un valore. Poiché è quella condizione che, nell’ordine dei condizionamenti della garanzia di sussistenza, precede e quindi precostituisce ogni condizionare, essa è il valore che determina ogni potenza di accrescimento. L’arte è il valore supremo. Paragonata al valore « verità », essa risulta essere un valore piú alto. L’una si richiama all’altra in modi sempre diversi. I due valori determinano, nel loro rapporto di valore, l’essenza unitaria della volontà di po¬tenza quale ponente-valori in se stessa. Ma la volontà di potenza è la realtà del reale o, usando l’espressione in un senso piú ampio di quello abituale in Nietzsche, l’essere dell’ente. Se la metafisica deve dire l’ente rispetto al suo essere, e se, così facendo, essa nomina, nel modo proprio di essa, il fondamento dell’ente, ne viene che la tesi fonda¬mentale della metafisi-ca della volontà di potenza dovrà enunciare un fondamento. Essa dirà quali siano e in quale ordine stiano i valori posti dalla volontà di potenza po¬nente valori in quanto « essenza » dell’ente. Tale tesi dice: « L’arte vale di piú della verità » (Volontà di potenza, Af. 853, anno 1887-88).

La tesi fondamentale della metafisica della volontà di potenza è un giudizio di valore.

Questo supremo giudizio di valore mostra che la posizione dei valori importa due aspetti essenziali. In essa vengono sempre posti, esplicitamente o no, un valore neces¬sario e un valore sufficiente: ambedue, però, in base a un rapporto reciproco determinante. La duplicità della posi¬zione di valore deriva dal suo principio. Infatti ciò che regge e guida la posizione di valore come tale è la vo¬lontà di potenza.

Per l’unità della sua essenza, essa ri-chiede — e si protende verso — le condizioni dell’accrescimento e della conservazione di se stessa. Il chiari-mento della du¬plicità d’essenza della posizione dei valori porta inevitabil¬mente il pensiero di fronte al problema dell’unità originaria della volontà di potenza. Poiché essa è l’essenza dell’ente come tale — affermazione, questa, in cui consiste il « vero » della metafisica — ne viene che, ricercando l’unità essen¬ziale della volontà di potenza, poniamo in questione la ve¬rità di questo vero. Giungiamo così al punto supremo di questa come di ogni altra metafisica. Ma che significa « punto supremo »? Stiamo analizzando ciò che intendiamo per essenza della volontà di potenza e resteremo quindi entro i limiti segnati da ciò che stiamo facendo.

L’unità essenziale della volontà di potenza non può es¬sere altro che la volontà di potenza stessa. Essa è il modo in cui la volontà di potenza si produce a se stessa come volontà. Essa spinge la volontà all’esame di se stessa e la pone in cospetto di se stessa in modo tale che, in questo esame, la volontà rappresenta se stessa in tutta purezza e quindi nella sua forma suprema. Ma «rappresentazione» non significa qui qualcosa come una visione soprav-venuta poiché la presenza propria di questo rappresentare è il modo stesso in cui la volontà di potenza è [ist].

Ma questo modo di essere è, nel contempo, il modo in cui la volontà pone se stessa nel non-esser-nascosto. Ed è in quest’ultimo che consiste la sua verità. Il problema dell’unità essenziale della volontà di potenza è il problema del modo di quella verità in cui essa è l’essere dell’ente. Ma questa verità è nel contempo la verità dell’ente come tale, la verità che la metafisica stessa è. La verità di cui ora si discorre non è più la verità che la volontà di po-tenza pone come condizione necessaria dell’ente in quanto ente, ma quella in cui la volontà di potenza stessa è [west] come ponente-condizioni. Questo Uno in cui essa è così la sua unità essenziale, concerne la volontà di potenza stessa.

 

 

 

 

 

image_pdfScaricare PDFimage_printStampare testo
(Visited 58 times, 1 visits today)