DIVENTA CIÒ CHE SEI

cerbero 45

 

 

 

 

 

 

 

Nietzsche rimprovera cosi gli uomini moderni: “siete abituati a filosofare in modo autonomo, mentre bisognerebbe costringervi ad ascoltare i grandi pensatori.

 

Perciò appare necessario un continuo ritorno ai maestri della forma, i greci, le cui opere artistiche e filosofiche erano frutto della costrizione, dell’osservanza di un canone, di un continuo superamento del maestro precedente. Superando il suo maestro, il poeta imponeva la propria opera come nuovo canone.

 

Ciò era valido anche nel campo filosofico, se di un campo autonomo si possa parlare: che i greci non avessero inventato la scienza moderna, non implica che la loro cultura della  riflessione possa dirsi superata. Anzi, essi rimangono il solo modello culturale che ci sia dato ascoltare e, nel migliore dei casi, imitare. Rimangono per noi lontani, quasi estranei,al pari dei medievali, poiché  tali uomini erano dogmatici nel senso che dimoravano “in una casa della conoscenza […] saldamente creduta”.

 

E necessaria una forza maggiore per prosperare in una casa incompleta e fragile, non edificata sul modello di una gerarchia celeste. Noi, infatti, abitiamo in una casa i cui pilastri sono continuamente rimessi in discussione. La liberta di dubitare ed esprimere qualsiasi opinione, che abbiamo conquistato – “la liberta a cui aspira l’uomo moderno non e quella dell’uomo libero, ma quella dello schiavo nel giorno di ferie– ci fa supporre che ai tempi di Platone o Dante gli uomini fossero stati schiavi di padroni e dogmi.

 

Tuttavia, “sotto un regime assoluto non e affatto necessario essere limitati”.Noi confondiamo la fede nei dogmi con la privazione della liberta. Per tale ragione non ascoltiamo i sapienti antichi: solo quel che elaboriamo autonomamente, indipendentemente dalle opinioni altrui, si confa alla liberta che abbiamo conquistato.

 

Specchiandoci nella perfezione raggiunta dai greci, arrischiamo di scoprirci piatti, svuotati di ricchezza e di possibilità di elevatezza. Nel lessico nietzscheano: volgari, risentiti, deboli, gregari, decadenti – caratteri senza stile. Pertanto, tutta la forza di cui disponiamo va impiegata nel confronto con il più alto mondo culturale che possiamo ascoltare. La forza ci e indispensabile per confessare chi siamo – per sopportarne la verità spesso dolorosa. L’uomo moderno, il più delle volte, e infelice oppure pago di una felicita bassa, “al livello degli impotenti […], nei quali essa [la felicita] appare essenzialmente come narcosi, stordimento, quiete, pace, ≪sabbath≫, distensione dell’animo e rilassamento del corpo, insomma in forma passiva”;una felicita intesa come “sabato di tutti i sabati”, a tutti disponibile.

 

Il nostro essere infelici (acquietati in una felicita rilassata) vuole resistere alla passione della conoscenza, la quale e in Nietzsche tutt’uno con il precetto: “diventa ciò che sei”.

 

Conoscere se stessi e il mezzo per vivere più altamente, ma e al contempo l’opera di chi altamente vive. La massima nietzscheana che esorta alla conoscenza: “fare della propria vita un esperimento”,si riversa nel precetto secondo cui dobbiamo “dare uno stile al proprio carattere”.

L’infelicità e una disposizione dei nostri affetti. Gli affetti che la determinano vogliono conservare ed accrescere il proprio predominio su affetti contrari. Anche l’infelicità, intesa come risultante da istinti coalizzati, vuole conservarsi ed incrementare la propria potenza – la nostra infelicità.

