ESECUZIONI “SEMANTICHE” DI ÉLENCHOS II

ELENCHOS SEM

 

 

 

 

 

*) Una seconda esecuzione del metodo elenctico, collegata con le conclusioni fin qui guadagnate, riguarda la coincidenza che, al rifiuto di accettare la determinatezza della parola, verrebbe a interessare essenza e accidente: il negatore del principio saldissimo, sarebbe costretto a sopprimere l’essenza, riducendola a puro accidente, e sopprimendo così la possibilità di ogni predicazione.

 

L’esempio che Aristotele ci propone per districare questa non semplice situazione, è quello per cui l’essenza di “uomo”, secondo il negatore del principio, verrebbe a coincidere con l’essenza di “non-uomo”: l’uomo, insomma, sarebbe altro rispetto a quanto si è stabilito essere l’essenza dell’uomo, ovvero un animale bipede.

 

E, dal momento che ciò che non è essenza è accidente, l’essenza viene qui a essere accidente, in quanto non-essenza. «Ma se tutte le cose si dicono come accidente, non potrà esserci nulla che funga da soggetto primo degli accidenti, mentre l’accidente esprime sempre un predicato di qualche soggetto»:

 

insomma, chi pretende che una cosa sia ciò che non è, ovvero che una cosa sia ciò che non è la sua essenza, distrugge quest’ultima; dopo di che non resteranno altro che gli accidenti, cioè ciò che non è l’essenza della cosa; ma in tale situazione si avrebbero solo accidenti, senza un soggetto cui attribuirli. L’accidente, infatti, può essere predicato solo in due modi: o di un soggetto, o di un attributo già attribuito a quel soggetto.

In entrambi i casi, però, è necessario un soggetto: non è ammesso un processo all’infinito; ciò che invece accadrebbe senza un soggetto primo, sostanziale, espresso da un’essenza.

 

**) La terza confutazione per via elenctica del negatore del principio saldissimo, riprende secondo una diversa prospettiva la già citata aporia in cui incapperebbe il nostro avversario: l’aporia di dover ammettere che, se i contraddittori coesistono in esono predicabili di uno stesso soggetto, tutte le cose saranno mescolate insieme e, peggio, saranno una cosa sola.

 

Per uscire dall’empasse che abbiamo già incontrato – per cui tutte le cose, essendo uguali a se stesse e, insieme, diverse da se stesse, si riducono a essere un unico indistinto –, viene qui coinvolta la dottrina del dualismo potenza-atto: i sostenitori della tesi dell’indeterminatezza dei significati, infatti, sostenendo la simultanea predicabilità dei contraddittori, «credono di parlare dell’essere, in realtà parlano del non-essere»; perché l’indeterminatezza è della potenza e non dell’atto.

Così nota il nostro autore, con ciò intendendo tirare in ballo la dottrina metafisica per cui in atto sta l’essere realizzato e compiuto, mentre in potenza è l’essere incompiuto e, perciò, indeterminato: è chiaro che i contraddittori possono stare assieme ed essere predicati di un unico soggetto solo in potenza, in ciò che, logicamente, non è ancora; mai nell’atto – si ricordi anche quanto, di analogo, è scritto nel De Interpretatione, per quanto concerne i futuri contingenti.

 

 

 

 

 

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