 

E la prima passione che cade vittima della tirannide dell’infelicità e il coraggio. Gli infelici non amano curiosare perche sono pavidi. Coloro che non sentono la conoscenza come la passione che ne orienta l’agire, non avranno il coraggio di andare a fondo e di affrontare la terribilità della verità. Privata del sostegno del coraggio, la passione della conoscenza si svuota di vitalità e capacita espansiva. E infatti Nietzsche scrive:

 

Quanta verità sopporta, quanta verità osa uno spirito? Questo e diventato per me, sempre più, il vero criterio di valutazione. Errore (– la fede nell’ideale –) non e cecità, errore e vigliaccheria…Ogni acquisizione, ogni passo avanti nella conoscenza consegue dal coraggio, dalla durezza verso se stessi, dalla pulizia verso se stessi…

 

 

 

Tentare di uscire dall’infelicità, intesa da Nietzsche come felicita del riposo, e più doloroso che restarvi. Tale tentativo ci costringe a rivedere le convinzioni che da tempo ci risultano familiari e che, per di più, ci hanno permesso di sopravvivere e, non di rado, avanzare sulla scala sociale, esaltando la nostra vanità e il piacere di suscitare l’invidia altrui. Di queste passioni, vanità e invidia, necessarie alla vita al pari di quelle socialmente approvate, si nutre la tentazione di restare fedeli alle convinzioni abituali, funzionali al benessere sociale ed apprezzate dalla morale dominante. Se fosse anche vero che, vivendo secondo menzogne antiche, non perveniamo al nostro “io superiore” e finanche lo danneggiamo, e altresì vero che, ancorandoci ad esse, ci sentiamo sicuri, accasati, confortati dalla regolarità di vita che ne risulta.

 

Noi dobbiamo diventare traditori, commettere infedeltà, sacrificare di continuo i nostri

ideali. Da un periodo della vita all’altro non passiamo senza provocare queste pene del

tradimento e senza soffrirne noi stessi.

 

 

 

La virtù della diffidenza, senza cui l’uomo non può rendersi libero e diventare ciò che e, non rende felici. Diffidare e soffrire, rimettere in discussione le nostre conquiste rimanendo insaziabili nel conoscere. Chi diffida scopre che i motivi che ne orientano l’agire sono più sovente meschini che nobili. La diffidenza non e una virtù nel senso greco, con l’acquisizione della quale l’uomo diventa felice avendo imparato a governare le proprie passioni.

 

La virtù della diffidenza e piuttosto un lusso che solamente le nature forti si possono concedere. Chi diffida, si espone continuamente al rischio di perdere quanto gli e caro, e di perderlo per il solo amore della verità.

 

Per affrontare tale rischio bisogna essere traboccanti di vita: “all’opposto il più sofferente, il più povero di vita, avrebbe soprattutto bisogno di dolcezza, mansuetudine, bontà nel pensiero e nell’azione, se possibile di un dio […]: e altrettanto avrebbe bisogno anche della logica, dell’intelligibilità concettuale dell’esistenza,– la logica, infatti, acquieta, da fiducia […]”.

 

La diffidenza e sintomo di sovrabbondanza di forze – e una sofferenza adatta a nature fondamentalmente sane.

 

 

La diffidenza puo anche risultare un vizio. La dialettica socratica, perversa perche perverte il rapporto reale di forze, si basa sulla diffidenza. Socrate mette in dubbio le salde convinzioni dei cittadini ateniesi, scuote la certezza di superiorità che i sofisti e gli aristoi nutrono nei riguardi del demos: Socrate sa di non sapere, diffida del suo stesso sapere. Derivando da una natura indebolita, insicura della propria forza, la diffidenza socratica appare eccessiva perche pone in dubbio anche l’autorità e la sacralità della natura ben riuscita. Socrate ha fatto dubitare le nature dominanti della felicita della loro condizione. Stando a Socrate, la potenza che i sofisti e i tiranni posseggono e dannosa perche slegata dall’ideale della giustizia e del bene. Ma chi e l’uomo buono predicato da Socrate? Colui che non nuoce agli altri, risponde Nietzsche. L’impotente e il debole sono innocui, e quindi buoni. Chi e forte e sano non può che crescere, e crescendo danneggiare involontariamente coloro che gli stanno attorno.

 

 

Anche la diffidenza non va assolutizzata, sciolta da ogni considerazione riguardante le nostre forze: quanta salute, tanta diffidenza. I sofisti e i tiranni greci erano gia indeboliti quanto a istinti, gia diffidavano di se stessi: per questo motivo la morale socratica e riuscita ad impadronirsi della Grecia. E stata l’assolutizzazione della diffidenza, successivamente resa principio della conoscenza dal dubbio cartesiano, ad aver reso l’uomo moderno incapace di ogni reverenza, venerazione e fede.

“Sterili voi siete: perciò vi manca la fede. Ma colui che per necessita creava, ebbe sempre i suoi sogni vaticinanti e, nelle stelle, i suoi segni – e credette alla fede”.38 Chi crea, chi e fruttuoso e legifera i nuovi valori amici delle terra e della vita – della terra non diffida, “perche la terra e un tavolo divino (Gottertisch)”.

 

Egli le rimane fedele – perche non tutto e degno di perire disgregato dal dubbio, contrariamente a quanto ritiene l’uomo moderno cui la fede manca. Con l’assolutizzazione della diffidenza gli uomini “immorali” (sofisti, tiranni) hanno perso la buona coscienza di se, e tutto ciò che stava in sintonia con il modo “immorale” di operare della natura (istinti aggressivi) si e indebolito. Detto schematicamente: quando viene messo in dubbio il diritto all’esistenza del “male”, si finisce per dubitare anche del bene, e il bene perde la propria forza, la propria buona coscienza. Ma Nietzsche ha fede nell’esistenza e le dice di ‘si’: “Quel segreto si dentro di voi e più forte di tutti i no e i forse, di cui siete malati insieme al vostro tempo; e se dovete mettervi in mare, voi emigranti, a questo anche voi siete spinti – da una fede!”.

 

 

Dal punto di vista logico-formale il discorso di Nietzsche e senz’altro contraddittorio. Egli non offre alcun criterio di spartizione dei campi, per cui sia possibile distinguere sino a che punto la diffidenza sia necessaria e superato il quale diventi dannosa. Non dice dove il mare termina per diventare terra ferma. Ne tanto meno insegna come misurare il quantum della nostra forza – quanto profondamente possiamo diffidare.

La verità del filosofo, radicata nella vita, non si lascia esprimere pienamente dal linguaggio meramente logico: proprio perche la vita stessa sfugge alla logica. La consapevolezza di ciò costringe Nietzsche ad esigere dai suoi lettori di essere indovinato piuttosto che compreso secondo categorie logiche della ragione pura: “la fiducia nella ragione […] e, in quanto fiducia, un fenomeno morale”.

 

Bisogna diffidare della ragione e della logica ben più radicalmente di quanto avessero fatto Descartes e Kant, senza farne i soli strumenti con i quali comprendere il mondo.42 Nel cercare di indovinare gli aforismi, gli appunti, i frammenti di Nietzsche, i lettori sono chiamati ad indovinarsi, a sciogliere l’enigma che ciascuno e a se stesso.

 

Perciò la diffidenza può risultare al contempo una virtù, quando cioè si tratta di sfuggire al dogmatismo, imbarcandosi invece “sulle navi; ma essa invece ci indebolisce nel momento in cui scivoliamo nel relativismo – ossia quando la diffidenza stessa diventa un dogma. Nietzsche e uno scettico,perche ogni conquista passa attraverso lo scetticismo, ma bisogna imparare a dire il si e il no.

 

Nietzsche e, infatti, ancor piu che uno scettico, un pensatore gerarchico. “Ma noi non siamo degli scettici, crediamo ancora a una gerarchia degli uomini e dei problemi, e attendiamo l’ora in cui questa dottrina e di rango e dell’ordinamento sarà di nuovo scritta in faccia alla società plebea di oggi”.Quindi, bisogna chiedersi genealogicamente e psico-storicamente da dove proviene una diffidenza: dalla forza o dalla debolezza?

 

Tutte le parole sono doppie, almeno doppie, dato che il bene e il male sono intrecciati, provenendo entrambi da una medesima radice. La loro radice comune e la vita stessa. Ed anche i termini come virtù e vizio, definitivamente posti nel solo campo morale dalla lunga tradizione metafisica occidentale, riacquistano con Nietzsche la loro originaria doppiezza. Secondo Nietzsche la virtù può essere sia virtuosa che viziosa, e cosi il vizio; la felicita può essere alta o bassa, attiva o passiva, e cosi l’infelicità – senza che tutto ciò getti l’uomo nell’indecisione.

 

 

 

 

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